L’ARCHITETTO E IL CLIENTE CHE FA DA SE’

tuttofareForse non tutti sanno che il famoso detto “chi fa da sé fa per tre” è stato coniato per definire il cliente dell’architetto che fa da sé (il cliente fa da sè, non l’architetto). Infatti questo pericolosissimo committente non solo fa per conto suo, ma anche per la ditta esecutrice e per l’architetto. E’ uno e trino ed è pericoloso non il triplo bensì al cubo, rispetto ad un cliente normale.

Per l’architetto è abbastanza semplice riconoscere un cliente che fa da sé (da ora FSD); nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di ex-muratori in pensione o artigiani tuttofare che si occupano di piccole manutenzioni in tutti campi dello scibile umano. Quando un cliente FDS commissiona un lavoro all’architetto già sa esattamente cosa e come si deve fare, a volte porta già il progetto pronto, disegnato a penna su fogli di carta millimetrata. In genere in questi grafici si può notare il fenomeno del muro smaterializzato, ovvero rappresentato da una linea, con evaporazione degli spessori sia in pianta che in un eventuale, rarissima, sezione.

Durante questa fase, il cliente FDS si dimostra assolutamente insensibile a qualsiasi correzione e/o consiglio dell’architetto; se quest’ultimo insiste nel volergli spiegare con calma alcuni particolari del progetto, il cliente FDS, in genere, fa finta di approvarli (ma solo simbolicamente) quasi tutti, annuendo come se la faccenda gli riguardasse si, ma fino ad un certo punto. A questo punto l’architetto comprende che lui è stato chiamato solo per fare le carte, quelle famose “quattro carte” purtroppo necessarie per la burocrazia e solo per questo verrà, ovviamente pochissimo, pagato.

In realtà l’unico motivo per il quale il cliente FDS si rivolge all’architetto è perché “vuole stare a posto”, naturale conseguenza di tutte le ordinanze di demolizione, rimessa in pristino, cause con il condominio, avvisi di garanzia e visite di vigili urbani, accumulate durante gli anni di lavoro in assoluta anarchia.

Al momento di indicare l’impresa edile che realizzerà i lavori, il cliente FDS dichiara di essere autosufficiente ma che, sempre a causa di questa maledetta burocrazia, si farà imprestare una firma con timbro da un amico imprenditore che ovviamente non saprà mai di cosa si tratta e in quale guaio è stato coinvolto a sua insaputa.

Il cliente FDS tempesta di telefonate l’architetto per sapere quando potrà, finalmente, iniziare i lavori; nel frattempo si procura tutto il necessario: attrezzature, materiali, finiture ecc.; inoltre assume coattivamente/verbalmente un nipote, un giovane amico o un extracomunitario che avrà il compito di fargli da spalla per i lavori più faticosi e meccanici, tipo il trasporto dei materiali o l’impasto del cemento.

Appena l’architetto gli comunica il “via”, il cliente FDS parte a razzo, da quel momento in poi, il progetto comprensivo delle autorizzazioni del caso, insieme alle raccomandazioni più basilari, le norme di sicurezza e il comune buon senso, viene assolutamente accantonato. Quando l’architetto arriva per la prima volta sul cantiere, fossero anche solo passate poche ore dal momento del “via”, trova una serie di innovazioni frutto della fantasia e dell’immaginazione del cliente FDS, che già da sole costituiscono motivo di variante o di immediate dimissioni del direttore dei lavori. Questa scena delle varianti inattese si ripeterà tutte le volte che l’architetto visiterà il cantiere. In zone a vincolo paesaggistico, il cliente FDS per l’architetto rappresenta una minaccia costante e concreta di essere rinviati a giudizio e condannati da 9 a 18 mesi di reclusione (pena sospesa).

Ogni tentativo dell’architetto di dare indicazioni durante i lavori scivola addosso al cliente FDS come acqua insaponata, lasciandolo assolutamente indifferente. Il solido teorema sul quale il cliente FDS poggia le sue convinzioni è che lui avendo lavorato nel ramo edile per almeno 30 anni (o essendoci ntato dentro: si pensi ai figli di costruttori ad esempio) conosce molte più cose dell’architetto che, ammettendo pure che abbia studiato, non sa niente delle “cose pratiche”. Questo gli conferisce il privilegio di trattarlo con assoluta sufficienza, atteggiamento molto pericoloso perché, con il passare del tempo, viene assunto anche dal complice coatto del cliente FDS che non ne sa assolutamente niente di edilizia però sente, nel giro di poche settimane, di aver imparato abbastanza (evidentemente per induzione), per ignorare anch’egli l’architetto. L’unico antidoto al cliente FDS è presentarsi in cantiere con un geometra molto anziano, magari in pensione, che per motivi anche anagrafici riesce ad ottenere udienza ed estorcere anche un filo di ragionevolezza.

Di solito i cantieri dei clienti FDS si concludono, se si concludono, con evidenti difformità e con gravissime falle costruttive, circostanza che costringe l’architetto ad elaborare un nuovo progetto per correggere gli errori precedenti poiché, formalmente, sono anche di sua responsabilità.

Questo mette in moto un meccanismo infinito, dal quale l’architetto si libera solo con decisioni drastiche o a causa di (ma sarebbe meglio dire, grazie a) eventi definitivi, sui quali però non è il caso di scendere nei particolari.

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