DIO E L’ABUSO EDILIZIO

Secondo la catechesi corrente della chiesa cattolica, l’abuso edilizio non rientrerebbe ufficialmente nell’ elenco dei peccati.

Pure nella lista dei comandamenti non figura nessun riferimento alla costruzione in difformità alle norme urbanistiche e paesaggistiche.

Questa omissione di regolamento, però, non assolve l’abusivista credente che sa benissimo che Dio vede anche meglio dell’elicottero della Guardia di Finanza ed ha la memoria più massiccia degli archivi di google earth.

Qualcuno si chiede: “E se gli abusivisti fossero tutti atei?”.

In quel caso il problema non si pone, la chiesa non se ne occupa: l’ateo è già spacciato.

Intanto la Santa Sede, dovrà, più prima che poi, occuparsi del peccato di abuso edilizio che coinvolge strati talmente ampi della popolazione da non poter più essere esente da strali, penitenze ed auspicate assoluzioni.

Inteso come peccato, infatti, l’abuso edilizio sarebbe uno dei più praticati: secondo i dati di Legambiente, nel 2018 i reati edilizi sono aumentati del 68%, ogni 100 abitazioni costruite nel 2017, ne sono state edificate 19,4 in modo parzialmente o totalmente abusivo.

La classe episcopale sta correndo ai ripari. Sono trapelate alcune indiscrezioni.

Innanzitutto si stabilirà se l’abuso edilizio sia un peccato mortale o veniale.

La maggioranza dei cattolici lo ritiene peccato veniale, quindi riferibile solo alla propria coscienza ed assolvibile con la consueta eucarestia.

Molti sacerdoti, però, si interrogano sul come valutare un eventuale confessione di un abusivista. Ovvero, come quantificarla in termini di penitenza. Quante Ave maria vale una nuova finestra del bagno, a quanti Padre nostri ammonta uno scavo per ricavare un vano cantinato? E l’omessa denuncia al Genio Civile merita o no un atto di dolore supplementare?.

Secondo la nascente dottrina, l’abuso edilizio sarebbe peccato veniale solo se riconducibile a violazioni sanabili tramite il pagamento di una sanzione e un accertamento di conformità conclusosi felicemente.  

Sarebbe dunque l’ufficio tecnico ed eventualmente la soprintendenza, nell’esercizio delle sue canoniche funzioni, in pellegrinaggio sui luoghi dopo l’inevitabile esposto, ad impartire la dovuta pena, impartendo o no la debita benedizione al peccatore.   

Tuttavia, nella maggior parte dei casi, l’abuso edilizio ricade nella casistica dei peccati mortali: ne avrebbe infatti le tre caratteristiche essenziali: materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso.

Apparentemente esclusi, sono dunque, i casi di abusivismo inconsapevole, per ignoranza legislativa o superficialità.

In verità in verità vi dico che Dio li perdonerebbe pure, ma l’ufficio tecnico no.

Più grave è il caso degli abusivisti recidivi. Secondo il precetto cattolico, il peccatore seriale è un degenerato. Manca tuttavia nella lista dei vizi capitali quello di abusivismo; secondo un interpretazione ortodossa sarebbe una conseguenza diretta dell’invidia (magari del vicino di casa), della superbia (rispetto all’intero quartiere) o, in caso di abusi particolarmente sfarzosi, della lussuria.

Controversa rimane la questione se il condono edilizio sani o no anche il peccato alla fonte.

I cattolici si affidano molto all’esercizio del pentimento. Ma generalmente la procura non lo tiene molto in considerazione.

Per la giurisprudenza attuale, il condono è l’unica strada che conduce alla redenzione completa.

Ma la chiesa vorrebbe assumere una posizione più compiuta e ragionare anche sulla condizione del peccatore ancora in attesa di condono, fermo nel limbo, come coloro che si sono affidati alla sanatoria del 2003 e da allora vivono nel tormento dell’illegalità e dei sensi di colpa.

Questa incertezza non fa bene alla professione di fede; da un lato si vuole limitare l’incertezza per incolonnare bene le file, tra inferno e paradiso in caso di dipartita dell’abusivista, dall’altra c’è la necessità di inserire modalità più estese di indulgenza per evitare una diaspora verso religioni che, in merito all’abuso edilizio, si dispongono in maniera più tollerante.

Il buddismo, ad esempio, al massimo inquadra l’abusivismo come una temporanea deviazione dal percorso del proprio karma, in quanto in violazione del precetto che indica al credente di “astenersi dal prendere ciò che non gli è dato”. Per questa omissione vale la pratica del “raccolto acquietamento”, cioè riporre per sempre l’impastatrice e la cazzuola, per uscire dal Samsàra, e rinascere ambientalista.

Pure l’islam pare più permissivo, l’unica categoria nella quale potrebbe essere inserito l’abuso edilizio è il peccato di Riba o speculazione, (chiaramente edilizia in questo caso). Comportamenti ispirati da Iblis (Satana) che tenta l’umanità inducendolo al peccato e solitamente si manifesta attraverso un capomastro demoniaco che promette di fare tutto entro una settimana al massimo.

Per avere conferma di queste “politiche” accondiscendenti basta osservare la situazione urbanistica in paesi quali l’India o uno a scelta del medio oriente. Vi sembrano forse schiavi di piani regolatori e vincoli urbanistici?.

E’ tempo di voltar pagina.

Il Vaticano, così attento alla società e alla legislazione italiana, abbia il coraggio di incidere pure nella questione urbanistica.

Disponga, tramite enciclica, una nuova sanatoria edilizia.

Dio è buono ed è disposto a perdonare anche ristrutturazioni edilizie in zona centro storico.

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