SCALE

Un mattino, sul terrazzo della villa sul mare dove viveva mia nonna, io, mio fratello e mio cugino giocavamo a tirare rigori.

Avevo cinque anni. Quasi sei.

Una panca in muratura era la nostra porta.

Ero ad un solo rigore dal successo. Mio cugino mi consegnò il pallone sicuro che non avessi mai segnato. D’altronde non avevo mai vinto.

Presi allora una rincorsa lunghissima e calciai con tutta la forza che avevo. Il pallone si impennò, passando oltre la testa di mio cugino, quindi sparì al di là dei cespugli. Lo sentimmo rimbalzare sulle scale.

“E’ goal!” dissi.

“Macché goal!” disse mio cugino.

“A me pare sia andato alto” aggiunse mio fratello.

“Macché alto?!” piagnucolai.

“Non è goal!” disse mio cugino.

“E’ goal! E’ goal! E’ goal!” presi a strepitare.

Sentivamo i rimbalzi del pallone farsi sempre più distanti.

Continuavo ad strillare: “è goal! E’ goal!”.

Mio fratello si chiuse le orecchie con le mani: non sopportava sentirmi piangere.

Quando ci sporgemmo dalla panca, il pallone era già scomparso.

“Se è goal, allora vallo a riprendere!” ordinò mio cugino.

Ma scendere quelle scale ci era vietato.

Da bambino avere una villa sul mare era il mio sogno. Anche mio padre ogni tanto diceva che, prima o poi, avrebbe comprato una casa così e ci saremmo trasferiti.

Per molti anni ho sperato che mio padre mantenesse quella promessa.

La villa stava appena fuori dal paese. Varcato l’ingresso, le scale discendevano in trincea tra muretti a secco e agrumeti. Dopo un centinaio di gradini si giungeva in un lungo vialetto pavimentato in pietra che conduceva ad un bivio: verso destra altre scale continuavano in basso, tirando dritto si entrava nella villa.

Quella casa non era di mia nonna, lei la teneva solo in custodia.

In principio la nonna tornava spesso in paese, poi un giorno cadde nelle scale e si fratturò il gomito. Da quella volta decise che, tranne per le occasioni più importanti, non si sarebbe più mossa dalla villa. Era mio nonno che provvedeva alla spesa, andando su e giù.

Io e mio fratello dormivamo al primo piano. La scala interna era tutta rivestita in marmo giallo. Sugli scalini lucenti giocavamo a rincorrerci.

Se la nonna ci strillava rallentavamo per qualche minuto; poi tornavamo a correre, fino al successivo strillo.

Per calmarci, la nonna prometteva di darci il fondo delle pagnotte, senza mollica, inzuppato nella salsa di pomodoro. Bastava quello a rabbonirci.

Nel soggiorno, appoggiato alla parete c’era un pianoforte. Neanche a mio fratello, che prendeva lezioni di piano, era consentito suonarlo. La nonna ci diceva anche di non toccare i soprammobili, di non salire con le scarpe sui divani, di non tirare le tende. L’unico posto dove eravamo liberi di giocare era il terrazzo.

Lo occupavamo per giornate intere, armati del nostro pallone rosso di gomma.

Il terrazzo era un piccolo quadrato con un tavolo di ferro al centro. Da un lato c’era la vetrata della casa, dall’altro la panca che usavamo come porta, al di là di questa c’era una scala in pietra che andava giù in direzione del mare.

A nord c’era un muretto basso col vialetto di ingresso. Dal lato opposto, da una ringhiera metallica, ci si sporgeva sul mare, in mezzo c’era una muraglia alta decine di metri che terminava sulla scogliera.

Ero certo che avventurandomi lungo la scala di pietra si potesse raggiungere il mare. Tuttavia non potevo scoprirlo: eravamo liberi di giocare ma non di scendere quelle scale.

“Laggiù non è roba nostra! E’ casa di altri!” diceva la nonna.

Chi fossero questi “altri” era un mistero.

Quando ero stanco di giocare, prima della cena, salivo spesso in piedi sulla panca per guardare in basso verso le scale. Non passava mai nessuno da là. Solo una sera, mi parve di veder passare un uomo con una cicatrice lungo la guancia.

Quando quel mattino mio cugino mi sfidò, la prima cosa che mi venne in mente fu proprio l’uomo con la cicatrice. Scacciai quel pensiero mentre col dorso della mano mi asciugavo le lacrime. Poi guardai ancora verso il fondo della scala. Vidi solo cespugli e gradini.

A quel punto mio fratello avrebbe dovuto difendermi. Dire “No. Lui è troppo piccolo. Vado io al suo posto”, oppure “Non possiamo andare giù. Avvertiamo la nonna”. Invece mio fratello rimase in silenzio, si tolse le mani dalle orecchie e le infilò in tasca. Come se nulla fosse.

Così percorsi il vialetto fino al bivio e poggiai lentamente un piede sul primo gradino. Non ero mai andato oltre quel punto.

Mi sentivo le gambe molli, forse avevo sprecato tutta la mia forza per quell’ultimo rigore, oppure avevo semplicemente tanta paura. Stavo per tornare indietro quando, voltandomi, vidi mio fratello e mio cugino che, in piedi sulla panca, mi fissavano. Erano sicuri che non ce l’avrei mai fatta.

Non avevo scelta: scesi agile la prima rampa di scale finché non vidi più la panca. Attraversai un passaggio stretto tra cespugli di more, finché i gradini curvarono verso sinistra e mi trovai sotto la grande muraglia. Continuai a scendere sperando che comparisse finalmente il pallone, ma non ve n’era traccia. Ogni tanto mi fermavo a guardare lateralmente; laddove i cespugli erano bassi si intravedevano le «case degli altri», come diceva la nonna. Erano bianche, sigillate da piccoli tetti e da finestre strette riparate da persiane verde scuro.

