LA TELEFONATA

Quello con la telefonata di Sonia era un appuntamento quotidiano.

Tutte le sere, tra le ventidue e le ventidue e trenta, appena terminava di lavorare, Sonia mi telefonava. Aspettavo quel momento evitando di fare rumori, spostandomi con attenzione da una stanza all’altra della casa. Tenendo il volume della radio basso, se occorreva.

Avendo una domanda da farle, quella sera aspettavo con particolare ansia di parlarle.

Tuttavia, forse proprio a causa di quella strana agitazione, quando arrivai dinanzi al ricevitore avevo completamente dimenticato quello che desideravo chiederle.

“Ciao. Non eri in camera?”. Fece lei.

“Ero di là. In salone”.

“Ehi voi, zitti un po’!”

“Che confusione! C’è allegria stasera?”.

“Domani è giovedì. Giorno libero. Festeggiano”.

Mi apparve dinanzi agli occhi la fotografia di quell’interno sera: stavano intorno al tavolo grande della sala, chi seduto, chi in piedi in maniche di camicia, il viso disteso, a litigare sul calcio, bicchieri di birra sollevati, sorrisi circolari. Sonia seduta gambe incrociate sul banco, dietro la cassa, poggiata all’angolo, la testa schiacciata sul ricevitore e due dita a chiudersi l’altro orecchio per ascoltare meglio. Sul fondo, il mio posto vuoto in quello scatto. C’era.

“Salutameli i ragazzi”.

“Come no”.

“Si ricordano di me?”.

“Ancora, si”.

“Manco da Settembre”.

“Aspetta ancora un po’ e si dimenticheranno di te. Tutti quanti”.

“Tra poco torno”.

“Si… tra poco”.

“Che c’è? Non vuoi?”.

“Come non voglio!”.

Seguirono alcuni secondi di silenzio. Ripensai cosa chiederle. Si sentiva il passaggio delle auto, raro, lungo la strada. Le risa sguaiate dei ragazzi. Forse un televisore in sottofondo. Rumori di sedie che strisciavano sul pavimento. Rividi un istante la foto della sala: c’era sempre il mio posto?.

“Ora mi organizzo”.

“Cosa c’è da organizzare?”.

“Non posso partire all’improvviso”.

“Puoi”.

Mi passai il ricevitore nell’altra mano, accompagnai il movimento variando l’inclinazione della testa. Fissai il parato della parete di fronte: c’erano piccoli fiori rossi circondati da rombi su fondo giallo. Mentre ascoltavo il suo respiro, sollevai lo sguardo verso il soffitto bianco. Come se cambiare il punto di vista potesse aiutarmi a ricordare cosa avevo da chiederle.

“Io sono qui. Che aspetto…”.

Cosa avevo fatto di così importante in quei mesi per stare lontano da lei? Cosa dovevo organizzare? Cosa c’era di così grave in questo posto da non poterlo abbandonare neanche per pochi giorni?. Qualcuno aveva passato uno straccio bagnato sulla polvere della mia memoria: mi parve di non ricordare più nulla.

“Da Ottobre sono passati cinque mesi”.

“Cinque mesi”, ripetei.

Avvertii che il tempo, dalle sue parti, scorreva più lentamente, come possedesse un peso specifico maggiore. Invece dalla penombra della mia stanza, quei cinque mesi parevano leggeri, un soffio di vento contro quintali di piombo. Che Sonia aveva accumulato ed ora me li scaricava addosso, tutti insieme.

“Hai ragione… facciamo che vengo dopo il 20”.

“Cos’hai da fare il 20?”.

Avevo preso degli impegni, nulla di eccezionale, ma mi scocciava doverli rimandare o disdire.

“Non ho voglia di aspettare fino al 20”, disse.

“Il 20 arriva presto”.

“Sono passati cinque mesi…”.

“Allora potrei venire prima”.

«Posso», non «potrei». Mi accorsi dell’errore mentre aspettavo una sua risposta.

“Non venire più”. Disse improvvisamente.

“Come?”.

“Non venire più”. Ripeté.

Sentivo che la stanza era diventata strettissima, le pareti si avvicinavano. Il movimento causava la caduta di migliaia di fiori rossi che, staccàtisi dalla carta da parati, mi ricoprivano.

Sonia respirava leggera. Non sentivo nessun affanno. Né concitazione nella sua voce.

“Posso venire domani!”. Sarebbe stato complicato ma sarei partito, senza timore.

“Non venire più!”.

“Vengo per qualche giorno, va bene?”.

“Davvero: non venire più!”.

La stanza era sempre più piccola, avvertivo il soffitto schiacciarmi la testa e togliermi l’aria.

Da quel luogo minuscolo dove ero rinchiuso, tentavo ancora di scorgere il quadro della sala. I ragazzi erano sempre al loro posto e Sonia pure. Ma non c’ero più io. Sparito, come Marty nella foto del film «Ritorno al futuro».

“Mi chiamano. Devo andare”.

“Posso partire di mattina presto, così domani sera ci vediamo”.

“Lascia stare. Non venire”.

“Non chiudere”.

“Mi chiamano”.

Aspettavo da un momento all’altro che Sonia scoppiasse a piangere, era già capitato; che mi dicesse di far presto, di salire sul primo treno e raggiungerla. Immediatamente avrei guardato l’orario, riempito la valigia e chiuso la porta di casa dietro di me; riapparendo nella foto.

Ma non la sentivo piangere. Sentivo solo le voci dei ragazzi, bicchieri che si urtavano, il solito sottofondo di un televisore acceso.

“Lasciami stare”.

“Non chiudere”.

Sapevo che Sonia non avrebbe mai chiuso quella telefonata.

C’era da andare insieme sul lago, visitare Mantova, fare la spesa alla Metro, cantare le canzoni in auto, giocare a tennis, decidere le vacanze estive. Avevo da chiederle se desiderava venire in barca con me, anzi che una piccola barca, se volevamo, potevamo comprarla insieme: ecco cosa volevo chiederle!.

Ora che l’avevo ricordato, Sonia stava chiudendo.

(foto tratta dal sito: bosoneando.blogspot.com)

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