IL CAPRICCIO

Quanto tempo occorre affinché un luogo si faccia memoria? Cinquant’anni ? Un secolo ? Due?.

Italo Calvino diceva che “Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio (…) luoghi di scambio (…), ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi”.

E’ una riflessione che occorre fare tutte le volte che ci si assume la responsabilità di modificare luoghi entrati nell’immaginario collettivo parte dell’iconografia cittadina.

A Minori, sulla costa d’Amalfi, si discute sull’opportunità di traslare la Fontana dei leoni dal lungomare California a piazza Umberto I, rimettendola laddove era originariamente e dove rimase fino al 1923.

Fu allora che venne smontata e rimontata in prossimità della parete rocciosa ad est per far spazio al monumento ai caduti della prima guerra mondiale (a sua volta spostato in piazza Cantilena nel 1949).

Oggi non esiste nessun vivente che conservi un ricordo della Fontana dei leoni posizionata in piazza Umberto I. Le testimonianze sono affidate alle poche foto dell’inizio del XX secolo e alle prime cartoline.

Ad un valore artistico piuttosto modesto la Fontana dei Leoni controbatte con un elevato valore affettivo.

In sostanza è formata dalla composizione di tre parti distinte.

La vasca fatta da una serie di pezzi in pietra lavica, molti dei quali scheggiati, alcuni spezzati. La colonna centrale, porzione di una ben più grande colonna, ma frammento non documentabile né come provenienza né data.

E i leoni, forse la testimonianza scultorea più antica presente sull’intero territorio della cittadina costiera.

Secondo la datazione dello Schiavo (“Monumenti della costa d’Amalfi”, Roma 1941) questi sarebbero databili tra l’XI e il XII secolo e, prima di divenire bocche d’acqua, erano probabilmente posizionati proprio all’ingresso della cattedrale di Santa Trofimena, come accadeva sovente per le chiese,  a titolo di ammonimento per chi entrava. I due leoni sono senz’altro precedenti a quelli, simili, del pulpito del Duomo di Ravello e coevi a quelli posizionati nel quadriportico della cattedrale di Salerno.

Circa la datazione della fontana (anche detta “moresca” dallo stile dei leoni) invece, ci vengono in aiuto le viste storiche della cittadina.

La si scorge per la prima volta in una veduta disegnata dal F.B. De Mercey nel 1828 e successivamente litografata per una guida turistica. De Mercey, pittore francese, mostra la parte ovest del litorale con la Torre del Paradiso e la fontana probabilmente a quel tempo utilizzata come lavatoio, per l’assenza dei leoni.

In una vista precedente, del 1806, a firma dell’artista tedesco K. Ludwig Kaaz, la fontana sembra non essere presente.

Dall’alto: C.L. Kaaz “Minari in der provinz Salerno im Neapolitanischen” incisione, 1806 – F.B. De Mercey – panorama di Torre Paradiso, 1828

Curiosamente, circa mezzo secolo dopo, il pittore inglese William J. Ferguson dipinge con la tecnica dell’acquerello lo stesso scorcio, concentrandosi sui particolari degli edifici ed eliminando la fontana dal panorama.

W.J. Ferguson – Marina di Minori, 1874 (da: M. Ricciardi “La Costa d’Amalfi nella pittura dell’ottocento”, Salerno 1998 –

Nelle prime cartoline “viaggiate” si osserva la fontana posizionata sul bordo della spiaggia. La prima immagine in primo piano della fontana è datata 1915, una donna riempie un orcio, si osservano i leoni che danno le spalle al mare. Si tratta dell’immagine che attualmente è stata stampata anche sul cartello di cantiere.

Mancando del tutto la passeggiata del lungomare, la strada rotabile, di larghezza molto ridotta rispetto all’attuale, si infilava all’interno della piazza del paese e proseguiva passando in angolo, tra “Palazzo Zizzi”e “Palazzo Cantilena”. Piazza che assunse la denominazione attuale solo nei primi anni del XX secolo, a seguito dell’assassino del re Umberto I (29 Luglio 1900) prima di allora era detta “Del popolo”.

da “C’era una volta un paese” – L. Di Lieto, 1980

La fontana divenne un ingombro quando nel 1922 il Comune accolse la richiesta di un comitato che intendeva realizzare un monumento ai caduti minoresi della “cruenta e vittoriosa guerra”. Monumento che fu inaugurato, come detto, tra la fine del 1923 e l’inizio del 1924.

E’ probabile che la fontana non venne subito rimontata nel luogo dove è rimasta finora. Secondo V. Proto in “La costa delle Sirene (…) , Napoli 1994” la Fontana dei leoni trovò albergo sul versante est solo nel 1928.Tuttavia in una foto del 1927 la fontana è già in piazza California.

