L’APPARIZIONE

Pochi erano i fortunati che avevano potuto assistere all’Apparizione di casa Antoniello.

Il privilegio era toccato solo al suo compagno di banco Berardi e a Ranucci, detto il “Secco”, che abitava nel palazzo accanto.

Berardi era soprannominato “il viscido” a causa del suo riso sguaiato che accoppiava ad una sgradevole alterigia. Ranucci invece era tanto inaffidabile quanto ossuto. L’aria strafottente lo penalizzava ben più della sua ignoranza. Anche per questo ripeteva la prima classe per la seconda volta

Il capo era Antoniello, un guappo furbo e taciturno. Trascorreva le giornate fermo al suo posto, scarabocchiando qualcosa sull’unico quaderno che aveva.

Per quello che ne sapevamo, l’Apparizione avveniva a casa sua, quasi tutte le sere intorno alle sette. Il primo ad assistervi era stato ovviamente lui stesso; poi aveva sentito il bisogno di condividerla e lo aveva detto a Berardi.

Successivamente era stata la volta del Secco: aveva intuito qualcosa e per evitare che lo rivelasse ad altri, venne inserito nel “giro”.

Io e Antoniello non eravamo amici. Apparteneva all’ala destra della classe che, con noi della sinistra, aveva poco da spartire. Il corridoio centrale divideva l’aula in due schieramenti opposti: nessun moto di solidarietà oltrepassava la corsia, suggerire ad un componente del lato dirimpetto era vietato, ogni notizia o soluzione rimaneva all’interno dei rispettivi recinti.

Tuttavia la voce dell’Apparizione era giunta anche dalla nostra parte. Non per caso: Antoniello in persona faceva in modo che, dall’altra sponda, ascoltassimo i dettagli degli appuntamenti serali.

“Stasera vi aspetto per le sette meno dieci” diceva, senza timore di essere ascoltato, al Secco, mentre Berardi annuiva.

“Non vedo l’ora” rispondeva quello, spiando se eravamo attenti.

“Ssshhhttt!” strillava di proposito Berardi, quell’infame.

La mattina al panificio, li sentivi ridere di gusto e darsi di gomito.

“E’ stato meraviglioso”. Diceva il secco.

“Di più… mitico!” rialzava Antoniello.

“Meglio delle altre volte!”. Rincarava l’infame mentre, come al solito, analizzava le grazie della procace panettiera.

Ogni mattina che passava, i commenti andavano in crescendo. L’Apparizione divenne un tormento per chi, come noi, non aveva accesso alla casa di Antoniello.

Le cose cambiarono inaspettatamente quando, alla terza revisione di matematica, il Secco si trovò sprovvisto contemporaneamente di Strozzi e Di Stefano, i due secchioni dell’ala destra.

“Merde”. Andava dicendo in corridoio.

“Merde. Non son venuti. Proprio oggi!”.

Strozzi era partito con i genitori per la Calabria, dove sua zia era improvvisamente passata a miglior vita.

Di Stefano si era preso gli orecchioni.

“Merde!”. Ripeteva nell’attesa che iniziasse l’ora.

Fabbri, il mio amico più svelto, fu abile a fiutare l’occasione. Io e La Manna fummo pronti a seguirlo. 

Raggiungemmo il Secco davanti alla porta dei cessi.

“Dalla nostra parte si risolve facile” gli disse.

Tutti sapevamo che l’incubo di ripetere ancora l’anno perseguitava il Secco.

La madre gli aveva giurato: “se non passi vai a lavorare nei campi con tuo padre”.

“Ma questo compito ha un costo” lo avvertì Fabbri, che in aritmetica era il più forte.

“Quanto?” chiese il secco.

“Niente soldi… l’Apparizione”.

Il Secco ci rifletté sopra, ma siccome era davvero un disgustoso vigliacco, crollò subito.

“Si può fare. Passatelo e stasera vi porto”.

“Chi ce lo assicura?” dubitò Fabbri. Faceva bene: nessuno si fidava del Secco.

“Tieni questo in pegno”. Disse il Secco sfilandosi l’orologio, un cronografo al quarzo, in acciaio, di un certo valore.

Fabbri esitò, allora il Secco gli afferrò la mano sinistra, gli schiuse le dita e gli assestò l’orologio sul palmo. Quindi gli richiuse il pugno.

Fabbri non disse nulla e si infilò mano ed orologio in tasca.

“Affare fatto!” disse il Secco porgendogli l’altra mano e cercando la destra del Fabbri.

I due se le strinsero. Per quello che poteva valere la sua parola, bisognava fidarsi.

Così, quella sera, sul portone d’ingresso di casa Antoniello eravamo in cinque.

Mi sentivo più ansioso che all’interrogazione di scienze.

Cosa appariva a casa di Antoniello ? Nonostante me lo fossi chiesto mille volte, non riuscivo ancora a darmi una risposta convincente.

Forse una Madonna piangente o un Santo che dispensava numeri fortunati, oppure Antoniello aveva trovato la lampada incantata, che ogni sera strofinava, liberando un mago che esaudiva i loro desideri. Oppure da casa di Antoniello, attraverso una strana combinazione astrale, al tramonto si poteva vedere un arcobaleno diverso o, meglio ancora, un’aurora boreale.

