SFIDE: L’ARCHITETTO CONTRO IL CEMENTO ARMATO

ferri-armaturaTra i tanti antagonisti che gli architetti possono incontrare nell’ambito di un cantiere edilizio, uno dei più ostici è senza dubbio il cemento armato.

Le facoltà di architettura trattano l’argomento “cemento armato” come un fastidioso inconveniente, fornendo a riguardo informazioni base che è saggio conoscere ma che sarebbe più prudente non dover utilizzare, tipo quando la hostess prima del decollo spiega ai passeggeri cosa fare nell’ipotesi che l’aereo precipiti.

In caso di utilizzo di cemento semplice, infatti, l’architetto ce la fa, ma appena sul cantiere compaiono i ferri di armatura, l’architetto, chiaramente in preda a complessi di inferiorità, arretra come gli alpini sul Piave nel 1917. E’ in quel preciso istante che si staglia all’orizzonte, come il fantasma di Kiòkotsu, l’ombra minacciosa dell’ingegnere, comparendo tra l’impastatrice e il cumulo di briccio.

Senza timore di smentita si può affermare che oggi l’architetto è disarmato dinanzi al cemento armato.

Per capire se è in grado di affrontare il cemento armato (da ora c.a.), l’architetto viene preventivamente sottoposto al “Test del tondino” che consiste nella seguente prova: si prende un architetto e lo si posiziona a circa due metri di distanza da un mucchio di ferri di armatura a questo punto gli si chiede di indicare un tondino da 12, o da 14; ha un solo tentativo a disposizione.

Un altro test è quello della comprensione del linguaggio del carpentiere da c.a. che possiede un suo personale vocabolario. Se l’architetto non è in grado di decriptare elocuzioni quali “la molla”, “il moncone”, “il pappamondo” o “l’impasto a 10 sacchi”, è meglio che non intraprenda neanche la sfida.

Ad indebolire ulteriormente l’architetto, è l’oscuro procedimento chiamato “Autorizzazione sismica” indispensabile per ogni tipo di struttura. Si tratta di compilare una serie di moduli, anche più complessi di quelli della S.C.I.A., in triplice copia per un totale di 6 kg. di carta. Allegato a questo faldone vi è un calcolo che, con oscure manovre su coefficienti del terreno e dei materiali, consente al tecnico, in qualsiasi caso, di dire che l’intervento è verificato. Anche se, in realtà, la cosa più importante del faldone è che l’architetto abbia messo al posto giusto tutte le marche da bollo, che non manchi nessuna firma ed ovviamente che ci sia la ricevuta del versamento alla Regione.

Il momento più complicato per un architetto che affronta il c.a., è la collocazione dei ferri, per esempio in un plinto o in un attacco pilastro-trave. La prima difficoltà è far capire al mastro le sue intenzioni e spiegargli il perché di quella disposizione. Tutti i mastri, infatti, tendono ad armare qualsiasi struttura in c.a. nello stesso modo: quattro ferri sotto e due sopra, estraendoli a caso dal mucchio della ferramenta.

Un altro momento complesso è la disposizione delle staffe. I mastri tendono a sistemarli secondo un loro disegno simmetrico o con la regola del “come si fa prima”. Inoltre, per il mastro, i ferri sono sempre in eccedenza, infatti, appena il direttore dei lavori si distrae ne scompare qualcuno. Richiamato vivacemente, il mastro ne aggiunge due, ma sempre nel posto sbagliato.

Questo perché sulle caratteristiche di resistenza c.a. si nutre una fiducia ingiustificata. Non si spiegano altrimenti la realizzazione (abusiva) di pilastri snelli modello obelischi o travi a spessore ai quali vengono affidate campate da hangar aeroportuali.

Ma non solo i mastri vantano speciale confidenza con il c.a., la maggior parte dei costruttori, committenti ed artigiani di qualsiasi fattura, sono convinti di maneggiare facilmente la materia. Di questo se n’è avuta prova all’indomani del crollo del viadotto Morandi, quando circa 30 milioni di italiani erano in grado di spiegare, senza timore di sbagliare, i motivi del collasso della struttura.

Secondo alcune teorie ampiamente diffusesi in ambienti scientifici tipo il bar, la sala scommesse o lo stadio, un buon c.a. sarebbe in grado di contenere spinte di qualsiasi entità terrestri o extraterrestri e sostenere il peso di un pianeta della massa di Urano. Sconfiggere queste dicerie è un altro dei compiti, complicatissimi, dell’architetto.

A volte l’architetto è chiamato a fronteggiare il c.a. anche post-operam per fessurazioni, restauri o perizie. In questo caso, se ha dei dubbi, fa molte foto che poi fa vedere a suo zio, geometra esperto, oppure le mostra in consessi di alto livello culturale, tipo quelli che si formano nello spogliatoio della palestra, dopo le docce.

Se poi l’architetto davvero ritiene di non farcela, di non avere strumenti e pazienza sufficiente allora, con rammarico, convoca un ingegnere. Preferibilmente edile, ma, si sa, un ingegnere è sempre un ingegnere, quindi va bene anche uno meccanico, idraulico o persino elettronico.

L’arrivo dell’ingegnere su un cantiere dove si è alle prese con il c.a., segna in maniera inequivocabile la resa dell’architetto, che si defila e torna solo a collaudo effettuato per fare all’ingegnere la domanda che tutti gli farebbero: “ma che è sto pappamondo ?”

(p.s.: chi lo sa può rispondere alla domanda nei commenti)

Ti sei perso le altre sfide dell’architetto ? Clicca sui link per recuperare!.

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