FILI ELETTRICI

Dei fabbricati uniscono gli angoli e le pareti attigue, galleggiando talvolta tesi, talvolta morbidi, tra le anse delle strade, attraversando, se capita, interi slarghi.

Nei vicoli si intrecciano, inestricabili come ragnatele; arrivano in milioni, sbrogliandosi per riunirsi, se occorre, in un corpo solo, che si lancerà oltre il crocevia.

Le luminarie per i giorni di festa ospitano, alimentandole. Tanto che quelle vi si aggrappano senza timore. A loro, più che ai freddi cavi metallici.

Sono i fili elettrici. 

Contro di loro si schierano testardi architetti, ingegneri delle telecomunicazioni e quei manovali che desiderano interrarli. E poi quegli insopportabili funzionari delle belle arti, irriducibili esteti che, attraversando le rovine dei centri storici, bramano di sgombrarne i cieli.

Quant’è dura la battaglia!.

Ma quanto sono tenaci: aggrappati uno con l’altro, confidano nelle carte bollate mentre si inerpicano tra i cornicioni, sotto le tegole, sulla cima dei tetti, spesso irraggiungibili, e là si infittiscono, fanno gruppo, mettono su famiglia.

Per uno che viene levato ne spuntano altri due. Se un operaio ne trancia un paio, altri a dozzine corrono in suo soccorso: tessono sul luogo del delitto un nido con cento nuovi e ne prendono il possesso.

Da sentinelle son schierati gli uccelli di città.

Gli storni, i fringuelli e le peppole si poggiano ai fili elettrici e là stanno a scrutare i passanti. Cinguettano di viaggi e miraggi, soggiorni e migrazioni. Ricordano, nostalgici, l’ultima estate al sud. Organizzano la prossima trasferta.

“…allora ci vediamo là” saluta un balestruccio, già in ritardo sul trasferimento.   

“Puoi giurarci!” risponde un cardellino.

E insieme spariscono tra le nuvole.

Sull’alta tensione, sprezzanti del voltaggio, si poggiano i rondoni dopo mille prilli. Di là sfottono le cugine rondini che, continuando a volteggiare, snobbano la sosta.

Talvolta i merli, provenienti dalle magnolie, planano sui fili. Arrivano in massa.

Ognuno dice la sua. Finché ne nasce un simposio.

Qualcuno ipotizza di provar nuovi scanni. Di esaminare trame differenti per afferrare panorami sconosciuti. Si confrontano, litigano. Così trascorrono il mattino segnalando i cavi migliori, pure del telefono, fili su balconi di case abbandonate dove una volta si stendevano i panni.

“Le tapparelle discese e la ruggine nelle cerniere, questo dovete guardare!” consiglia uno.

“Lì si controlla l’oblio!”: quante cose sa il merlo!.  

Intanto l’urbanista studia nuove soluzioni: reti corte, centraline per la fibra, quartieri domotici. Interroga l’informatico che s’ingegna: antenne radio, fibre, wi-fi, bluetooth. Se non basta spuntano gli ecologisti provvisti di pannelli solari. Diavolerie fotovoltaiche.

Il governo li incentiva: è una congiura contro i fili.

Intanto, ad una cert’ora, giungono i piccioni. Arrivano in massa: si danno appuntamento sui cavi lunghi per disporsi in fila. Da là studiano le migliori grondaie.

Discutono animatamente: impressioni sui buchi degli edifici, comodità di persiane e cornici marcapiano, pareri su briciole e avanzi. Si rilassano, incuranti degli umani, di sotto incagliati nel traffico. Baccano di auto e sonate di clacson. Liti, ambulanze, sirene della polizia. Serve uno sparo per agitare la fuga. E a volte neppure basta.

Finché cala la notte sui fili elettrici della città.

La civetta fa la guardia. Nel buio spalanca gli occhi, nulle le sfugge finché sopraggiunge l’alba. Al decollo, che scuote il filo, suona la sveglia: “Attenzione” sembra dire “questa è l’ora in cui spuntano i nuovi cantieri”.

E infatti, squadre di operai sbadiglianti in tuta arancio, dall’alito di caffellatte, armati di cassetta degli attrezzi e scale, circondano la città.

Se compare un tronchese, o una benna battezza un solco, gli uccelli, fiutando il pericolo, sbattono nervosi le ali.

Circola rapida la notizia del possibile esproprio.

La gazza, asprigna e faziosa, s’infuria: “Andate piuttosto a buttar giù gli scheletri di cemento! Ve la prendete coi fili! Ma cosa v’abbiam fatto di male? Perché non v’occupate delle altre robe?!”. Urla incattivita.

“E quelle tubature di amianto?” gli fa eco un rondone.

“E allora le buche?“ ribadiscono le tortore.

“E lo smog?” chiede, tossendo, un usignolo.

“Maledetti architetti!” individuano i colpevoli un’adunata di piccioni diarroici, che per rappresaglia bombarda il marciapiede.

E giù cacche e improperi.

Finché ricompare il merlo, ancora lui, che dal filo più alto racconta la storia di quella città nella contea di tale regione lungo un fiume prossimo al mare: la città dei fili elettrici.

“Là nessuno si azzarda a toccarli” esclama solenne.

“Anzi: là non sono gli edifici a tener su i fili, ma i fili a trattener le case. Per questo ne nascono di sempre nuovi. Cento, mille al giorno. Finché il cielo sparisce sotto un tappeto di cavi, che come un tetto ripara la città”.

“E gli architetti?” chiedono stizziti i piccioni.

“Laggiù non progettano case ma solo nuovi fili”.

Così, gli altri uccelli disposti in cerchio, ascoltano a becco spalancato e nemmeno fanno più caso allo scalatore, che armato di tronchese, punta il filo più grosso.

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