L’IRRESPONSABILITA’ COLLETTIVA

Quando si è capito che per contrastare la diffusione del Coronavirus, dovevamo affidarci alla coscienza degli italiani, è stato chiaro che il contagio si sarebbe diffuso senza freni.

Se c’è una disciplina nella quale gli italiani sono senza dubbio campioni del mondo, è l’irresponsabilità collettiva.

Siamo così decisi a combattere per fare quello che ci pare che faremmo di tutto per non rinunciarci, specie a vantaggio del bene comune.

In nome di questo che reputiamo un diritto personale, siamo disposti a metterci in coda al primo cialtrone che ci da ragione pronti ad abbandonarlo appena ci sarà più comodo seguirne un altro. Così a turno, a seconda dell’emergenza, tutti si ergono ad esperti: medici, ingegneri, geologi, economisti eccetera.

Eppure in questo caso specifico del Coronavirus, pur non volendo fidarsi dei veri medici, dei politici e dei giornalisti, sarebbe bastato credere alla matematica.

La matematica è un fatto, non cerca consenso, audience o denaro; non ha bisogno di fiducia per avere ragione.

Ci basta un dato: ogni contagiato trasmette la malattia in media ad altre 2,5 persone (questo valore per la comune influenza è 2,1, per il morbillo è 15).

Dunque, ogni infetto la trasmette a 2,5 persone che a loro volta lo fanno ad altre 2,5 persone e via così. L’obiettivo è abbassare quel 2,5 e farlo diventare meno di 1. Da quel momento in poi l’epidemia recede naturalmente.

Per altre malattie contagiose accade perché è l’alta percentuale di vaccinati ad abbassare quel valore (chissà se i novax ora lo stanno capendo).

Adesso, però, in mancanza di vaccino, questa serie numerica è teoricamente inarrestabile.

Siamo tutti potenzialmente contagiabili e c’è un solo modo per provare a ridurre quel 2,5: limitare qualsiasi tipo di contatto diretto.

E’ l’unica arma che abbiamo. Si base su una banale considerazione aritmetica.

Ma l’ignoranza nel recepire un semplice dato numerico stimola la natura irresponsabile degli italiani. Gruppi di aperitivi a Milano, giovani rivoluzionari veneti che sfidano il virus, fatalisti che sostengono sia tutto un complotto, sono il manifesto di una società irresponsabile e ignorante.

Pochi giorni fa, sui social è nato un gruppo che invitava a venire in costa d’Amalfi.

Operatori turistici, imprenditori, persino sindaci si sono prodotti in ridicoli appelli, anche televisivi, invitando i turisti a raggiungerci in costiera, invocando l’assenza di casi.

Come se fosse sufficiente il cielo blu, il mare azzurro e il cibo buono a contrastare la diffusione del virus.

Dopo l’ultimo decreto, centinaia di persone, incapaci di rispettare un divieto a difesa del bene comune, stanno davvero raggiungendo le regioni del sud, scappando dalle zone rosse.

Eh no, ora non le vogliamo più!.

Li lasceremmo volentieri stipati sui treni in quarantena così come, a parti invertite, loro avrebbero fatto con noi.

Proprio come la maggioranza delle persone lascerebbe in mezzo al mare i migranti che scappano dalla fame e dalle guerre.

E’ proprio vero ciò che dice Don De Lillo in “Rumore bianco”: la morte è una tragedia solo se ci riguarda personalmente.

Occorra che il pericolo ci bussi in casa per scoprire gli effetti della nostra irresponsabilità collettiva.

E purtroppo, lo dice la matematica, presto lo farà.

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