SPLENDORI E MISERIE DI UN AVVOCATO «SCIVOLISTA»

Brillante studente veneziano in giurisprudenza, Giulio (nome di fantasia) fu folgorato dalla passione per il “risarcimento danni da scivolamento”, durante il suo Erasmus a Reykjavik.

Discutendo una tesi sul rapporto tra suole di cuoio e possibilità di caduta, Giulio aggiunse, alla sua laurea in legge, la qualifica di «scivolista». Primo caso al mondo.

Tuttavia Venezia non è Reykjavik e i clienti di Giulio scarseggiavano. Così decise che sarebbe tornato in Islanda.

Qui purtroppo non scivola nessuno”, aveva rivelato alla madre che, in lacrime, sognava un figlio specializzato in incidenti stradali, o almeno matrimonialista.

Stava per partire, quando proprio sotto casa sua iniziarono a montare il quarto ponte sul Canal Grande. Da piazzale Roma alla stazione di Santa Lucia. Un’opera magnifica, creata dal genio di un architetto, ingegnere e scultore spagnolo: Santiago Calatrava.

Giulio seguì con attenzione l’assemblaggio dei pezzi.

Tutto quel vetro, l’umidità lagunare e le inevitabili precipitazioni suggerirono a Giulio di sospendere i propositi di emigrazione e di aprire nel salotto di casa, una stanza al primo piano con vista sul ponte, il suo studio legale.

Dal momento dell’inaugurazione, nel settembre 2008, Giulio iniziò a lavorare giorno e notte: si sedeva in poltrona, spalancava la finestra e scrutando il ponte col suo binocolo, aspettava un ruzzolamento.

Appena vedeva un pedone cadere, correva a soccorrerlo.

Lo sosteneva premuroso, quindi gli allungava il biglietto da visita: “Permette? Sono Giulio avvocato «scivolista»”. Quindi controllava i danni. Grazie ad una personale tabella, formulava diagnosi e prevedeva il danno.

Ematoma semplice, 500 euro. Ematoma composto, 800. Slogatura, 1.500. Lussazione, 3.000. Rottura ossea, dai 5.000 ai 10.000 euro. Rottura legamento crociato, fino a 20.000 euro. Escluso il suo compenso ovviamente.

Nei giorni di pioggia Giulio effettuava anche 50 interventi al giorno.

La sua celebrità crebbe a dismisura: fu invitato in televisione e alla “prima” della Fenice. Ingaggiato come esperto in numerose udienze, conquistò la fiducia della magistratura. Divenne l’incubo di tutti gli architetti negligenti, che avevano sacrificato la sicurezza per l’estetica. Laddove vi era un’architettura viscida, l’avvocato «scivolista» compariva.

Che anni meravigliosi furono quelli per Giulio! Il «New York Time» titolò: The best slipper lawyer against distracted architects.

Purtroppo la parabola di Giulio, avvocato «scivolista», prese una china discendente allorquando qualcuno decise, inspiegabilmente, di sostituire la pavimentazione in vetro del ponte della Costituzione con un’infausta, quanto irreprensibile, pietra locale.

E sulla scia di quello, un’incomprensibile ondata di prudenza travolse gli architetti, persuasi ad utilizzare superfici sempre più ruvide rinunciando al luminoso fascino del levigato.

A nulla valsero i suoi appelli, né tantomeno la lettera accorata che scrisse allo stesso Calatrava, invitandolo a difendere strenuamente quelle meravigliose superficie vetrate.

La madre, disperata, rimpianse il giorno in cui non gli aveva imposto l’Erasmus nella torrida Siviglia. O nella civilissima Danimarca, patria dei divorzi.

Dopo pochi mesi Giulio fu costretto a chiudere il suo studio a piazzale Roma e a trasferirsi verso latitudini maggiori.

Prima in Islanda, poi nei paesi scandinavi. Alla ricerca di architetture e architetti altrettanto geniali e sdrucciolevoli, ma senza nessuna fortuna.

Per un periodo sopravvisse occultando il  cartello “Attention! Wet floor” negli androni dei centri commerciali durante l’orario delle pulizie.

Durò poco. Smascherato e oramai in miseria, fu invitato a sloggiare.

Decise dunque di provare la sorte in Siberia. Lungo i marciapiedi degli igloo.

Un tentativo estremo e disperato quello di Giulio, fallito a causa dell’incombente riscaldamento globale.

(questo racconto è stato pubblicato nella rubrica L’Archintruso su Il giornale dell’architettura)

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