Alle sette in punto Antoniello scese le scale bloccandosi nell’androne.

“Eh no! Loro no!”, disse indicando me e La Manna.

“Loro si!” rispose Fabbri.

“La mano il Secco l’ha stretta a te!”.

“Loro stanno con me”.

 “In tanti non si può”.

“O tutti o niente”

“Allora niente”.

 “I patti si rispettano”. Disse Fabbri voltandosi verso il Secco.

“Gli altri no!” decise Antoniello e ci diede le spalle.

Fabbri fece un passo avanti, andammo per seguirlo ma Berardi ci bloccò. Poi, guardandoci dritto negli occhi, scosse la testa indicandoci l’uscita.

Rimanemmo impietriti nella luce fioca dell’androne, presi di striscio dal fascio blu-neon dell’ascensore, mentre Antoniello, il Secco, Berardi e Fabbri, salivano le scale.

Il giorno dopo Fabbri non disse nulla di ciò che aveva visto. Aveva restituito l’orologio al Secco, li avevo anche visti confabulare a lungo davanti alla vetrina del fornaio.

Forse gli stronzi avevano trovato il modo per ricattarlo. O forse era stronzo anche lui.

Fabbri entrò a far parte di quella comitiva; una sera si ed una no si recava a casa di Antoniello per assistere all’Apparizione. Io e La Manna non gli rivolgemmo più la parola: quando la situazione diventò insostenibile, cambiò persino posto. Andò a sedersi dall’altro lato.

“Ho un segreto da tenere” mi disse traslocando di banco.

L’Apparizione mi tormentò tutto quell’autunno e anche per l’inverno.

Ma in primavera le cose cambiarono.

Il gruppo ancora si incontrava, ma erano più le volte che rimanevano delusi che quelle che tornavano entusiasti. Pure i capannelli in panetteria erano divenuti radi.

Finché dell’Apparizione non si ebbero più notizie. Scomparsa, si diceva.

Il Secco collezionò così tante insufficienze che decise di abbreviare i tempi: abbandonò la scuola e raggiunse il padre che lavorava nei vigneti di un padrone.

Berardi litigò con Antoniello per una faccenda di soldi. Si spostò nella fila avanti; anche se non lo tradì per me rimaneva un’infame.

Un giorno durante l’ora di educazione fisica, Antoniello mi avvicinò.

“Ti interessa ancora?” mi chiese sottovoce.

“L’Apparizione!”

“Se vuoi… stasera puoi venire”

“C’è?”.

“Dovrebbe… ti aspetto per le sette”.

Passai l’intero pomeriggio a pensare se fosse giusto. “Perché io?” mi chiedevo. “E se fosse una trappola?”.

Alla fine decisi di andare: non potevo rinunciare all’Apparizione.

Per la tensione arrivai in anticipo: alle sette meno otto minuti bussai alla porta di casa Antoniello.

Non rispose nessuno. Rilessi la targhetta per accertarmi che la porta fosse quella giusta. Suonai di nuovo.

Finché sentii avvicinarsi dei passi, leggeri.

La porta si aprì lentamente.

E fu in quel preciso istante che compresi quanto fosse sensazionale e mozzafiato l’Apparizione.

Più della Madonna, più del mago della lampada o di un Santo generoso di terni al lotto. Più di un arcobaleno o di un anno intero di aurole boreali.

Da quel varco, come se quella appena spalancata fosse la porta del paradiso, comparve lei.

Una Venere sinuosa e scalza. Con indosso solo un accappatoio di spugna rosa, chiuso sul davanti da un laccio largo che lasciava scoperto l’incastro di piccoli e graziosi seni.

Non meno compiuto era il disegno delle gambe, levigate come marmo di Siena, di un rosa antico e lucido, avanzavano volteggianti mentre minuscole gocce scorrevano lungo i sentieri delle cosce, scavalcando gli ostacoli delle aguzze ginocchia e aggrappandosi ai polpacci, prima di colare sul pavimento.

Sui suoi capelli rosso corallo che, ancora bagnati, le coprivano fronte e spalle, si rifletteva la luce bianca del corridoio.

O forse era lei che emanava la luce.

“Mio fratello è in palestra. Ma ora torna. Avevate un appuntamento?” disse quella Madonna dai capelli rossi dritta in punta di piedi mentre con una mano, reggendosi alla porta, si teneva in equilibrio.

“Non entri?”.

Ogni muscolo del mio corpo si era impietrito. Provai a dire qualcosa ma le mie parole si arenarono nel deserto della gola arida. Finalmente mi mossi spostando faticosamente le gambe con lo stesso sforzo di un lottatore di sumo.

Mi sentivo diverso: come baciato da un’improvvisa sorte.

Era bastato entrare nel paradiso di casa Antoniello per assistere all’Apparizione.

“Stai qua. Finisco di asciugarmi i capelli”.

Capellirossi spinse leggermente la porta che si chiuse alle mie spalle e mi indicò una poltroncina.

