SOPRAVVISSUTO

Sono trascorsi già vent’anni da quel giorno.

In vent’anni si cambia lavoro, casa, compagnie. Si viaggia, ci si innamora diverse volte, ci si mette insieme, a volta ci si sposa e ci si lascia. Si dimezza l’efficienza dei nostri sensi: si abbassano le diottrie, si alzano i battiti del cuore. I capelli si fanno bianchi. Cambiano i governi, i confini dei paesi, le abitudini. Si disputano cinque olimpiadi, altrettanti campionati del mondo di calcio. Vent’anni sono, in sostanza, un tempo lunghissimo, tutto cambia; o quasi: alcune cose restano ferme.

Sono vent’anni che mi sento un sopravvissuto. Che soffro, seppure invisibilmente, di questa sindrome silenziosa. Uno strisciante senso di colpa che mi dà insieme ansia e vigore, che mi soffoca eppure mi incoraggia.

Che talvolta sento una voce che mi chiede “perché a lui e non a te?”, alla quale vorrei ancora dare una spiegazione che non chiamasse in gioco il caso, Dio o un disegno preciso del destino che aveva già puntato il dito.

Dal sentirsi un sopravvissuto, ho capito, non si esce. Semmai si convive. Lo si porta con sé in ogni viaggio, in ogni luogo che si visita, in ogni casa che si abita. Lo si confronta con ogni nuova amicizia, lo si misura nel cuore che accelera, in ogni capello bianco, nel succedersi dei campionati del mondo di calcio (che vent’anni fa vincevamo ed ora neanche giochiamo).

Questo perché tengo custodita una parte, la migliore parte, di quel qualcuno che da vent’anni non c’è più. L’ho portata a spasso per il mondo, gli ho mostrato con i miei occhi, che sono stati anche i suoi, i posti più belli, ho condiviso un po’ della mia felicità, paura, immaginazione.

A volte gli ho parlato. Ho provato a fargli delle domande, a cercare un consiglio. Ho scavato nei ricordi, riguardato le foto, letto e riletto righe di diario. Ci siamo chiesti, tutti noi sopravvissuti, come sarebbero andate le cose se non fosse toccato a lui, dove sarebbe adesso, dove saremmo noi, se avremmo continuato a camminare insieme.

Se ne avrei comunque perso le tracce.

Vent’anni senza Fabrizio sono un tempo lunghissimo.

Da sopravvissuto mi chiedo se mi sono meritato tutto questo tempo in più; questa sopravvivenza.

O come e se, posso meritarmela da domani.

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