In Atlantide

atlantideOggi sono dieci anni esatti che Fabrizio è partito.

Ricordo perfettamente quel due di Agosto, mi telefonò la madre per dirmi come erano andate le cose. Dopo aver chiuso la telefonata mi sedetti su una panchina dinanzi al mare e là rimasi, immobile, a guardare i riflessi del sole sulle onde e la linea sottile dell’orizzonte. “In quale delle infinite direzioni era andato Fabrizio ?” mi chiesi.

Per molti fu una partenza a sorpresa, per me solamente in parte. Il giorno che fu assunto all’ufficio tecnico del suo paese, scrisse che era felice, che lo aspettavano nuovi incarichi, era ottimista e pieno di energie, come al solito. Ma per l’architetto Fabrizio un ufficio polveroso e lento, non era l’habitat giusto. Soprattutto non credo sopportasse quelle quattro mura intorno, da dove non si vedeva il mare, il sole entrava sporco di tende e non si sentiva il profumo dell’estate.

Per questo Fabrizio è partito in estate. La sua stagione preferita.

Da quel giorno non ho notizie certe, quello che racconto è ciò che ho raccolto da informazioni frammentarie, bisbigli di paese, notizie riportate.

Fabrizio è innanzitutto tornato in africa, a Capo Verde, dov’era già stato e dove aveva promesso di tornare. Laggiù ha costruito un quartiere per le famiglie povere, nella periferia della capitale, Praia. I bambini gli hanno fatto grandi feste al suo ritorno e il sindaco del villaggio ha insistito fino alla fine per dare il suo nome alla grande piazza centrale. Gli hanno anche chiesto di restare ancora, ma Fabrizio durante i lavori aveva incontrato un latifondista di Lisbona di nome Fernando che prima gli ha insegnato a parlare portoghese, e poi lo ha convinto ad andare con lui in Sudamerica. In Brasile, nella regione di Parà, a cento chilometri dalla città di Castanhal; qui Fabrizio ha costruito la grande strada che unisce il mare alla capitale Belém. D’altronde unire i luoghi e le persone è stata sempre la sua passione.

Lungo la via, ha inserito anche il nostro svincolo a quadrifoglio, quello che, scherzando, inserivamo in ogni progetto di città. Solo che al centro dello svincolo ha piantato alberi di cacao e poi lo ha circondato con migliaia di canne da zucchero. All’inaugurazione della strada, in chiesa, Fabrizio ha cantato accompagnandosi con la chitarra una canzone italiana, così un industriale italiano, emigrato in Brasile, gli ha chiesto se poteva accompagnarlo nel suo viaggio in oriente, perché aveva bisogno di un architetto , ma forse anche di qualcuno che suonasse canzoni italiane.

E così Fabrizio ha viaggiato a lungo: in Vietnam ha realizzato dieci piccole abitazioni per bimbi orfani, in India un acquedotto, in Indonesia ha ricostruito le case spazzate via dallo tsunami del 2004. In Giappone ha imparato a fare palazzi che danzano al ritmo dei terremoti. All’emigrante ha insegnato gli accordi e il ritmo, poi al porto di Kobe lo ha salutato e ha preso una nave per raggiungere la costa ovest degli Stati Uniti. Ha camminato a piedi e in autostop finché un pastore protestante del Nevada gli ha chiesto di costruire una chiesa che accogliesse tutte le religioni, Fabrizio gli ha mostrato i disegni della sua tesi di laurea, poi ha scelto il luogo e i lavori sono iniziati dopo pochi mesi. Ora sono quasi al tetto. In America, Fabrizio ha imparato a bere birra e suonare il banjo. Ma anche a giocare a basket, forse meglio di me.

Dopo quasi un anno, su un piccolo treno, rumoroso e interminabile, Fabrizio è risalito fino in Canada, e da là in Alaska. In un villaggio quasi al polo ha tirato su decine di igloo, una piccola città tra i ghiacci che ha chiamato “Esperança”, che in portoghese vuol dire “Speranza”. Da là è ripartito però, fa troppo freddo in Alaska.

In tutto questo viaggio, Fabrizio si è innamorato decine di volte, ma non ha smesso di andare.

Da quello che so io, ora vive in Atlantide. Hanno bisogno di architetti là.

Credo abbia un cappello pieno di ricordi. E che, a volte, ritiene di essere un eroe.

 

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