Disteso nella sua cassa, sul banco dell’obitorio, con gli angoli delle labbra leggermente piegati verso l’alto e gli occhi socchiusi, il Presidente ieri mattina sembrava voler dire che questa volta l’iniziativa, la più surreale, la meno credibile, l’aveva presa lui.
E che, ci crediamo o no, ci aveva organizzato questo scherzo, questa Epifania al rovescio, per evitare che, terminate le feste, ci annoiassimo.
Non scrivo “coccodrilli” (e questo non lo è) non mi piacciono, sono solo retorica, si finisce sempre a parlare di noi e non del defunto. Ma neppure ce la faccio ad archiviare tutto spingendo i ricordi nel cassetto e nascondendo gli occhi dietro gli occhiali da sole.
E allora, Presidente, se mi concede giusto dieci minuti, mettiamoci di nuovo da una parte e l’altra del bancone del “Bar 52” come accadeva una volta e parliamoci adesso, prima che si spenga l’insegna e si tiri giù la serranda.
Innanzitutto, caro Presidente, questa di morire, lo riconosco, è stata un’idea davvero sorprendente, non originale perché prima o poi si muore tutti, però veramente singolare, diciamo un’«improvvisata», arte pura e contemporanea (quella che la incuriosiva), una performance più stupefacente di tutte quelle che, accanto alla macchina del caffè, negli anni abbiamo congeniato.
Altro che gabinetti nelle aiuole o cubane sulla sedia a sdraio, questa sì che è un’installazione straordinaria ma, se mi consente, col difetto di non essere transitoria.
Forse mi ha sorpreso questa mancanza di programmazione, di un avviso scritto con la sua bella grafia, lei (le do il “lei”, le ho sempre dato il “lei” come si fa con l’arbitro) così saggio, dispensatore di buoni consigli, magari poteva organizzare un po’ meglio, anche a costo di compromettere l’«effetto meraviglia».
Però non mi stupisce affatto, se mi permette l’analisi clinica, che a cedere sia stato il suo cuore. Sono sempre i muscoli più utilizzati quelli che soccombono: i tendini delle ginocchia per i calciatori, i bicipiti per i tennisti, il cuore per i generosi.
Perché anche la generosità è una disciplina, agonistica, tra l’altro tra le più faticose, usurante per quei tessuti che, dai e dai, si logorano e, indebolendosi, cedono.
Presidente me lo dica se pensa che anche ora io stia finendo in uno di quei corto circuito di “scemarie”, come battezzava quasi sempre i miei sconfinamenti, ma ho come la sensazione che stamattina lei volesse anche dirmi che le servisse davvero una pausa. Sbaglio o nei suoi pensieri, c’era qualcosa come un: “…per favore, ora lasciatemi riposare”?.
Certo non la invidio, ma ho pensato che andarsene così abbia un suo gusto liberatorio, si esce di scena e ciao; perché come scrisse Camus, la morte è l’unico rimedio definitivo: ci sottrae ad ogni giudizio. Ci libera da tutti i pareri, le opinioni, le valutazioni. Un attimo prima siamo sottoposti al plotone di esecuzione del mondo ma quello dopo, tutto scompare. Non c’è più nulla da dire, ognuno si porta con sé, oramai irrimediabilmente inutili, i suoi pensieri mai tradotti in parole. E così, questo lo aggiungo io, scompaiono anche tutte le cose “storte”, le ingiustizie, i rimpianti, i fuorigioco non visti, i rigori solari non dati.
Non la trova fantastica come soluzione?.
Per fortuna del suo sorriso buono abbiamo detto molte volte e anche della sua incrollabile pazienza di chi “ne aveva viste tante”. Della sua calma virtuosa, rivelata in quell’inconfondibile passo lento, dell’attrazione fatale per le cose eque e di quella sua preziosa ironia, ruvida quanto basta, pure. Ci siamo detti tutto, o quasi tutto, per fortuna.
Allora scherziamo ancora un po’ sulla morte, lo facevamo di tanto in tanto anche se su quella degli altri, mi rendo conto, era più semplice. Al primo colpo di tosse ammonivamo il sofferente che, in caso di decesso, lo avremmo fatto rotolare fuori dal bar, chè “non volevamo sapere niente”.
Ha visto che, in un paese dove il titolo è inflazionato, sul manifesto le hanno scritto “per tutti o’President”, le faccio notare che la “P” è maiuscola. Come un titolo nobiliare: non tutti i presidenti sono uguali.
Se la consola, valuti che comunque anche restando in vita altri cento anni, nessuno le avrebbe restituito mai, sotto nessuna forma di riconoscenza, tutto quello che ha fatto per questa comunità.
Mezza vita trascorsa in mezzo ai giovani, allo sport, al pallone. Tra auto, pulmini, trasferte infinite, traffico, campi di periferia, pioggia e fango, spogliatoi sgangherati, completini spaiati, puzza di sudore, arbitri disgraziati, tifosi violenti, ragazzini talentuosi o scansafatiche, genitori rompicoglioni.
Per l’affetto, il tempo, i sacrifici e l’esempio donato in questo grande stadio della vita al massimo torna indietro qualche “grazie”, mormorato, se va bene. Per fortuna il nostro cuore ricorda ogni cosa, e mi perdoni se riparlo di «cuore».
Ma poi anche quest’idea di morire in un’ambulanza senza medico, durante una corsa folle verso un ospedale troppo lontano, come le è venuta in mente?.
Provi ad immaginare se fosse successo a qualcun altro, quante ne avremmo dette!. Ci saremmo messi gomiti sul bancone a maledire i politici incapaci, che sulla sanità hanno preso i nostri voti ingannandoci e i morti li terranno sulla coscienza. Tra una brioche e un cappuccino, sarebbe certamente intervenuto qualcuno da un tavolino in fondo alla sala rinforzando gli aggettivi, qualcun altro, complice uno spritz, avrebbe urlato: “è una vergogna”. Nel bar, tempio del cazzeggio per eccellenza, il dibattito sarebbe durato un tempo infinito, scivolando inesorabilmente nella demagogia. Finché io (come amavo fare) l’avrei definita: “l’ultimo comunista romantico”, lei mi avrebbe fulminato con lo sguardo e allora avremmo sciolto seduta e indignazione nella schiuma di un caffè macchiato.
Non si illuda che ora “scappato il morto” cambi qualcosa. Anche se il morto è lei, ma anche se fossi stato io, niente cambierà.
Non finiranno le ingiustizie e nessuno raddrizzerà le cose “storte”. Tanti altri rigori evidenti non saranno concessi.
E’ questa la peggiore notizia di oggi. A parte la sua «improvvisata» di sparire, è ovvio.
Ma in fondo qui e così abbiamo deciso di stare, qui e così siamo stati bene, ci siamo tanto divertiti, tanto scherzato, riso, invecchiato, affaticati.
Ora, col suo permesso, vorrei raccontare a tutti, i nostri aneddoti preferiti. So che il tempo è scaduto ma almeno uno, la prego. Scegliamolo insieme.
Ad esempio di quando in Spagna se non era per lei la polizia avrebbe arrestato tutta la squadra, o anche di quando ci trovammo a naso in su a guardare le guglie della Sagrada Familia, oppure potremmo raccontare di quando girammo un film nel suo bar e lei fece l’attore, ma pure di quando inaugurammo le serate «spiaggiste», oppure ancora, se lo ricorda?, di quella volta che…
(Nella foto: un frame tratto dal filmato “Trafugata l’opera del maestro Soto Mikago”, del 28.07.2011, visibile QUI)
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