LA MADRE DI OGNI CONGIURA

Lee alzò la leva e tirò indietro l’otturatore.

Il presidente reagì, alzò le braccia, i gomiti alti, in fuori.

All’improvviso c’erano piccioni dappertutto, sfrecciavano giù dalle grondaie e volavano verso ovest.

Lo sparò risuonò nel piazzale, secco e nitido.

Il presidente aveva i pugni stretti vicino alla gola, le braccia piegate in fuori. Lee spinse avanti l’otturatore e abbassò la leva. Ora la Lincoln si muoveva più lentamente. Era quasi immobile.

Ferma, indifesa, nella strada, a ottanta metri dal sottopassaggio.

Pronta sulla linea di fuoco”.

E’ venerdì 22 novembre del 1963, a Dallas in Texas sono le 12.30 e la Lincoln Continental con a bordo il 35° presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, sua moglie Jaqueline, il governatore dello stato John Connelly e la consorte Nellie, sta sfilando lungo Houston Street. La vettura non procede per Main Street ma tira dritta fino a svoltare a sinistra introducendosi, nonostante il percorso ufficiale non lo preveda, in Elm Street e passando proprio di fronte al deposito dei libri della Texas School.

Là, ad una finestra del sesto piano dell’edificio, imbracciando un Mannlicher-Carcano, fucile di fabbricazione italiana, è appostato, Lee Harvey Osvald, 24enne ex marine, di simpatie castriste e filo sovietico. Approfittando del rallentamento del corteo dovuto alla curva, Osvald spara 3 o 4 colpi in direzione dell’automobile di Kennedy. Con il primo dei proiettili ferisce il governatore Connelly e colpisce alla gola il presidente, con il secondo centra Kennedy al cranio.

Osvald viene arrestato in un cinema in Jefferson BD. circa 80 minuti dopo. Durante la fuga commette l’omicidio di un agente di polizia che lo aveva fermato per un controllo.

Nel frattempo, alle 13 ora locale, è stata già dichiarata la morte del presidente Kennedy, spirato durante il trasporto al Parkland Memorial Hospital.

Questa è la versione ufficiale dei fatti avvenuti quel giorno a Dallas, confermata dal rapporto Warren, che stabilì come Lee Osvald fosse l’unico attentatore del presidente Kennedy, rifiutando qualsiasi altra versione alimentata anche dalla morte di Osvald avvenuta due giorni dopo l’arresto, per mano del proprietario di alcuni night club, Jack Ruby, che riuscendo ad introdursi incredibilmente nella stazione di polizia durante il trasferimento di Osvald alla prigione della contea, lo sparò a bruciapelo, dinanzi agli obiettivi delle cineprese, in diretta tv.

A distanza di più di sessant’anni, l’assassino di John Fitzgerald Kennedy, rimane uno dei più grandi misteri della storia contemporanea. Ma, soprattutto, prima ancora dello sbarco sulla luna e dell’«11 settembre», rimane la madre di ogni congiura, il capostipite di tutti i complottismi, il più elaborato, misterioso, letterario.

Don De Lillo, uno dei maestri della narrativa americana, nel 1988, dopo aver a lungo studiato le migliaia di pagine del rapporto Warren, pubblicò uno dei suoi romanzi più straordinari: Libra.

Il libro inizia, idealmente, dallo sbarco nella cosiddetta “Baia dei porci” nel golfo di Cazones nella zona sud-occidentale di Cuba nell’aprile del 1961, tentativo fallito di ribaltare il regime di Fidel Castro da parte di esuli cubani con l’appoggio della CIA. Architettato sotto la presidenza Eisenhover, ma avvenuto dopo tre mesi dall’insediamento di Kennedy. Da quel momento in poi, una serie di circostanze portano l’Agenzia ad elaborare un piano per spingere gli Stati Uniti ad invadere l’isola cercando di creare un incidente fatale.

E così le storie di una serie di personaggi legati ai servizi segreti e quella di Lee Osvald procedono in parallelo, fino ad incontrarsi a Dallas in quell’autunno. In quei due anni quello che la CIA progetta all’inizio e che doveva essere un mancato attentato, al massimo il ferimento di un agente, si trasforma in qualcosa di irreversibile.