Quindi, oltrepassando una porta coi vetri colorati, scomparve nel suo elisio, lasciando dietro di sé il profumo della primavera e gocce di acqua, sapone e perfezione sparse sul pavimento.

Da là, immobile nella mia seduta, nonostante il rumore del phon, riuscivo a sentire Capellirossi cantare, mentre la sua ombra morbida, al di là dei vetri, si muoveva a tempo.

Dopo qualche minuto pensai a Fabbri, al Secco e a quell’infame di Berardi. Avvertì la rabbia salirmi dal fondo dello stomaco fino alle tempie, le mani mi tremavano. Quei tre vili avevano potuto assistere per mesi all’Apparizione di Capellirossi, magari spiandola mentre si faceva la doccia o si rivestiva. Quell’idiota di Antoniello aveva senza dubbio operato un foro in qualche tramezzatura e a turno concedeva la vista della Dea ai zozzi. Magari facendosi pagare.

Lurido fratellastro, indegno di tale sorella!.

Improvvisamente sentii di odiarlo, mi ripromisi che non appena fosse arrivato lo avrei preso a male parole, forse lo avrei picchiato. L’idea che Capellirossi fosse stata spiata per mesi mi innervosiva come fosse la mia di sorella.

Dopo qualche minuto, però, pensai che quella era la mia occasione!. Antoniello ora aveva scelto me. E non, ad esempio, La Manna (al quale, è ovvio, non avrei detto niente). Al diavolo il passato! Da quel giorno ero l’unico ammesso ad assistere all’Apparizione della Venere in accappatoio! Chissenefrega del Secco e di Berardi e vaffanculo pure a quel vigliacco di Fabbri!.

Che se ne stia pure dall’altro lato della classe.

Mentre vagavo per queste congetture, irruppe Antoniello.

“Cazzo fai ?E’ tanto che sei qui? Su sbrighiamoci!”. Disse lanciando il borsone da ginnastica in un angolo dell’atrio.

Poi, strattonandomi, mi trascinò per l’intero corridoio, oltrepassammo diverse porte, la cucina, un bagno, finché fummo nella sua camera. Mi spinse sul letto e chiuse la porta a chiave.

Intanto non sentivo più la voce di Capellirossi e nemmeno il phon. Avevamo lasciato il paradiso quattro vani più in là, per finire nel purgatorio di quella stanza inutile.

Antoniello estrasse immediatamente un cavalletto dall’armadio. Sul treppiede era già montato un binocolo, ne allargò la base e lo piantò davanti al balcone, dopodiché sollevò la tapparella per metà. Quindi prese una sedia, la piazzò dietro al cavalletto e ci si sedette.

Guardò l’orologio: “Cazzo! E’ tardi… ” esclamò.

Subito piantò gli occhi nel binocolo e lo puntò verso il balcone dell’appartamento di fronte.

Mi sporsi per guardare. Su una balconata si aprivano due porte-finestre. La prima era sigillata da una tapparella begie, un’altra, quella dove pareva che Antoniello guardasse, era aperta ma completamente buia. Nell’ombra si distingueva un armadio e la spalliera di un letto.

“Non c’è. Non c’è!”. Mugugnava.

“Chi?”

“Come chi? La panettiera!”.

La panettiera era il sogno erotico dell’intera scuola. Di lei si sapeva che aveva circa quarant’anni, che il marito l’aveva lasciata perché sorpresa nel retro bottega con un amante. Si diceva anche che portasse la quinta di reggiseno, una misura, fino a quel momento, fuori da ogni nostra immaginazione.

Ogni mattino andavamo a comprare le colazioni al suo forno. Pane mortadella e olive per tutti. Lei ci serviva chinandosi sulla vetrina e lasciandoci intravedere la sua abbondanza.

Quindi pescava le olive dalla salamoia sporgendosi ancora di più.

“Quante te ne do?” cinguettava mostrando i labbroni intrisi di rossetto.

Infine, dandoci le spalle, affettava la mortadella lasciandoci col dubbio se portasse o no le mutande.

“La panettiera! Vive là!” disse Antoniello puntando il dito verso la balconata.

Mi parve di vederla mentre avvolgeva il nostro pane nella carta oleata e allungava la sua mano ingioiellata per prendere gli spicci.

“Là si sveste, quando torna dal lavoro”.

Rimanemmo a fissare i vetri della camera di fronte per circa venti minuti. Ma la panettiera non si fece vedere, avveniva così da quasi un mese.

Ma che comparisse o no, non me ne importava niente: a me la panettiera non era mai piaciuta. La trovavo sproporzionata e volgare.

“Puoi tornare se vuoi… riproviamo”.

Da quel giorno tornai a casa di Antoniello decine di volte; la panettiera non apparve mai.

Credo avesse cambiato casa.

Ma io arrivavo sempre dieci minuti prima nella speranza che fosse lei ad aprirmi: Capellirossi.

Che primavera meravigliosa fu quella!.

Prima della fine delle lezioni, Fabbri tornò pure a sedersi accanto a me e là rimase fino al diploma.

Per capirci bastò uno sguardo: in fatto di donne avevamo gli stessi gusti.

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