Dall’alto: Cartolina fotografica inizio ‘900 – Panorama visto da occidente, cartolina anni ’20 – Piazzale California, 1927

Nelle cartoline turistiche degli anni ’60, la fontana è ripresa in primo piano, alle sue spalle il lungomare appare come un lungo giardino disseminato di alberi e aiuole. Non è un caso che gli anziani chiamino ancora questa parte del paese “i giardinetti”. All’interno di questo scenario bucolico, la fontana ci appare come un ideale punto di arrivo della passeggiata.

La comparsa dei primi meccanismi di ripresa televisiva e la diffusione delle macchine fotografiche hanno costruito il repertorio di immagini alle quali la fontana lega oggi il suo ricordo. Tutti i minoresi, la maggior parte dei turisti, hanno una foto o un video accanto alla fontana.

Immagini da brochure: Lungomare California 1954 e negli anni ’70

E’ stato deciso di riportare la Fontana dei leoni nel punto preciso ove sorse. Non vi è nostalgia di quel tempo, nessuno davvero lo ha chiesto: né come gesto simbolico né per uno scopo preciso. Non rientra in un progetto di riordino complessivo del lungomare, tantomeno della piazza.

Somiglia ad un capriccio.

Come si vede dalle planimetrie dell’epoca, originariamente la fontana era situata sul bordo della piazza, come limite a sud dello spazio pubblico, approfittando della modestia del traffico del tutto inesistente di autovetture. D’altronde (e non è un caso) non esiste nessuna immagine nella quale si vedono contemporaneamente la fontana in piazza Umberto I e un’automobile. Successivamente il piazzale venne allungato verso il mare, così la fontana venne a trovarsi più baricentrica, posizione che meglio assecondava la sua geometria circolare. A quel tempo la piazza, sede del mercato, si poteva considerare il centro del paese. Il monumento ai caduti prese esattamente il posto della fontana come si vede dal confronto tra due cartoline di inizio ‘900 e degli anni ’20.

“Planimetria del terreno”, 1890 (ing. C. Zizzi)

Oggi la Fontana viene riportata nel suo luogo d’origine ma nel frattempo quel luogo ha cambiato radicalmente le sue caratteristiche. C’è ancora solo geograficamente.

La presenza del lungomare, la frattura dovuta al passaggio della statale a valle di “Palazzo Zizzi”, la sua dimensione e la portata del traffico rappresentano le nuove condizioni con le quali confrontarsi.

D’altronde, con ogni probabilità, fu proprio l’aumento del traffico veicolare e l’esigenza di realizzare una strada di maggiore larghezza a sfrattare il monumento ai caduti.

Tra le molte considerazioni va tenuto di conto che il bordo della fontana andrà a trovarsi a circa un metro dalla sede stradale con tutti i pericoli che ne derivano.

Inoltre la creazione di uno spazio pubblico non è un’operazione che si può compiere “a tavolino”. La memoria storica, come dicevamo, ha bisogno di tempo. E collocare una fontana in una piazza nel tentativo di riqualificarla, è solitamente una pessima idea.

Derogando al principio rigido del “com’era – dov’era” si poteva valutare la posizione centrale rispetto allo piazza, assegnandole un ruolo ordinatrice dello spazio.

Infine un cenno, dovuto, sulla perizia tecnica dell’operazione.

Dall’attenzione prestata ai conci, accantono, trasporto e maneggio, è chiaro che la fontana non è stata certo considerata un monumento.

Parlare di restauro è surreale.

Meglio limitarsi a discutere di “pulitura”.

L’assemblaggio, lo smontaggio e il successivo rimontaggio della fontana, operazioni avvenute nella prima metà del XIX secolo, poi nel 1924 e quindi probabilmente qualche anno dopo, non avevamo mai avuto bisogno dell’ausilio del calcestruzzo, né tantomeno delle armature metalliche (d’altronde l’uso di quest’ultime raggiunse il meridione della penisola non prima degli anni ’30).

I lavori in corso per lo spostamento della fontana

Prova ne è che dagli scavi effettuati di recente per la scomposizione non è emerso nessun ferro di armatura.

Viceversa il suo riposizionamento ha richiesto la realizzazione di un’imponente platea in cemento armato.

I pezzi che i nostri bisnonni avevano abilmente unito, come un puzzle, con calce e livella, sono diventati il rivestimento di una grossa colata di cemento. Con conseguente, inevitabile, levitazione del costo dell’intervento, per non parlare dei tempi.

Una decadenza delle abilità e delle tradizioni costruttive deprimente.

Ma che, di certo, renderà impossibile un nuovo, eventuale, spostamento.

(la maggior parte delle foto sono tratte dal volume “Minori – Antica Rheginna Minor – storia arte culture – Immagini”, Salerno 2006. Altre da archivi personali)

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