Mies maestro ‘senza tempo’

Barcellona Padiglioine di Mies
In rari casi la ricostruzione “com’era e dov’era” ha prodotto un risultato così apprezzato ed importante dal punto di vista del significato architettonico. Ricostruito nel 1986 per volere di una fondazione, il padiglione tedesco per l’esposizione internazionale di Barcellona, di Mies Van der Rohe, è oggi un’opera dall’intenso potere evocativo, suggestiva e didattica allo stesso tempo. Giustamente ricostruita poichè tanto reale quanto effimera da risultare praticamente “senza tempo”. L’area sulla quale, nel 1928 si tenne l’expò di Barcellona, è quella ai piedi del Montjuic; allora periferia del capoluogo catalano ma oggi luogo di intenso traffico anche per il ridisegno completo della zona avvenuto in occasione delle olimpiadi del 1992. Il padiglione di Mies è una piccola architettura circondata da grandi costruzioni, probabilmente ne conoscono l’esistenza soltanto gli architetti e solo loro, praticamente, si recano a visitarla. Posto al termine di un terrapieno pianeggiante, come una quinta bassa, dialogante con il filo dell’orizzonte più che con i volumi circostanti, lo si avvicina con una sorta di soggezione che solamente le architetture dal grande impatto simbolico generano. Il padiglione è un complesso gioco di equilibri dal sapore vagamente monumentale, si resta spiazzati dalla percezione libera dello spazio interno, liberato dai divisori eppure così preciso, lineare, in grado di fornire interpretazioni e visuali in continuo divenire. Si ha sempre la sensazione che spostandosi di un passo le prospettive cambino completamente e si scopra un nuovo punto di vista, quello ideale magari, ma senza mai trovare un vero punto di riferimento chiaro. Per Mies questa è un’opera manifesto del suo pensiero nella quale, aiutato anche dal tema del padiglione espositivo, inserisce il concetto dell’annullamento della facciata, dei setti murari come divisori, dell’uso del ferro e del vetro, tutte questioni affrontate in altri lavori coevi, ma anche adoperando la violenta contrapposizione estetica delle venature del marmo impiegato all’interno come scelta estetica ed esternamente come basamento per l’intera costruzione. Presentato all’inaugurazione, nel 1929, dal commissario generale del Reich, Von Schnitzel, come un’opera “chiara, sincera ed onesta”, il padiglione di Mies è in realtà un’architettura di impegnativa lettura. L’architetto tedesco ci inserisce la lezione della composizione per piani del movimento De Stijl, le ambizioni costruttiviste con i pilastri di ferro cruciformi a vista, ma anche la lezione Wrightiana sui percorsi interni, fino ai principi della decorazione affidata ai materiali prettamente Loosiana. Ma è con Le Corbusier che Mies condivide il principio ispiratore della sua architettura, quello di rappresentare le condizioni e le aspirazioni dell’epoca. “L’architettura è sempre la volontà di un’epoca tradotta in spazio, nient’altro” diceva; e ancora: “si dovrà comprendere che ogni architettura è legata alla proprio epoca e si rende visibile solo con i mezzi del proprio tempo in compiti vitali. Non è mai accaduto il contrario”. Visitare il padiglione tedesco per l’esposizione internazionale di Barcellona è come entrare in un libro di storia dell’architettura; questa fu la mia impressione; ci trovai ragazzi assorti in un silenzio meditativo, curiosi esploratori di ogni piccolo spazio e fotografi scrupolosi. Avrei voluto ingenuamente accomodarmi sugli arredi disegnati dallo stesso Mies (la famosa poltrona Barcellona fu ideata e realizzata proprio per il padiglione), cosa ovviamente vietata, e provare a capire la logica compositiva sottrattiva attraverso la quale Mies risolve le tematiche trattate. Una sintesi articolata e sofferta, tipica di Mies che amava la lentezza del progetto, il trascorrere le giornate a studiare tutto nel minimo dettaglio, insofferente verso coloro che ogni giorno pensavano di sfornare soluzioni definitive. Un atteggiamento ritroso e scostante che lo rese un pessimo insegnante allora ma che ne fa un prezioso maestro oggi.

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