NECESSITA’ DELL’ALTERNANZA POLITICA

C’è enorme differenza tra democrazia e democraticità.

La democrazia è una forma di governo che si basa sulla sovranità popolare.

La democraticità è quanto un determinato sistema, piccolo o grande, risponde completamente o meno ai criteri della democrazia.

E c’è solo un modo per ottenere una reale democraticità di un sistema elettorale: l’alternanza politica. L’alternanza è il sale, l’ossigeno della democrazia.

Laddove non vi è alternanza politica, la democrazia si impantana e il potere, seppur ottenuto legittimamente (ci mancherebbe altro) diviene abuso, esercizio arbitrario delle ragioni di una sola parte, sempre la medesima.

Era questa la ratio che, fino a qualche mese fa, imponeva un limite di mandati ai sindaci, anche nei comuni sotto i 5000 abitanti.

Il limite” scrive la corte costituzionale in una sentenza del 2023 “ha lo scopo di tutelare il diritto di voto dei cittadini, impedendo la permanenza per periodi troppo lunghi (…) che possono dar luogo ad anomale espressioni di clientelismo”. Il numero massimo dei mandati consecutivi rinsalda diritti e principi fondamentali, garantisce, scrive sempre la C.C. “l’effettiva par condicio tra i candidati, la libertà di voto dei singoli elettori e la genuinità complessiva della competizione elettorale, il fisiologico ricambio della rappresentanza politica e, in definitiva, la stessa democraticità degli enti locali”.

Solo l’alternanza politica può garantire onestà e trasparenza, perché il presagio che chi subentrerà possa scoprire le malefatte di chi ha governato prima di lui, è il più efficace degli avvertimenti. L’alternanza politica garantisce partecipazione, entusiasmo, ricambio generazionale; assicura l’esistenza della polis, dove non vi può essere accentramento di potere. Detenere il potere per troppo tempo provoca ebbrezza e smarrimento del senso della misura. Potere moltiplica potere. “Logora chi non ce l’ha”, come disse G. Andreotti.

In assenza di alternanza politica i cittadini schierati all’opposizione sono discriminati, isolati, emarginati. Intere generazioni svigoriscono, perdono l’occasione (e con loro il paese) di manifestare il proprio pensiero, proporre idee; mentre i governanti invecchiano nel corpo e nello spirito, essi rinunciano ad investire energie nel proprio territorio. Emigrano.

Gli esclusi alimentano la crisi di rappresentanza: chi è oppositore, per paura di subire ritorsioni, medita bene prima di entrare in politica. Questo genera a sua volta la mancanza di avvicendamenti e il rafforzamento del potere consolidato. E’ un “cane che si mangia la coda”.

L’assenza di alternanza politica genera naturalmente una rete clientelare solida ed inamovibile. Un cerchio magico dedito alla mera conservazione del potere. Chi ne resta fuori è ghettizzato per appartenenza partitica, tenuto ai margini per scelta, ceto, principi, e non per demeriti.

Un sistema privo di alternanza politica non garantisce ai politici di minoranza le stesse condizioni di visibilità, hanno meno spazio e possono essere più facilmente messi in «cattiva luce». Le idee indipendenti non hanno i medesimi strumenti di diffusione. Il potere personalizza gli organi di comunicazione mescolando, ingannevolmente, la propaganda con le istituzioni.

Se non si assicura l’alternanza politica, i cittadini sono indirizzati a votare non per fiducia ma per fede, clientelismo, ruffianeria, opportunismo.

Naturalmente della mancanza di alternanza politica è anche responsabile l’opposizione che, pur munita di coraggio, non è spesso in grado di organizzarsi e comunicare gli abusi di potere, i favoritismi e, di contro, la propria intenzione di essere diversa.

L’opposizione è costretta a infinite battaglie, di retrovie. Come l’Amerigo calviniano sa “che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c’è da aspettarseli da un giorno all’altro, come per un giro di fortuna”.

L’alternanza politica è la sentinella del bene pubblico. I provvedimenti ispirati da legalità e coerenza sono spesso impopolari e quindi artefici della perdita del consenso collettivo. La legalità è un percorso ad ostacoli: imporre le regole è faticoso, rispettarle fastidioso. Chi mira, riuscendoci, a conservare il potere per lunghi periodi, si disinteressa del bene collettivo, ritenendo assai più conveniente assecondare singoli interessi personali.

I governanti, garantiti dalla mancanza di alternanza, agiscono con protervia, arroganza, presunzione, si sentono impuniti e di fatto lo sono. Assumono pose da statisti ma ricevere, anche ripetutamente, consenso popolare, è bene ribadirlo, non ha nessuna relazione con la moralità dell’eletto. Il potere si sente sicuro quando scommette sull’anima “gattopardesca” della provincia, annuncia intenzioni di rinnovamento ma sa bene che «bisogna che tutto cambi, se vogliamo che tutto rimanga com’è».

Perché dove non c’è alternanza politica, la maggioranza, sempre la stessa, può fare e continuare a fare ciò che vuole senza rendere realmente mai conto a nessuno, immemore di dover rispettare tutti i cittadini.

Così, sempre fingendo e promettendo equidistanza, tali governanti finiscono per rappresentare solo gli interessi del loro schieramento.

Mentre la democrazia, affabilmente anestetizzata, si ammala, soffoca, muore.

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