SIAMO TUTTI D’ARIA

Da quando ho finito di leggere “Come d’aria” (Elliot, 2023) il romanzo di Ada D’Adamo vincitore del Premio Strega 2023, non riesco a togliermi dalla testa l’immagine di quella profonda solitudine di lei, l’autrice, alle prese con due malattie, terribili, la sua ma soprattutto quella di sua figlia Daria.

Perché se è vero che, in fondo, siamo tutti soli, i genitori di un figlio disabile lo sono immensamente di più.

Avere un figlio invalido significa essere soli. Irrimediabilmente, definitivamente soli. Indietro non si torna. Uguale a prima non si torna più”.

Una solitudine scavata nel corpo, lentamente, un pezzo per volta, ma che lascia incolume l’involucro tanto da sembrare invisibile all’esterno.

A questo isolamento ognuno dà il suo contributo, ognuno tira via qualcosa dall’anima. La famiglia che si allontana, gli amici che scompaiono, ogni persona che si incontra quando si scosta.

Una solitudine impietosa, che in tempi di pandemia è divenuta prassi, quando i “fragili” sono stati separati dai “normali”. E così anche coloro che desideravano renderla meno dolorosa, hanno avuto il consenso di scappare, di stare da un’altra parte.

Come d’aria” è una profonda coltellata alla schiena. Anzi le coltellate sono almeno trenta, una per ogni capitolo. Una sequenza ininterrotta di cose che sono andate male, dove piccoli raggi di felicità filtrano dal passato come ricordi sbiaditi, mentre il presente accumula quintali di sofferenza. L’unica redenzione arriva dall’ingenuità dei bambini che non giudicano e che della disabilità hanno un’idea spiazzante.

A scuola, tema di terza elementare, dopo un tuo ricovero in ospedale.

Titolo: Finalmente Daria è ritornata in classe

Orlando: «La classe quando c’è Daria è più felice e più sorridente. Quando ci sei tu pensiamo meglio e con più fantasia e bravura. Tu apri la nostra immaginazione».

Leggendo “Come d’aria” si prova un sollievo dopo l’altro per non essere da quella parte della barricata, a poterci lamentare di cose frivole, fino a vergognarci della nostra fortuna.

Ada D’Adamo, la scrittrice, morta 56enne per un cancro alle ossa, ha ferocemente iniziato a morire 16 anni prima, alla nascita della sua Daria, che una diagnosi mai fatta ha condannato ad una vita da invalida, microcefala, affetta da HPE ovvero l’oloprosencefalia, una parola così brutta che sembra un errore.

Ma è stata la comparsa della sua malattia, un cancro al seno traslatosi alle ossa, che ha spinto Ada, ex ballerina, esperta di danza, a raccontare la storia di una madre e di una figlia che, nonostante tutto, ha amato come il più bello dei doni.

Bella lei, Daria, pur con l’inevitabile deformazione del viso. Una bellezza capace di ingannare le diagnosi, di sfuggire al destino dell’aborto terapeutico, una testardaggine di venire al mondo e di sopravviverci, giorno dopo giorno.

Come d’aria” cita “Lo spazio bianco” di Valeria Parella ma ricorda “Nati due volte” il libro che Giuseppe Pontiggia scrisse per suo figlio affetto da tetraplagia spastica, in entrambi seppur con voce differente, si coglie l’affanno dei protagonisti e l’indifferenza della società. Si avverte il disagio della ghettizzazione e l’importanza del corpo, nel quale riconosciamo di essere vivi e solo attraverso il quale, Ada riusciva a stabilire un contatto con la figlia.

E dal quale, in un’immagine potentissima, lei sente di uscire vedendosi come inquadrata da una telecamera dall’alto, come se quella, quella vita, non fosse più la sua, riproducendo il pensiero di un altro libro citato: “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrere.

Quando ci fa male qualche parte del corpo, cerchiamo di evitare che qualcuno le si avvicini, e talvolta quello che facciamo per il corpo lo facciamo anche per la nostra anima: cerchiamo di non farci toccare”.

Siamo fatti di emozioni e gesti, amore che resta anche dopo di noi, ma fino a quando siamo vivi, senza il corpo non siamo niente.

Siamo tutti Daria. D’aria.

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