LA DIFFICOLTA’ DI CHIAMARE “ARCHITETTO” UNA DONNA ARCHITETTO

Questo articolo è uno spin-off del precedente “SFIDE: L’ARCHITETTO CONTRO IL VEZZEGGIATIVO” poiché, detto delle richieste che l’architetto riceve in forma sempre diminutiva o vezzeggiativa (un progettino, uno schizzetto…), non bisogna dimenticare l’equivalente (per gravità) attitudine che sembra impedire chicchessia a chiamare “architetto” una donna architetto.

Disturbo che si manifesta negli uomini ma mai nei confronti degli uomini che vengono chiamati “architetto” non solo sul luogo di lavoro, ma, una volta noto che lo siano, ovunque.

Ecco la classifica dei cinque appellativi utilizzati per la donna architetto sul luogo di lavoro in ordine crescente di fastidio.

Al quinto posto: IL LEI – Per non sbagliare, dinanzi ad un evidente difficoltà filologica, mastri, operai, artigiani, impiantisti e mobilieri (quando sono ovviamente tutti uomini), evitano di avventurarsi a rincorrere un qualsiasi titolo di studio o aggettivi inesplicabili, e si rifugiano in un affabile, quanto generico, spazio di cortesia. Come novelli Alessandro Manzoni. Si tratta di un espediente perfetto quando ci si trova in gruppo, così non si capisce mai veramente con chi si sta parlando. I più sofisticati, per fortuna si tratta di rari casi, talvolta usano ancora il “VOI”. Capita nel caso si stimi la differenza d’età oltre i trent’anni a sfavore della donna, dunque non si tratta di un complimento. O, sporadicamente, a nostalgici del ventennio, ostili alla “borghesizzazione” del linguaggio.

Al quarto posto: GEOMETRA – Il titolo di geometra, negli ambienti strettamente legati al mondo reazionario della manovalanza, pre-sessantottino e del “fare non parlare”, ha ancora maggior valore rispetto a quello di architetto, che, spesso, non viene nemmeno riconosciuto come idoneo per ergersi al comando di qualsiasi operazione manuale. Tra cerchie di irriducibili integralisti il geometra può valere addirittura più dell’ingegnere. Questo, ma non per giustificare l’errata nominazione dell’architetto donna, può valere come consolazione, anche considerando che il suffisso in “tra” per aderenza con alcune figure mediche come “pediatra”, “geriatra” e “fisiatra”, viene considerato indubbiamente una qualifica autorevole. Inoltre finendo in “A”, la parola geometra è ambiguamente di genere femminile.     

Al terzo posto: DOTTORESSA – In questo caso si tenta l’escamotage del titolo universitario generico, riconoscendo nell’architetto donna perlomeno la conclusione di un percorso di studi con tanto di pergamena ed, eventualmente, di bomboniere coi confetti rossi. Il titolo di “dottoressa”, per quanto significativo e formalmente corretto, può però provocare, specie in cantiere, smarrimenti ed equivoci tanto da rischiare che venga, seduta stante, invocata la consulenza dell’architetto donna anche in caso di improvvisi cali di pressione o di disturbi pregressi (dermatiti, traumi, intolleranze alimentari ecc.). Il rischio aumenta esponenzialmente se l’architetto donna è in possesso di borsa ventiquattrore in pelle.

Al secondo posto: IL NOME PROPRIO – In contrapposizione con l’impersonale pronome, taluni, dopo un periodo di ambientamento, tendono ad assumere una posizione più confidenziale con l’architetto donna, fino a quando decidono, arbitrariamente, di risolvere la questione, utilizzando direttamente il suo nome proprio. I più audaci, specie nel caso vi sia marcata differenza d’età (questa volta però a sfavore del mastro) vezzeggiano il nome pensando non solo di risultare simpatici ma anche di arruffianarsi l’architetto (ad esempio: Rosa=Rosetta. Paola=Paolina. Roberta=Robertina). In questo caso, è bene precisarlo, neanche una qualsivoglia parentela vale come giustificazione.

Al primo posto: SIGNORA (o SIGNORINA) – E’ senza dubbio la denominazione che da’ più fastidio all’architetto donna. Infatti, è talmente vago, che pare attribuirle i gradi del casuale passante al quale, per puro caso, si chiede un parere per mere questioni di cortesia. Il diminutivo viene utilizzato nel caso sia evidente il nubilato o, sempre per ruffianeria, pensando possa essere un complimento anagrafico. Alcuni maldestri riescono persino nell’impresa di accoppiare il primo e il secondo posto di questa classifica (esempio: Signora Rosa); altri quando vengono giustamente ripresi, provano a riparare con la formula, abominevole, di “Signora Architetto”.    

FUORI CLASSIFICA

Al terzo posto: SEGRETARIA – Solo per studi professionali, l’architetto donna nonostante la dotazione di computer, lucidi arrotolati sulla scrivania, cumuli di riviste alle spalle, squadre millimetrate e poster di Norman Forster alla parete, non viene ritenuta sufficientemente attrezzata per ottenere il titolo.

Al secondo posto: ASSISTENTE – In caso di riunioni in cui ci si presenti con la presenza almeno di un maschio, anche se questi è solo l’autista e nonostante la donna mostri chiaramente di essere a capo delle operazioni.

Al primo posto: ARCHITETTA – Arditissimo. Poiché, in una situazione di intimità, parrebbe un avances e, in contesti più affollati, nessun uomo lo userebbe mai per non rischiare una denuncia per molestia. Ma c’è a chi piace(rebbe).

(P.S.: L’articolo può valere anche per l’ingegnere donna, ma molto meno).

NELLA FOTO: ARCH. GAE AULENTI – IMMAGINE ORIGINALE TRATTA DA ELLEDECOR.COM

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1 Comment LA DIFFICOLTA’ DI CHIAMARE “ARCHITETTO” UNA DONNA ARCHITETTO

  1. Mm 27 Settembre 2020 at 22:14

    Considerato che ognuno e ognuna e libero/di farsi chiamare come vuole, il dizionario ci viene in aiuto.

    Dal dizionario italiano:
    Sostantivo, forma flessa (singolare maschile: architetto, plurale maschile: architetti, singolare femminile: architetta, plurale femminile: architette)
    architetta f sing

    femminile singolare di architetto

    Sillabazione
    ar | chi | tét | ta

    Etimologia
    vedi la voce architetto

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