Ma le porte erano tutte chiuse e non si vedeva nessuno.

“Chissà quali scale portano là” mi chiedevo.

Da quel punto udivo il suono del mare senza riuscire a vederlo; intanto la scala si stringeva curvando più volte, sempre ad angolo retto. Temevo mi stesse per capitare qualcosa di terribile.

Avevo bisogno di un residuo di coraggio: ripensai a mio fratello che si turava le orecchie e a mio cugino che mi indicava le scale con aria di sfida. Risentii pure la mia voce urlare “è goal!”.

Feci qualche altro passo, costeggiai un muretto, davanti a me le scale terminavano dinanzi ad un cancelletto azzurro, chiuso, dietro al quale si intravedeva un edificio intonacato di giallo: ancora la casa di un “altro”.

“Chissà se di là ci sono altre scale!” pensai.

Mi sporsi. Spinsi leggermente il cancello che si aprì. Feci qualche passo poi mi bloccai. Le gambe non riuscivano ad andare più in avanti.

Richiusi il cancello e tornai verso il muretto: mi ersi sulle braccia per guardarci aldilà. Oltre la balaustra, solo a pochi metri di distanza, stava il mare; da quel punto pareva potessi persino tuffarmi.

Ricaddi all’indietro in preda al panico: mi ero allontanato tantissimo.

Dovevo tornare alla villa prima possibile. Stare là era vietato, quante volte ce lo aveva detto la nonna!.

Pensavo di aver fallito, quando dal bordo di un muretto, nascosto dall’erba alta, vidi la sagoma rossa del nostro pallone. Allungai le mani fino ad afferrarlo, con le dita spolverai la terra che lo sporcava. “Ce l’ho fatta! E’ goal!” pensai. Strinsi il pallone sotto al braccio e iniziai a salire.

Non feci in tempo a svoltare il primo angolo che sentii alle mie spalle, chiaramente, il cigolio del cancelletto. E subito dopo un rumore di ferro contro ferro, come se si fosse prima aperto e poi violentemente richiuso.  

C’era qualcuno alle mie spalle! Era certamente l’uomo con la cicatrice.

Non avevo più tanta energia per correre. L’affanno mi saliva su per la gola quasi strozzandomi, il pallone sembrava pesante come pietra, respiravo senza prendere aria, era affaticato e lento: correvo senza correre. Ripassai nel punto stretto: con la mano libera provai a darmi la spinta sulle pareti, mi punsi nei cespugli. Avrei voluto fermarmi, recuperare fiato ma non potevo. L’uomo con la cicatrice mi inseguiva.

Sentivo i suoi passi e il suo respiro farsi sempre più vicino, finché improvvisamente mi accorsi di essere proprio sotto la panca. Mi volsi verso alto ma non vidi nessuno. Ero rimasto solo.

Solo in un’occasione avevo avuto più paura.

Era successo tre mesi prima, quando c’era stato il terremoto.

Eravamo seduti intorno al tavolo della cucina.

Il lampadario prese a oscillare. Mio padre si alzò di scatto urlando. Lo seguimmo nel corridoio. Agitando le mani ci ordinò di uscire.

Quando fummo sul pianerottolo ci spinse oltre l’ascensore, verso il vano delle scale. Vivevamo al quarto piano.

“Le scale, le scale!” urlò.

Mio fratello corse avanti inseguito da mia mamma, io con le mie gambe corte non riuscivo a stargli dietro. Mio padre, arrivando alle mie spalle, mi afferrò per le braccia sollevandomi. Continuavo ad agitare i piedi sospesi nel vuoto mentre i gradini scorrevano sotto i miei occhi.

“Coraggio! Basta arrivare in fondo” gridava mio padre.

Ma le scale parevano moltiplicarsi e quel traguardo non arrivava mai.

Quando raggiungemmo il marciapiede, mio padre ci portò in quella villa poggiata sul fronte della roccia che declinava a mare. Sosteneva che, finché restavamo là, non avevamo nulla da temere.

Io credevo fossero proprio le scale a difenderci.

Quante ne conoscevo! Quelle che ci avevano salvato la vita, quelle che sconsigliavano alla nonna di tornare in paese, quelle in marmo giallo sulle quali giocavamo a rincorrerci. Quelle dove era vietato andare anche se ci era caduto il pallone. Ovunque andassi incontravo scale.

Ma le scale lungo le quali ancora mi desidero sono quelle dove non fui.

Come quelle che immaginai ci fossero oltre il cancello azzurro. Scale che conducevano fino al mare e che, sognai, continuavano anche oltre. Giù, sott’acqua e su, nello spazio fino a Marte.

Scale infinite che uniscono tutte le case degli “altri”. Scale ad ostacoli e scale autostrade. Scale familiari, scale altrui. Scale di pietra, scale mobili. In discesa e in salita

Scale che indicano la strada per scampare dai terremoti e dagli uomini con le cicatrici.

Il giorno del ritorno a casa, mio padre disse che potevamo prendere l’ascensore.

“Sei sicuro papà?” chiesi.

Alla televisione avevano detto che il terremoto poteva anche tornare, ma non era possibile sapere quando.

Disubbidendo, corsi verso le scale e le salii veloce. Come quel giorno quando, giunto al bivio, lanciai il pallone lungo il vialetto e corsi dietro di lui, dentro casa.

Dove mio cugino e mio fratello, seduti sulla scala di marmo, mi aspettavano increduli.

Mangiavano fondi di pagnotte, senza mollica, inzuppati nella salsa di pomodoro.

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