LO SCRITTORE

Ho frequentato un laboratorio di scrittura.

Confesso, l’idea di scrivere un libro mi attraeva.

Ci vedevamo una sera a settimana, di giovedì.

Il corso si teneva in periferia, in una delle tre sale di un centro sociale, nelle altre due si tenevano corsi di yoga e sedute di alcolisti anonimi.

L’insegnante era uno scrittore sulla sessantina. Con uno pseudonimo aveva pubblicato un solo libro, nel 1985, con il quale era stato finalista al “Premio Campiello”.

Quell’exploit gli aveva consentito di firmare un contratto con una grossa casa editrice ma mentre scriveva il suo secondo romanzo aveva smarrito l’ispirazione, arenandosi miseramente.

Aggredito dalle paure tipiche degli scrittori era finito in una profonda depressione che aveva combattuto assumendo numerosi farmaci.

Finché, sfiancato dagli ansiolitici, aveva deciso di accantonare temporaneamente la scrittura e di intraprendere un percorso disintossicante.

Fare l’insegnante di un laboratorio di scrittura faceva parte della riabilitazione.

Con l’aria sempre accigliata, arrivava puntualissimo col suo borsalino beige e una sigaretta sospesa tra l’orecchio e la tempia.

Sedutosi al suo posto, iniziava ogni lezione con lo stesso ammonimento: “Ricordatevi: scrivere un libro è difficile. Molto difficile…ci vuole tanto coraggio”, quindi ingoiava una pasticca di «nonsocosa», distribuiva delle fotocopie e chiedeva ad uno di noi di leggere.

Si trattava di brani di scrittori famosi: Calvino, Hemingway, Pavese, John Fante, Azimov. Chiudendo gli occhi, restava in ascolto come in contemplazione.

Pareva assaporasse ogni frase, ogni singola parola.

Al corso, oltre me, eravamo in sei.

Tutti maschi. Tranne Silvia, una ragazza che non era iscritta e che nutriva una sorta di devozione nei confronti dello scrittore.Lo chiamava “maestro”. Nessuno poteva concedersi quella confidenza, tranne lei.

Maestro” gli diceva “di cosa ci parlerà stasera? Su quale argomento terrà la sua lezione?

L’allievo più motivato era senza dubbio Bruno,un professore di latino e greco che sognava di entrare nel mondo della letteratura. Ci sperava nonostante avesse già sessantaquattro anni. “D’altronde Camilleri ha iniziato a pubblicare a settanta” si consolava.

Una sera lo scrittore si alzò lentamente lo raggiunse e gli disse: “Per fare letteratura bisogna avere o un’altissima opinione di sé o una bassissima della letteratura o entrambe le cose”. Poi, come afflitto, tornò a sedersi.

Dopo la lettura del brano lo scrittore chiedeva i nostri pareri. A turno prendevamo la parola cercando di dire qualcosa di intelligente.

Lo scrittore, piegato in avanti, poggiava il mento tra i palmi delle mani aperte e ci ascoltava attento. Intuendo il suo tormento, balbettavamo, temendo di fare brutta figura.

Tutti tranne Leonardo, un giovane anarchico, sfacciato, occupatore di immobili sfitti eautore di volantini rivoluzionari nonché di bravate oltre il codice penale. Lo scrittore lo incoraggiava ad abbandonare gli slogan e ad inseguire la profondità, gli diceva: “Lasciati andare, non frenarti, coraggio, lasciati andare”.

Terminato il giro, lo scrittore ci invitava a mettere per iscritto le nostre considerazioni. Indicava l’orologio alla parete e esclamava: “Avete mezz’ora… coraggio…”. A quel punto lentamente si sollevava dalla sedia e si avviava all’uscita dove si accendeva quella sigaretta traballante.

Silvia lo accompagnava “maestro” gli sussurrava “vengo con lei”. Fumavano insieme.

Fittamente chiacchieravano.

Una sera mentre erano là lo scrittore ebbe un cedimento e scoppiò in lacrime. “Ecco” pensai “un uomo celebrato, uno scrittore dotatissimo, terrorizzato dalle aspettative”.

Silvia lo reggeva, poi gli parlò all’orecchio. Da dentro, attoniti, seguivamo la scena.

Finché lo scrittore si riprese, si asciugò il pianto e lentamente rientrò.

Diego, il poeta, tra di noi era l’unico ad aver pubblicato qualcosa. Una raccolta di poesie dal titolo «La fine è vicina» che aveva venduto a suo dire, ben 400 copie. Erano versi intrisi di sofferenza che non volle mai declamarci, li trovava mediocri.

Solo lo scrittore comprendeva quei patimenti. Diceva: “Non esiste maggiore pena per uno scrittore che leggersi”.

Al termine della prima lezione lo scrittore ci divise in tre coppie e ci assegnò un «tema d’anno». “Da oggi proverete a scrivere un breve romanzo” ci disse. “Scegliete voi il genere e lo stile”.

