SARDEGNA GIORNO ZERO-UNO

bandsarda

Siamo alle ferie d’Agosto: una settimana, per non esagerare. Gli architetti, di questi tempi, assumono profili bassi.

Pur essendo una regione lontana dove si parla una lingua sconosciuta, la prima conferma che la Sardegna appartenga all’Italia è la qualità e la dimensione del treno che collega l’aeroporto di Cagliari alla stazione ferroviaria. Due piccole carrozze degli anni sessanta (e sono stato generoso) che sferragliano su e giù su un unico binario. Particolare tollerabile perché il viaggio dura solo sei minuti (si pensi che Napoli, ad esempio, un collegamento del genere non esiste). Sul bus che da Cagliari raggiunge Villasimius il dubbio torna forte. Una folla di extracomunitari invade il mezzo, con lunghe e accorate discussioni con controllore ed autista, circa la natura del biglietto e la sua obbligatorietà. Effetti dell’inerzia del centro accoglienza di Solanas ci spiegheranno.

Allora siamo in Italia: è ufficiale.

A Villasimius l’espansione delle villette basse ha fatto un bel po’ di danni al paesaggio. Lo stile è ravvisabile in un tardo novecento eclettico finto rurale, con il particolare della pietra a faccia vista che compare e scompare in vari angoli del prospetto. Il verde della collina non si vede più ma, tutto sommato, poteva andare peggio, tipo costruire una foresta di condomini a balconate o qualche grande albergo ad otto piani: quelli non ci sono.

Il nostro posto è sull’altura, silenzioso e ordinato, Giacomo il gestore, arriva in vespa verde. Abbronzato il giusto, per non umiliarci.

Tira vento in Sardegna, per cui non fa caldo anche quando fa caldo. La sera si bivacca a vino Cannonau (ad alta gradazione) e pane carasau intinto in varie creme di qualcosa.

Abituarsi alla lingua è facile, basta farsi parlare piano e parlare piano a nostra volta, come un napoletano in Bulgaria. O in qualsiasi altra parte del mondo. Il viaggio è stato lungo. Fine del giorno zero.

Al primo giorno si verifica la qualità del mare. La navetta di una decina di posti, alle dieci di mattina di un quattro di Agosto di questo anno di inizio secolo è semivuota. D’altronde qui il mezzo di trasporto preferito è l’automobile. Sarebbe strano il contrario: con cinque euro si parcheggia per tutto il giorno a cinquanta metri da una spiaggia meravigliosa con un mare da cartolina, dove non vale dire la proverbiale frase: “Che bel mare, e che siamo in Sardegna ?”. La spiaggia  è quasi totalmente libera. I bagnanti la utilizzano come desiderano ma senza nessun eccesso. Il che significa che se si vuole difendere lo spazio pubblico si può fare. E senza tante chiacchiere, divieti e corpi scelti a controllare.

Alle ore 13, dopo numerose immersioni, optiamo per la scelta di un ristorante al porto. Lo spaghetto allo scoglio è di rara qualità, ma anche il fritto non delude. Ci vorrebbe un vino bianco per innaffiare, ma si rischierebbe lo svenimento sotto il maestrale del ‘meriggio che muove la bandiera dei quattro mori issata sull’asta del resort. Alle 17 si ritorna in paese. E’ questa, esattamente questa l’ora nella quale dovrei stare ad una riunione di condominio combattutissima. Mi sento in colpa per i presenti, ma giusto cinque minuti, tanto non serve né per la redenzione, né per il condominio.

Un po’ di folla ritorna pigra dalle spiagge. L’autista della navetta, folcloristico, è appena tornato (per sua stessa ammissione) dalle ferie, si lancia in un sardo-spagnolo con due turisti di lingua iberica. Il risultato è scadente, ma funzionale allo scopo.

Il sole tramonta sul mare lontanissimo, oltre il capo Carbonara, ognuno ha i tramonti che si merita. Stasera niente bivacco, sotto una veranda ad aspettare le nuvole, potrebbero trascorrere anche più dei sette anni di De Gregoriana memoria: il tempo sembra fermarsi in questo angolo di isola e non si sente né la stanchezza né, per ora, la fame.

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