Ma secondo la ricostruzione di De Lillo, Osvald non fu il solo a sparare quel mattino a Dallas. Troppo rischioso consegnarsi alla sua mira, meglio affidarsi a mani più esperte; tuttavia Osvald rappresentava il colpevole perfetto, il suo profilo coincideva precisamente con quello del cospiratore solitario e gli indizi, lasciati preventivamente in giro, ne facevano un capro espiatorio senza possibilità di appello.

Anche per De Lillo Osvald è perfetto nel ruolo: lo segue nei suoi vagabondaggi. La diserzione, il viaggio in Finlandia e il passaggio in Unione Sovietica, il suo lavoro da operaio a Minsk, il matrimonio con la russa Marina, il ritorno negli Stati Uniti, il tentato attentato al generale Walker, il viaggio in Messico, infine il lavoro presso la Texas School Book. Ma anche il rapporto con la madre e il fratello, la passione per il marxismo e le armi, l’egocentrismo, la paternità. De Lillo ha la facoltà di trasformare un assassino in vittima, un carnefice in una preda. Un reietto in un protagonista. Alla fine dispiace che muoia lui, non Kennedy.

Pensò alla faccia mite del ragazzo che aveva sposato, l’americano inatteso che l’aveva invitata a ballare. Era quasi paffuta, allora, arrossata dal freddo, con i capelli divisi dalla scriminatura, i vestiti ben stirati. Era ancora più ordinato di lei, molto ordinato quando si infilava a letto, ordinato in ogni sua abitudine”.

Ma il piano, contro Kennedy (e persino contro Osvald) così scientificamente elaborato sarebbe stato meno vulnerabile se su una delle collinette erbose di Dealey Plaza non ci fosse stato Abraham Zapruder, il sarto che girò un filmato in 8mm che fu alla base di tutte le inchieste successive. La visione del filmato di Zapruder alimenta i dubbi che quel giorno a puntare l’obiettivo su Kennedy ci fosse solo Osvald. Il numero di colpi che si registrano e il tempo occorrente per spararli fa pensare che i cecchini fossero più di uno. Questa è anche la teoria che Oliver Stone espose in “JFK – un caso ancora aperto” film del 1991, doppio premio Oscar (più sei nomination) e che in qualche modo riprende le ricostruzioni di Don De Lillo.

Lassù c’era qualcuno, su un piedritto, con una cinepresa puntata verso di lui, e l’uomo col maglione bianco, che ora teneva le mani sospese all’altezza della cintura, pensò che avrebbe dovuto cadere a terra subito.

Una luce nebbiosa intorno alla testa del presidente. Due spruzzi di tessuto bianco-roseo che spuntavano da quella nebbia.

La cinepresa filmava”.

Libra non è un semplice romanzo. E’ un monumento della letteratura americana, un eccellente opera di De Lillo che segue, senza calare in qualità, “Rumore bianco” considerato, giustamente, il suo capolavoro.

Don De Lillo (New York, 1936)

Libra è un labirinto di storie maledette, un dedalo ostile, maniacale, psicologico, infine avvincente. E De Lillo è un maestro di quel genere che la critica ha definito “postmoderno”. Scompone la storia, la frammenta in mille episodi che mescola entrando e uscendo dal corpo e dalla testa dei personaggi. Sposta avanti e indietro il tempo della narrazione ignorando la cronologia, usa la voce fuori campo senza essere didascalico, ribattezza i protagonisti, li lascia là, sospesi nella piega di una pagina, li perde e li ritrova. La sua scrittura è ipnotica e “televisiva”, la sua “maniera” di racconto invasiva, avvolgente, furiosamente macchinosa, ma la destrezza con la quale elabora le informazioni e le inserisce nelle ricostruzioni di fantasia, o viceversa, è da manuale. Ed è proprio questa complessità, ed il modo in cui come la maneggia, che fa impallidire la quasi totalità dei romanzieri contemporanei.

Libra è quel tipo di libro che Sandro Veronesi non poteva evitare di inserire nella collana “Americana” attualmente in uscita col Corriere della Sera.

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