SFIDE: L’ARCHITETTO CONTRO IL CALDO

C’è una cosa che da fastidio all’architetto quasi quanto il capocantiere che vuole fare il sapientone e il geometra che abbassa i prezzi. Ed è il caldo.

Si tratta di una sfida che non riguarda tutti gli architetti, quelli al di sopra del 80° parallelo nord e al di sotto di quello sud, gli architetti esquimesi e antartici cioè, non hanno questo problema. Non ancora, almeno.

Gli under 40, architetti in digitale, non possono saperlo, ma una volta il caldo sconsigliava qualsiasi tentativo di disegnare, specie su carta lucida. Infatti il braccio incollandosi al foglio lasciava un alone umido e costringeva gli architetti ad assumere posizioni acrobatiche o a escogitare soluzioni alternative (asciugamani, carta assorbente, ventilatori ecc.) per seguitare il lavoro.

Quante sessioni estive di progettazione sono state compromesse dal caldo! E, più saggiamente, rimandate ad Ottobre.

La diffusione dell’autocad e dell’aria condizionata ha consentito all’architetto di vincere la sfida col caldo durante le ore in studio, ma ha proiettato la competizione all’esterno dove, a causa del riscaldamento globale, la lotta si è inasprita.

Oggi la sfida architetto-caldo è tutta da giocare.

Innanzitutto bisogna premettere che l’architetto suda molto. Più dell’ingegnere e molto più del geometra che, viceversa, grazie ad una sorta di termostato interno, pare non sudare affatto. E’ forse questo che gli consente di tenere bassi i prezzi? Chissà.

Inoltre il caldo confligge con la deliziosa abitudine degli architetti di presentarsi ovunque dignitosamente vestiti, anche in piena estate.

Particolarmente pericolosi sono gli appuntamenti di lavoro negli uffici pubblici nei quali l’architetto si imbatte in stanze raffreddate con potentissimi fan-coil e nelle quali i dipendenti indossano persino pullover in lanetta per resistere a temperature semi glaciali, che causeranno all’architetto, arrivato sudatissimo, una broncopolmonite probabilmente letale.

Molti, già temprati dall’esperienza, si attrezzano con uno o più cambi d’abito, in funzione degli appuntamenti giornalieri. Altri adoperano l’abbigliamento a strati, fino alle estreme interpretazioni, indossando pantaloni di lino e giacche sulla canottiera o sull’intimo.

Non meno grave è il problema del caldo sul cantiere. Anche in questo frangente il rigore dell’architetto si scontra col dress-code dei muratori che, a petto nudo e jeans tagliati alla coscia, esibiscono audaci abbronzature da mietitura del grano fascista, mentre l’architetto, al massimo, si procura ustioni su collo e braccia.

Tutto ciò senza sottovalutare le notevoli difficoltà che, in tali condizioni, incontra l’architetto ad elaborare un qualsiasi pensiero razionale. Il caldo infatti ne compromette le difese immunitarie cognitive. Tanto da risultare vulnerabile alle proverbiali, quotidiane, suggestioni compositive suggeritegli dal capo cantiere o di quelle, periodiche e volumetriche avanzate dal committente. Taluni, furbescamente, tentano di condizionare l’architetto formulandogli quesiti su lastrici dove al caldo atmosferico si aggiunge quello prodotto dalla fiamma utilizzata per fondere la guaina impermeabilizzante. Una combinazione microclimatica dove la temperatura può raggiungere i 75° e immerso nella quale, l’architetto può essere vittima di miraggi o visioni mistiche come l’apparizione del fantasma di Le Corbusier che gli consiglia di fare di quel tetto un giardino tropicale e di piantarci le banane.

Per ovviare a questo inconveniente, l’architetto sceglie di effettuare sopralluoghi alle sei di mattina. Aprendo egli stesso il cantiere mentre ancora tutti dormono.

Un ulteriore sofferenza per l’architetto è esercitare la professione, sfidando il caldo, in luoghi di villeggiatura, attraversando lungomari, scansando gitanti in costume da bagno e ombrellone a tracolla. La sola visione dei quali provoca l’innalzamento della sua temperatura corporea nell’ordine dei 2/3 gradi centigradi.

Per combattere questa sfida, nei giorni torridi, gli architetti più esperti sostituiscono la loro tradizionale ventiquattrore con una borsa termica dove, accanto alle pratiche e al distanziometro, mettono due “siberini” e alcuni litri di acqua e Polase. Inoltre tutte le volte che qualcuno li invita al bar, rifiutano il caffè e assumono bibite ghiacciate utilizzando il contenitore come impacco freddo sulla fronte imperlata.

Eppure la vera sfida contro il caldo, l’architetto dovrebbe combatterla scegliendo le soluzioni tecniche più adeguate: cappotti termici, esposizione e ventilazione degli ambienti, intercapedini, tendaggi e, infine, corretta installazione dell’aria condizionata (si veda: SFIDE: L’architetto contro l’unità esterna del condizionatore). Ma per tutto questo ci sono sempre i capocantieri sapientoni.

In sostanza la sfida contro il caldo è impari e l’architetto la può vincere solo coltivando la virtù della resilienza, nella fondata speranza che prima o poi l’inverno tornerà.

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