MORBIDE ONDULAZIONI E PROFONDISSIME INSENATURE

La prima e l’ultima volta che la vidi pensai “che stronza!”.

Si chiamava Esther. «Con l’”h” tra la “t” e la “e”». Così ebbe l’ardire di puntualizzare presentandosi, forse pensando che le dovessi intestare un assegno.

L’incontrai per meri motivi logistici: ci recavamo entrambi a ritirare un premio.

Un concorso di narrativa per inediti dove lei aveva conquistato il primo premio ed io, per la piazza d’onore, solo una menzione.

L’organizzatore ci aveva dato appuntamento per le undici in punto nella piazza della stazione.

Era una meravigliosa domenica di novembre, indossavo un blazer blu in cashmere, la cosa più elegante che avevo trovato nell’armadio e scomodissime scarpe in pelle. Sembravo pronto per un padrinato di battesimo. La intravidi dal fondo dello slargo, passeggiare tra il cartello di rimozione forzata e la pensilina dei bus.

Inveiva al telefono contro quello che doveva essere il suo fidanzato o qualcosa del genere. Gli rovesciava addosso una serie di accuse, insulti e rivendicazioni, senza mai perdere quell’aria che a quel tempo usavo catalogare da “la tengo solo io”.

Ad un tratto si poggiò al palo del cartello, sollevò una gamba che poggiò sull’altra formando un angolo acuto, e stirò il braccio libero verso l’alto. Quel movimento le scoprì una spalla e le cosce si liberarono dalla fodera della gonna riposata al ginocchio.

Aveva cosce così ben definite che un maestro del seicento napoletano non avrebbe saputo scolpirle meglio. Non uno spigolo, solo morbide ondulazioni e profondissime insenature. Ma mentre le sue cosce sussurravano al cielo lei strillava insulti: “idiota, lurido, inconsapevole” e coniugava verbi tipo: “estromettere, implicare, compromettere”.

Il tutto senza disunire il suo sorriso da pubblicità di centro odontoiatrico.

Per chiosare la conversazione, disse infine: “la nostra vicenda sentimentale ha imboccato un crinale irreversibilmente catastrofico”. Così sibilò un “addio” e chiuse la telefonata con un ghigno. Quindi mi tese la mano.

Ah, tu sei quello che è arrivato secondo!” miagolò.

Bastò ad inibirmi l’uso della lingua per le successive due ore.

Così durante il viaggio non emisi suono. Mentre lei discorreva amorevolmente con l’autista sul clima, il traffico, ristoranti cinesi e olio lubrificante per motori, io provavo in tutti i modi a non far precipitare lo sguardo nel precipizio delle sue cosce.

Ma laggiù, almeno tre volte, cadde.

Ritirando il premio fece un discorso di assoluta falsa modestia. Fingendosi umile come una correttrice di bozze Harmony. Ricevette una targa ed un premio in denaro che prontamente annunciò di voler devolvere in beneficenza. Io solo una pergamena che accettai balbettando appena un imbarazzatissimo “grazie”.

Poi al momento di ripartire mi attaccò a tradimento.

Ho letto il tuo racconto”.

Discreto. Migliorabile” gracchiò.

Mentre calibravo la risposta, lei sferrò il colpo: “Faccio un laboratorio di scrittura, di sabato, puoi venire se vuoi. Vieni?” trillò allungandomi un depliant ciclostilato.

In quel momento, se avessi avuto maggior lucidità, se mi fossi ricordato delle parole di mia nonna “I migliori affari sono quelli che non si fanno”, avrei certamente replicato: “No grazie. Il sabato vado in palestra, al cinema, allo stadio, a drogarmi…” qualsiasi motivo sarebbe stato buono per schivarmi.

Invece mi feci tradire dalla linea parabolica delle sue cosce che avevo studiato come una funzione di secondo grado per tutto il tempo della premiazione e risposi: “Di sabato?… Perché no ?…”.

Così accadde che io ed Esther, con la “h” tra la “t” e la “e”, frequentammo quel laboratorio di scrittura e che già al termine della terza lezione io, sempre più ossessionato dalle sue cosce (che, giungendo la bella stagione, aveva liberato dall’impaccio delle calze) le chiesi di pranzare insieme.

Da lì fu un apocalittico crescendo.

Fatalmente arrivò l’estate ed io, di Esther, dopo le cosce, scoprii anche tutto il resto.

Lei continuava a ripetermi che avremmo scritto un romanzo «a quattro mani» ma, insieme, non scrivemmo una riga.

Ed io neanche più da solo. Solo poesie sbagliatissime dalla metrica incerta e rime da quarta elementare tipo “cuore-odore” e “mare-sudare”. Versi che naturalmente non sottoposi mai né al suo parere né a quello di nessun altro essere umano.

Ad agosto mi ero talmente smarrito che le proposi di partire per Pantelleria.

Non ci sono mai stata” cinquettò lei. Frase che io, ingenuamente, equiparai ad una manifestazione di entusiasmo.

Che giorni furono quelli!. Tra bagagli sovrappeso, mal di testa, cosce, gite in barca col vento «forza 8», sbarchi di tunisini, cosce accavallate, ustioni, balli in spiaggia, di gruppo o singoli, cosce abbronzate e «Negroni sbagliati». Al quinto ebbi la netta sensazione di essermi mutato in un bancomat, percezione che mi accompagnò fino al termine della vacanza.

I primi crepitii li avvertii all’aeroporto durante l’attesa del volo di ritorno. Quel suo messaggiarsi continuo con sconosciuti finì per insospettirmi. Ma al culmine del sospetto potevo sempre rituffare lo sguardo nell’incavo delle sue cosce da eptatleta. E là dentro cercare la soluzione al dilemma geometrico sul senso della vita.

Tornati da Pantelleria, mentre sfumava settembre, Esther, «Con l’”h” tra la “t” e la “e”», scomparve. Dapprima mi disse che era impegnata nella stesura di una storia complessa che necessitava di molte ricerche. Quindi estrasse dal cilindro la notizia della morte di una sua zia, residente in provincia di Como.

Era molto ricca” mi scrisse per giustificare l’assenza.

Finché si dissolse completamente.

Siccome non amo le umiliazioni evitai di cercarla compulsivamente. Le lasciavo talvolta dei brevi messaggi che oscillavano tra lo scherzo e il melodramma.

Fino a quando, un mattino piovosissimo, fu lei a chiamarmi.

Iniziò lentamente, con toni concilianti, poi, non ricordo bene per quale motivo, iniziò ad agitarsi. Mi urlò che ero solamente un povero inconsapevole e che, attraverso i miei comportamenti avevo compromesso la nostra storia estromettendola dal progetto di vita che stava collezionando.

Proposi un incontro chiarificatore. Siccome ci tengo a perdere a testa alta, speravo di concordare almeno il classico periodo di riflessione, anticamera di ogni addio che si rispetti. Le chiesi se aveva un altro, ma lei stizzita rispose: “Come puoi pensarlo? Sei veramente un lurido idiota”.

Troncò dicendomi: “Lasciami soffrire nella mia solitudine”.

In quel momento, solo in quel momento, ricordai le parole di mia nonna.

D’altronde, come immaginavo, non doveva trattarsi di una grande sofferenza.

Solo due giorni dopo la intravidi dalla vetrina di un bar scambiarsi tenerezze con un tizio calvo vestito come un avvocato cassazionista. Giovane, alto, con la cravatta e le bretelle, quindi potenzialmente ricco.

La riconobbi, naturalmente, dal disegno delle cosce che volutamente lasciava sporgere dallo sgabello.

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