UNA PASQUA INDIMENTICABILE

In questi giorni la nostra maggiore preoccupazione è quella di non poter festeggiare come vorremmo la Pasqua.

L’assenza della pastiera e della gita di pasquetta ci intristisce, ma a turbarci è soprattutto la mancanza della processione o di una funzione religiosa.

Viviamo in una bolla d’aria: solo la cancellazione dei nostri riti emblematici ci destabilizza veramente.

Tanto da cercare conforto nella loro visione digitale o persino dall’ascolto in filodiffusione  

Pratica familiare ma inefficace: la suggestione del sacro è custodita tutta nella partecipazione collettiva.

Viceversa consideriamo sorprendenti le sciagure che avvengono fuori dal nostro recinto.

Tra queste la più grave, a mio parere, è quella del numero, ad oggi, dei morti tra medici, 105, e infermieri, 28.

Cifre che mostrano quanto, nonostante gli avvertimenti sul rischio reale, il nostro paese fosse assolutamente impreparato ad un’emergenza del genere.

La morte dei medici negli ospedali come nelle cittadine, il sacrificio di infermieri con stipendi appena dignitosi, rimarrà una ferita insanabile.

Una miserabile prova di vulnerabilità della nostra società che non ha saputo difendere i suoi cittadini più deboli ed esposti (si pensi anche all’abbandono degli anziani).

Utilizzando la metafora bellica, enorme e abusata, si può ritenere che la nostra prima linea sia stata spedita al fronte disarmata. Per una battaglia dove non può certo battere in ritirata ma deve rimanere sul campo cercando di mettere in salvo il maggior numero di vite possibile.

Sono persone delle quali non conosciamo nulla. Neanche i nomi.

A conferma che a salvare questo paese sono sempre gli sconosciuti e non certo i capi, mai affrancatisi dalla “sindrome di Badoglio”.

Né i politici, impegnati ora a riparare i disastri che loro stessi hanno provocato. E nemmeno gli intellettuali che invocano soluzioni che non avranno mai l’onere di verificare. A tutti questi il disagio della quarantena può servire per riflettere.

A tutti noi, invece, non celebrare la solita pasqua, la più scenografica del mondo, potrà solo far bene.

Non sarebbe bastata, infatti, ad autoassolverci per le nostre amnesie verso i “poveri cristi”.

Così come non serviranno le quotidiane dosi, massicce, di populismo, proclami e raccolte fondi per aiutare gli ultimi; risorse delle quali avremmo già dovuto disporre, accantonate per le necessità piuttosto che dissolte maldestramente, nell’opulenza.

Ecco che l’interruzione della ciclicità delle celebrazioni, tanto spettacolari quanto meccaniche, ci aiuterà, forse, a riafferrarne il significato.

Se le pasque degli infiniti anni scorsi sono state tutte uguali, questa sarà differente.

Sarà una pasqua indimenticabile.

E l’anno prossimo, se avremo imparato qualcosa, le nostre tradizioni potrebbero sembrarci persino più importanti.

Nel frattempo, chi crede può pregare anche da casa.

Ma non per chiedere spiegazioni a Dio, casomai per dargliene.

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