La sorte mi abbinò a Romeo, un quarantenne che frequentava anche il corso per alcolisti anonimi dove gli avevano consigliato di tenere un diario sulla riabilitazione.

Lui tergiversava, avrebbe voluto mantenereil riserbo.

Vorrei restare anonimo…” rifletteva.

Lo scrittore lo prese da parte e gli sussurrò: “Ciò che è realmente accaduto deve cedere alla disonestà del narratore perché il racconto diventi vero”.

Decidemmo di vederci di sabato mattina. L’accordo non fu semplice. Io volevo scrivere un giallo a tinte fosche, mentre Romeo, convintosi, intendeva inserirci la sua vicenda personale di bevitore. Ci trovammo a metà strada: il protagonista sarebbe stato un poliziotto di nome Walter in lotta contro un killer alcolista.

Bella trama!” esclamò lo scrittore “Coraggio! Non fermatevi, andate avanti!”.

Scadutoil tempo, potevamo leggere ad alta voce le nostre considerazioni.

Si offriva sempre Stefano, un anziano in fuga dalla moglie. Non aveva nessuna ambizione letteraria, proprio non era capace. In compenso era un ottimo oratore.

Lo scrittore lo giustificava: “La scrittura è una forzatura, non ha nulla di naturale. La voce no. E’ emisfero sinistro del cervello.E’ istinto. E’ vita…”.

Stefano fu abbinato a Bruno. I due trovarono subito un’intesa e scelsero di scrivere un racconto sul tema della vecchiaia. Parlavano tanto, discutevano, litigavano ma scrissero poco.

Invece lo scrittore voleva che noi ci provassimo continuamente. “La scrittura è come il tennis” ripeteva “bisogna tenersi sempre in allenamento”. Così ogni volta ci assegnava un tema diverso.

Ci spinse a scrivere sulla felicità, sulla famiglia, sul passato, sui nostri ricordi…

Coraggio! Bastano due cartelle” diceva senza celare la sua inquietudine.

Una sera,giunto in anticipo, lo sorpresi al corso di yoga, seduto sul pavimento a gambe incrociate e occhi chiusi, che respirava profondamente. Sembrava finalmente rilassato.

Prima di congedarci leggevamo le nostre due cartelle.

Sulla libertà Leonardo scrisse un racconto potentissimo. Tutti si commossero. Anche lo scrittore. Asciugandosi le lacrime si alzò dal suo scranno e andò a stringergli la mano. Ci fu anche un piccolo applauso.

Leonardo ringraziò tuttima da quel giorno sparì. Venimmo a sapere che era dovuto espatriare per sfuggire all’arresto.

Ha avuto coraggio, si è lasciato andare” commentò lo scrittore.

Allora Diego continuò da solo e alla fine compose un poemetto su un rivoluzionario che vuole cambiare il mondo, ci prova con tutte le sue forze ma fallisce e alla fine muore.

Lo scrittore abbozzò un complimento, ma si vedeva che mentiva.

Le poche pagine di Stefano e Bruno erano mediocri e furono cestinate immediatamente.

Il nostro manoscritto, viceversa, fu apprezzato. Lo scrittore ci fece i complimenti e ne conservò una copia.

Silvia non scrisse mai una riga. Era una psicoterapeuta. Era lì per fare pratica.

Al termine del corso ci salutammo con affetto, formulandoci le tradizionali promesse di rivederci, di andare a bere una birra insieme o di rifare l’esperienza.

Tuttavia nulla di questo accadde.

Dopo un paio di settimane decisi di uscire anche dal gruppo whatsapp che avevamo formato per scambiarci opinioni durante il corso. Nonostante l’esperienza fosse conclusa continuava a brulicare di messaggi, immagini di gatti e inviti ad eventi di nessun interesse.

Questo accadeva esattamente un anno fa.

Da allora non ho più frequentato laboratori di scrittura.

Ho pensato che non facciano per me e che lo scrittore avesse ragione: scrivere un libro è difficile, davvero difficile.

Però mi ha aiutato a capire molte cose.

E mi sono iscritto a yoga.

P.S.: Oggi sono passato per il centro e in libreria c’era la presentazione di un nuovo romanzo.

Nella vetrina, lo pseudonimo dello scrittore era stampato a caratteri cubitali. Accanto, in una foto, un suo sorriso raggiante spuntava sotto la tesa del borsalino beige.

Finalmente” ho pensato “Ce l’ha fatta. Ha trovato il coraggio”.

Mi sono avvicinato per leggere bene.

Il titolo del libro era scritto in giallo, corpo 22 su campo nero.

Ed era: “Il commissario Walter contro l’assassino dell’alcolista”.

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(Alcune dei testuali in corsivo sono tratti liberamente da “L’umanità è un tirocinio” di D. Starnone – G. Einaudi ed.)

(Nell’immagine: L.O. Pasternak “I tormenti del lavoro creativo”, s.d.)

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