COSIMO “TESTA DI FERRO”

A condizionare il destino di Cosimo, così almeno sosteneva il diretto interessato, fu proprio quel nome così singolare: Cosimo Di Cosimo.

«Come t’è venuto in mente di chiamarmi così?» si lamentava col padre.

«Era il nome di tuo nonno».

«Ma erano altri tempi!».

Cosimo Di Cosimo, il nonno, era scampato alla guerra, fuggendo da un campo di concentramento tedesco. Aveva fatto molti lavori, il muratore, il carpentiere, il fabbro, finché, nel 1956, grazie all’esperienza accumulata, aveva aperto una ferramenta lungo la provinciale, proprio di fronte ad un campo di ortensie selvatiche.

Il figlio di Cosimo senior e padre di Cosimo junior, che si chiamava Costanzo, era cresciuto dietro al bancone dei ferri.

A dieci anni conosceva già tutte le filettature dei bulloni con i relativi dadi, a dodici teneva la contabilità del negozio, e già a diciotto dovette rilevare l’attività perché il padre morì in un incidente stradale. Il furgone col quale trasportava tondini di ferro “da 16”, finì in un fosso del torrente grande.

Costanzo Di Cosimo si rimboccò le maniche: aveva talento ed ebbe subito successo.

Il commercio, sostenuto dal boom economico, andava benissimo.  

Nel 1976, al culmine della carriera, Costanzo ricevette anche il premio di “ferramenta dell’anno”.

Una coppa in alluminio dorato con la scritta incisa sulla base in finto marmo.

Quando nacque Cosimo, il padre giurò che gli avrebbe subito insegnato a riconoscere ogni chiave inglese, le filettature e la misura di tutti i chiodi.

Sognava che anche lui, un giorno, potesse ricevere una coppa dorata o perlomeno una medaglia.

Ma Cosimo non mostrò di essere, esattamente quello che si definisce, un bimbo brillante. Le maestre facevano una gran fatica a spiegargli le cose. In particolare era pessimo in matematica.

Il padre non si dava pace: “Eppure è mio figlio!” si ripeteva lui che a otto anni sapeva già fare le divisioni con la virgola.

I compagni chiamavano Cosimo “Testa di ferro” per via della ferramenta del padre e perché era duro di comprendonio.

Se lui provava a reagire, lo schernivano ancora di più.

Gli dicevano: «Ma dove vuoi andare con quel nome buffo?».

Oppure: «Zitto tu, che hai il nome ridicolo!».

Secondo un interpretazione più complessa, Cosimo non era stupido, ma solamente insicuro. Ed era a causa di quel nome così vulnerabile, gli disse un giorno Maddalena una sua conoscente che studiava psicologia, che aveva sviluppato una personalità tanto fragile.

Quando Costanzo provò a inserire il figlio nella ferramenta di famiglia fu un disastro: confondeva i ganci con le staffe, i giraviti con le brugole. Di affidargli la cassa non se ne parlava proprio, allora lo mise alla macchina per la copia delle chiavi; ma le chiavi che confezionava non funzionavano mai.

Cosimo produceva solamente chiavi orfane di serratura.

Anche quando fu chiaro che Cosimo non avrebbe mai mandato avanti il negozio, Costanzo non cambiò mai l’insegna. Lasciò “Cosimo e figli”. Forse perché sperava di farne un altro.

Ma non accadde.

Fu questo dolore, probabilmente, a causargli la malattia che gli fu fatale.

Alla morte del padre, Cosimo tirò giù la saracinesca della ferramenta e non la rialzò mai più.

Quando venne a mancare anche sua madre, Cosimo scivolò in uno stato di profonda tristezza.

Finché l’inverno di due anni dopo, per provare a tirarlo su, il suo amico Franco lo invitò ad accompagnarlo in un viaggio in Brasile. Franco si recava regolarmente in sudamerica ogni anno. Diceva di farlo perché gli piaceva il posto, per fare surf e ballare la samba.

Ma Cosimo non voleva.

«Lasciami perdere, non c’ho voglia» si opponeva.

Ma Franco non mollava: «Dai! Vieni. Ci sono pure un mucchio di donne laggiù». Lo convinse così.

Alla fine Cosimo andò in Brasile con Franco.

Laggiù, dopo solo tre giorni, incontrò Djalma, una cinquantacinquenne vedova benestante che si innamorò di lui. Un vero colpo di fulmine causato, a detta della donna, da quel suo nome così musicale.

“Realmente muito musical” diceva ridendo.

A Cosimo, Djalma piaceva perché non voleva mai spiegargli niente.

E quando ci provava, lui, magicamente, capiva tutto.

Dopo quattro mesi si sposarono e quando la donna gli propose di aprire una ferramenta nel centro di Belo Horizonte, Cosimo accettò con entusiasmo.

Ah, l’amore!.

Durante la quarantena i familiari di Cosimo, alcune zie e la cugina Natascia, provarono a contattarlo per sapere come andavano le cose laggiù.

Mentre in Italia si diffondeva la pandemia riuscirono a parlargli al telefono.

Cosimo gli disse che, secondo il governo brasiliano, il virus era un invenzione del capitalismo e che in Brasile non sarebbe arrivato mai.

Da allora nessuno ebbe più sue notizie.

Che “Testa di ferro” quel Cosimo!

(#5 continua)

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