RAGAZZI TRISTI

Si radunano in gruppetti di sette-otto unità, occupando i tavolini del bar sotto casa mia.

Ogni sera. Ma non si parlano. O lo fanno poco.

La maggior parte di loro sta solo col proprio cellulare; fissa il microschermo con espressione perduta.

Sono i ragazzi tristi di questa estate.

Hanno dai tredici ai diciotto anni, vestono con i pantaloni alla caviglia e maglie ampie, le femmine hanno tutti i capelli lunghi e gli occhiali, i maschi si rasano il cranio e giocano a pallone fino a mezzanotte nella piazza del paese.

Schiamazzano, incuranti che qualcuno dorma.

Nessuno li ammonisce. Forse perché anche i “grandi” si sono arresi.

Non sono di quelli che amano dire: “alla mia età…”.

Ritengo, viceversa, che i giovani abbiano sempre qualità differenti e che il passato appaia migliore solo perché non può tornare a smentirci.

Tuttavia, “verdi anni” a parte, non provo invidia per questi quindicenni.

E’ una generazione tormentata, indifesa; attraversa i cambiamenti del tempo senza libretto di istruzioni. Sbanda.

Questa primavera sottrargli l’esperienza della scuola è stato un delitto.

Avergli impedito di praticare sport, di incontrarsi, di viaggiare, suonare, correre, abbracciarsi, gli ha inflitto una ferita insanabile.

Ma già prima, i ragazzi del 2020 avevano buoni motivi per essere infelici.

Non hanno più i cortili, non sanno cosa sia una fuga clandestina da una interrogazione, non conoscono l’emozione dell’attesa di una telefonata.

Fanno fatica a rintracciare eroi positivi, guardano programmi televisivi mediocri, hanno perso fiducia nel merito, il timore degli adulti è scomparso come l’autorevolezza dei maestri.

La tecnologia li lobotomizza.

Ed ora, col furto del mare, si dissolve anche l’estate.

Non esiste giovinezza estiva senza il mare.

Nei giorni scorsi, guardavo con amarezza, le transenne che impediscono la discesa in spiaggia dopo le sette della sera. Una follia.

Mentre le persone tornano a radunarsi, in ristorante, nelle case private, per festeggiare una vittoria sportiva o solo a pochi metri di distanza, sui lungomari, qualcuno pensa di confinare il mare all’interno di un orario lavorativo.

Come se il mare fosse un supermercato.

A questo punto è pressoché certo che il virus sia solo un pretesto.

E che il distanziamento sia un alibi per esercitare la brama del controllo. Le famose “Mani sulla città”, Rosi docet, che non hanno mai remore ad allungarsi se i beni sono pubblici.

E’ un mondo triste quello governato da persone tristi.

Che godono nel vederci tutti in fila ad elemosinare un diritto.

Che si beano di militarizzare i costumi e diffondono immagini con proclami deliranti, dove il popolo marcia compatto; recitando un copione surreale scritto in un italiano incerto.

Ma è stata almeno pari alla mia amarezza, la mia gioia ieri, nel vedere ragazzi che di quello stupido divieto non se ne curavano e facevano il bagno al tramonto.

Quello sberleffo al potere, restituisce il volto della meglio gioventù.

Nessuno può star solo … quando si è giovani così”, cantava la Patty nazionale già nel 1966.

E così là, tra le onde, disarmati dal cellulare, li ho ritrovati insieme, allegri, liberi; a vivere finalmente il tempo della loro estate più bella.

Non erano più ragazzi tristi.

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