IL RECUPERO DEL “SAVOLDI”

Giovedì scorso è venuto a mancare, all’età di 79 anni, Beppe Savoldi.

La maggior parte delle persone che leggono non sanno chi è Savoldi: è un privilegio dell’anagrafe.

Savoldi è stato un calciatore molto famoso, nel 1967 vinse la classifica dei cannonieri in serie A. Nel 1975 passò dal Bologna al Napoli per la cifra record di un miliardo e quattrocento milioni di lire. Col Napoli vinse una coppa Italia e una coppa Italo-inglese.

Ma questo non è un racconto su Savoldi calciatore ma su Savoldi icona dell’azienda “Mondo”, produttrice di palloni da calcio che tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 utilizzò celeberrimi campioni come testimonial dei propri prodotti. Tra i prescelti dalla Mondo per etichettare i propri palloni da calcio, Zico, Platini e, appunto, Savoldi.

Il “Savoldi”, il pallone con il faccione del centravanti coi baffi stampato sul bianco tra i trapezi azzurri, rimbalzava in quei giorni nel nostro stadio: il cortile delle “Palazzine”. Il fortunato proprietario, probabilmente omaggiato in occasione di un compleanno o per Natale, ci concedeva quella fortuna senza il timore che, a forza di colpirlo, il faccione coi baffi potesse consumarsi e sparire.

Il “Savoldi” (il pallone, perché delle gesta del calciatore poco ci interessava) divenne il simbolo di quei nostri pomeriggi.

«Oggi si gioca col “Savoldi”» si sentiva dire già dal mattino a scuola. Oppure «c’è il “Savoldi”!» o anche: «Non dimenticare di portare “Savoldi”». Era un lusso per noi bambini avvezzi al canonico e più prosaico “Super Santos”. Giocare col “Savoldi” impreziosiva il nostro doposcuola naturale,
quelle sfide pomeridiane minacciate dall’avanzare della sera, dagli obblighi scolastici, dagli inquilini dissenzienti e soprattutto dalla polizia municipale. In particolare, negli ultimi tempi una giovane, emergente, vigilessa operava in zona. Il suo passaggio costituiva un rischio concreto.

Per questo motivo, sul muretto del piccolo cancello di ingresso avevamo preso l’abitudine di sistemare una sentinella, scelta tra quelli in attesa di giocare. Alla sua prontezza affidavamo il compito di segnalare il sopraggiungere del pubblico ufficiale, con relativa sospensione del gioco e soprattutto occultamento del preziosissimo “Savoldi”.

La tragedia accadde un pomeriggio di marzo del 1983. Era in corso una partita combattutissima e il “Savoldi” rimbalzava tra i muri delle “Palazzine” col suo caratteristico rimbombo, incubo quotidiano degli sfortunati condòmini. Finché un tiro molto violento scavalcò la recinzione del piccolo cancello catapultando il “Savoldi” in strada e poi giù, rotolando, verso il corso principale. Fu fatale, tra sentinella e portiere, quell’attimo di indecisione mentre dal fondo della strada si materializzò come dal nulla proprio lei: la vigilessa.

Lo scatto tardivo del portiere fu vano, la vigilessa si impossessò del “Savoldi” sotto i nostri occhi sconvolti. Era accaduto altre volte che un nostro pallone venisse confiscato, ma la possibilità che avvenisse al “Savoldi” non era contemplata nemmeno nei nostri peggiori incubi.

Fu indetta immediatamente una riunione del gran consiglio delle “Palazzine”. Seduti sul muretto cercavamo una soluzione. Furono messi ai voti vari provvedimenti. Tra le ipotesi quella di presentarsi in lacrime nel comando dei vigili o di affidare ad un genitore la richiesta di restituzione con relative scuse. Ma fu in quel preciso istante che qualcuno scorse la vigilessa ripassare dinanzi alle “Palazzine” e dirigersi verso l’incrocio in compagnia di un collega. Sotto il suo braccio ancora il “Savoldi”, non ancora rinchiuso nella gabbia del comando bensì fieramente esibito come un trofeo di guerra. Sciolto il consiglio, ci fiondammo in strada per seguire il percorso dei vigili, un pedinamento tanto discreto quanto breve.

Vigilessa e vigile si recavano pochi metri più a nord, presso l’incrocio per la statale. Era quello infatti il giorno del passaggio in costiera della gara ciclistica “Giro della Campania – 1983”. Rimanemmo a distanza di sicurezza esaminando la situazione e sperando nel momento giusto. Nel frattempo fu eletto colui che si sarebbe incaricato fisicamente dell’eventuale azione eroica. Ricordo perfettamente che il prescelto fu mio cugino. Aveva coraggio a sufficienza ed indubbia agilità. Sapevamo che avrebbe avuto solo pochi istanti a disposizione, che avrebbe mantenuto il sangue freddo e che il fallimento dell’operazione non era neppure tra le ipotesi contemplate. Il blitz scattò quando il passaggio delle bici sembrava imminente e, per meglio amministrare l’indisciplina dei pedoni curiosi, la vigilessa ripose il “Savoldi” sull’asfalto, poggiandolo alla transenna.   

Fu a quel punto che mio cugino, l’eroico incursore, partì in missione avanzando furtivamente, stile marines, mischiandosi tra la gente per avvicinarsi all’obiettivo. Lo seguivamo col cuore in gola dal marciapiede opposto, gesticolando e sostenendo verbalmente l’impresa. Quando il plotone dei ciclisti comparve dal fondo della salitella, la vigilessa compì il fatale errore di allontanarsi di qualche metro dalla barriera. Mio cugino sbucò come un falco dal mucchio di spettatori, con un balzo piombò sul bordo della transenna afferrò il “Savoldi” e, senza guardarsi indietro, ritornò sui suoi passi sgattaiolando tra la folla. Accogliemmo mio cugino col “Savoldi” tra le mani come un eroe di guerra, sollevammo il pallone come la coppa del mondo, mentre ancora gli attardati rincorrevano il grosso del gruppo. Fu solo a quel punto che i vigili si accorsero che accanto alla transenna il “Savoldi” non c’era più.

Il punto esatto dove avvenne il recupero del “Savoldi”.

Se si potesse misurare, direi che il loro, pure enorme, disappunto non pesava neanche un decimo della nostra gioia.

Il più grande furto del XX^ secolo, sissignori, dico sul serio, degno del migliore Lupin, era stato appena compiuto. Ma in fondo non era stato un furto, solo il trionfo dei buoni sui cattivi, del bene sul male, il nostro ’68. La giustizia che trionfava sull’arroganza del potere.

Quella primavera giocammo altre centinaia di partite col “Savoldi”.

Contro vigili, condòmini, genitori, oscurità e compiti a casa, in quel tempo primordiale in cui avevamo solo dieci anni e mille nemici da sconfiggere pur di giocare a pallone. Un tempo leggerissimo e lontanissimo, finito inevitabilmente nell’oblio.

Ma nessuno ha mai dimenticato quel giorno, quello del recupero del “Savoldi”.

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