IL COLIBRI’ VOLA AL CINEMA

Nell’eterna lotta tra il romanzo ed il film, raramente vince il film.

Anche se i registi , e probabilmente gli attori, sosterranno il contrario, la carica immaginifica di un libro, se ben scritto, lascia nella fantasia una quantità superiore di immagini, come un sogno che continua a fermentare nel tempo. A differenza del film che fissa sullo schermo una visione, ma spesso senza averne la medesima potenza.

E’ ciò che la maggior parte delle persone (me compreso) avrà pensato dopo aver visto “Il Colibrì” il film di Francesca Archibugi tratto dal romanzo vincitore del Premio Strega 2020 “Il Colibrì” di Sandro Veronesi.

Ma per maturare tale convinzione, in questo come nella stragrande maggioranza dei casi, occorre leggere (io sostengo: preventivamente) il romanzo penetrando e provando a comprenderne la varietà e la complessità dei temi trattati.

D’altronde la qualità migliore del Veronesi scrittore è proprio il saper legare in una storia sola una serie di aspetti dell’esistenza, a volte molto differenti, senza sembrare un accumulatore seriale di pretesti, dote che ne fanno un ispiratore perfetto per il cinema. (prima di questo sono diventati pellicole già i suoi: “La forza del passato”, “Gli sfiorati” e “Caos calmo”).

Ma, forse, raramente come in questo caso, portare al cinema un romanzo era impresa ardua.

La storia dell’oculista Marco Carrera, sposato con una donna scampata (come lui) allo stesso disastro aereo, ma eternamente innamorato della ragazza con la quale trascorse l’estate durante la quale la sorella morì suicida, abbraccia un arco temporale così ampio e costellato di incroci, cadute e ricadute che due ore sono obiettivamente un tempo troppo breve.

L’incedere dei fatti è magistralmente descritto da Veronesi, nella letteratura degli episodi singoli: l’eterno rapporto epistolare con l’amore mai consumato, l’incrollabile senso di colpa in contrasto col fratello emigrato in America o gli incubi infantili della figlia che avverte la spaventosa assenza del padre.

Un continuo equilibrio tra nostalgia e razionalità. Una sintesi impossibile, scintilla di ogni incendio sentimentale.

Così è la tenacia, o forse la vigliaccheria, del protagonista a resistere ad ogni turbolenza, come farebbe un colibrì col suo battere accelerato delle ali, la vera materia di ognuna della singole storie.

La Archibugi, nel tentativo di rimanere il più possibile fedele al libro, inserisce tutti gli elementi ma senza la possibilità di scavare nel fondo di ogni turbamento. Favino, sempre mattatore, è obbligato a recitare ogni scena da solista per tenere insieme il racconto tra continui flashback che rischiano di disorientare lo spettatore non lettore.

Accanto a lui una serie di ottime attrici: Kasia Smutniak, Berenice Bejo e Benedetta Porcaroli con Nanni Moretti, lo psicologo che dà voce alla sua coscienza.

Tutti impegnati a dare al protagonista un significato ad ogni scelta, rinuncia, errore commesso in vita, prima che sia troppo tardi.

Ma quello che nel libro si fa genere, nel film tende a trasformarsi in maniera.

Probabilmente sarebbe stato utile rinunciare a qualcosa per fare de “Il Colibrì” un film memorabile.

Come lo è il libro.

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