TEORIE E TECNICHE DELL’ARCHITETTURA ABUSIVA – CENNI STORICI E TEORICI

Mini corso in tre puntate (1/3)

Cenni storici e teorici

L’Architettura abusiva (dal latino abusivus) è una disciplina stilistica nata in Italia nel 1942 dopo l’introduzione della licenza edilizia, ma diffusasi largamente solo in seguito all’introduzione dello strumento della “concessione edilizia”, nel 1977, specie nel meridione e nelle aree periferiche metropolitane.

Secondo gli storici il termine deriva da una massima di anonimo geometra del II° secolo d.C. riportata nell’Architecturae contumeliosa: «Nihil de senatu refert, domus mea abusivus erit» (Me ne fotto del senato. Costruirò abusiva la mia casa).

Dicesi “Architettura abusiva” qualsiasi opera di architettura realizzata in assenza o in variazione del titolo edilizio.

Per la precisione, i puristi del gesto distinguono l’effettiva Architettura abusiva realizzata in completa e risoluta assenza di titolo, da quella soltanto maldestramente o intenzionalmente “difforme”, ritenuta di modesto valore epico.

L’ideologia alla base dell’Architettura abusiva è il disconoscimento del principio di legge che separa il diritto di proprietà da quello di edificare.

Tale limitazione, secondo i principi dell’Architettura abusiva, collide con il diritto ritenuto reale e soggettivo di edificare all’interno dei confini della proprietà privata ciò che si vuole, rappresentando un’ingiustificata violazione delle libertà personali.

Secondo tale interpretazione, l’Architettura abusiva, seppur ingiustamente perseguibile legalmente, sarebbe assolutamente irreprensibile dal punto di vista etico.

Nonché, rispondendo a bisogni connaturati dell’individuo, anche da quello escatologico.

La corrente di pensiero filosofica di riferimento dell’Architettura abusiva è quella dell’Utilitarismo di Jeremy Bentham o John Stuart Mill, per la quale «è “bene” (o “giusto”) ciò che aumenta la felicità degli esseri sensibili».

Tali motivazioni sono pure alla base dell’attitudine integralista del rifiuto concettuale di tortuosi strumenti “sanatoriali”, successivamente introdotti, volgarmente detti “condoni edilizi”.

Trattandosi di architettura generata in maniera spontanea, clandestina e priva di fonti iconiche e norme certe, la ricerca teorica risulta mutuata direttamente dall’osservazione della pratica costruttiva tramite un processo inverso, originato dalla prassi.

Ne deriva che, causa l’assenza di chiare astrazioni formali, l’Architettura abusiva sarebbe persino equiparabile ad una dottrina clinica come la pedagogia o la psicoanalisi.

Risultano così essenziali per la sua comprensione i presupposti costruttivi, nonché lo studio della tecnica e dei conseguenti risultati in termini volumetrici.

continua…

(Quest’articolo è stato pubblicato nella rubrica L’Archintruso su ilgiornaledellarchitettura.com)

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