Il viaggio di Giovanni

biciLa Domenica mattina Giovanni ancora si concedeva una gita in bici.

Era praticamente l’ultima attività sportiva che riusciva a praticare, quella che gli concedeva il tempo che teneva libero ma soprattutto i suoi acciacchi. Il suo dolore cronico alla spalla risultato di una vecchia lussazione, le frequenti infiammazioni della cartilagine del ginocchio sinistro e ovviamente la schiena, a causa della quale aveva abbandonato l’ultima disciplina di contatto che, fino a tre anni prima ancora praticava, ovvero la partita di calcetto del Giovedi sera con gli amici.

Gli era rimasta la sua vecchia bici da corsa, con i tubolari sottili ed il telaio in grafite; comprata vent’anni prima quando, ancora ventottenne, si era concesso l’ultima vacanza estiva da solo.

L’allenamento in bici della Domenica mattina teneva impegnato Giovanni anche mentalmente: già dal Venerdi controllava le previsioni del tempo e metteva da parte i calzini e la maglia tecnica. Poi guardava se poteva fare un tratto alternativo, ma alla fine percorreva sempre la stessa via.

In genere il Sabato sera, se poteva, Giovanni evitava di mangiare troppo o particolarmente salato, per poter dormire sereno e svegliarsi, il mattino seguente, non troppo tardi.

La moglie di Giovanni tollerava l’ultimo degli hobby del marito con malcelata disponibilità; in realtà, molto spesso, avrebbe voluto che il marito la Domenica mattina restasse in casa per fare qualche lavoro di bricolage, oppure per accompagnarla ai grandi magazzini, oppure ancora per andare a trovare parenti o amici. Tutte pratiche che, Giovanni, se poteva, era ben lieto di evitare. Anche per quella Domenica Giovanni aveva dovuto fronteggiare una richiesta della moglie: quella di andare a cercare il divano nuovo e successivamente di recarsi al vivaio a prendere delle piante da sistemare sui balconi. Meno impegni gli dava, certo, Anselmo, il figlio quattordicenne di Giovanni, che trascorreva intere giornate a giocare online a chissà cosa con chissà chi e che riduceva i dialoghi con il padre ad un sintetico “Ciao pà” ogni due volte che lo incrociava nel corridoio o durante i pasti.

Giovanni quella Domenica si svegliò intorno alle 8, restò ancora un po’ a letto per non dare alla moglie l’impressione di voler uscire prima del solito (avrebbe poi dovuto spiegare il perché di quel cambiamento); quando furono le 8.20 circa, Giovanni si alzò piano cercando di non svegliare la moglie che si svegliò ugualmente. In cucina preparò il caffè e mangiò solo mezza brioche, in piedi, per non appesantirsi. Intanto la moglie si era alzata e lo spiava curiosa mentre Giovanni tirava fuori la sua divisa da ciclista.

Preoccupato dal meteo Giovanni diede uno sguardo al cielo che minacciava pioggia, poi estrasse dal guardaroba il suo zainetto viola. Dentro mise, come al solito, una maglia con le maniche lunghe di cotone pesante, due barrette dolcificate, una bottiglietta contenente una bevanda energetica, qualche banconota di piccolo taglio (perché qualche imprevisto può sempre capitare), il telefono cellulare e le chiavi di casa. Poi tornò a guardare fuori dalla finestra, quindi tornò al guardaroba e prese anche un impermeabile pieghevole, “casomai dovesse piovere” pensò.

La moglie, che non lo aveva perso di vista neanche un istante durante tutte queste operazioni, aspettò il momento giusto per dire la sua. “Vai oggi, che poi Domenica prossima”, breve pausa:  “non dimenticarti dove dobbiamo andare””.

Giovanni lo ricordava benissimo. La Domenica successiva era in programma il battesimo di una nipote della moglie (di riflesso anche nipote sua), un ricevimento mattutino in una tenuta in collina a 50 chilometri da casa. Giovanni aveva pensato di incastrare la sua gita in bici prima delle cerimonia, ma sarebbe stato tutt’altro che rilassante, fare tutto in fretta e poi, dopo lo sforzo, vestirsi bene e prendere l’auto. No, non si poteva fare.

Ma Giovanni aveva anche studiato il calendario per la Domenica ancora successiva. Quando sarebbe stato il compleanno della suocera, che comportava una serie di impegni supplementari, riguardanti principalmente il trasporto dei vari parenti anziani al quale solo lui si prestava generosamente, in qualità di paziente tassista. Quindi anche quell’altra Domenica la sua gita in bici sarebbe saltata. E molto probabilmente anche quella ancora dopo a causa dell’inizio dei lavori di tinteggiatura della casa, che comportava un massivo spostamento dei mobili per il quale la Domenica era l’unico giorno adatto.

Quindi Giovanni sapeva che quello sarebbe stato il primo e anche l’ultimo allenamento di quel mese. Davanti a questa constatazione aveva anche studiato la possibilità di uscire un paio di volte di Sabato; spostando qualche appuntamento e organizzandosi per tempo avrebbe potuto farcela. Ma si sarebbe trattato di un cambiamento imprevisto delle abitudini e lo agitavano le spiegazioni che avrebbe dovuto dare alla moglie. Lei avrebbe certamente obiettato che il giorno della bici era la Domenica e non c’era motivo di effettuare questo improvviso cambio in abitudini così consolidate. “Piuttosto non è obbligatorio che tu ci vada. Alla tua età uno sforzo del genere può farti solo male” gli avrebbe detto, mettendo in pericolo anche le future gite domenicali. Indubbiamente Giovanni non era fatto per i cambi di rotta, preferiva procedere con le consuetudini stabili.

Così Giovanni quel giorno era indeciso se essere felice di quel presente perché adesso poteva prendere la sua bici ed andare, oppure triste per il futuro perché avrebbe dovuto saltare almeno le tre domeniche seguenti. Comunque salutò la moglie fingendo dispiacere e scese in garage a prendere la bici, il cielo continuava ad essere carico di nuvole poco incoraggianti, ma Giovanni cercò di non badarci, “in questi casi basta partire”, pensava; dopodiché la pioggia durante il viaggio diventa un inconveniente come tutti gli altri, “a meno che non sia un diluvio”.

Giovanni diede le prime pedalate e gli sembrò che non si muovesse da anni (invece la Domenica precedente era uscito regolarmente), imboccò il viale alberato e, come al solito, ci trovò pochissime auto in movimento (quelle parcheggiate erano tutte regolarmente al loro posto). Giovanni amava la città di Domenica mattina, quando è semi deserta e silenziosa.

Pensò che il bello di pedalare la Domenica era anche quello; ma comunque gli sarebbe piaciuto andare in bici pure, ad esempio, di Martedi, oppure il Giovedi al tramonto. E magari anche il Sabato pomeriggio, costeggiando la litoranea e guardando il mare.

Tutte cose che gli sarebbe piaciuto fare. Tuttavia nella vita non sempre si possono fare le cose che ci piacciono. A questo punto Giovanni cominciò a pensare alle cose che gli piacevano, in rapporto a quelle che effettivamente riusciva a fare, esclusa la pedalata della Domenica mattina, ovviamente.

Giovanni ci riflettè qualche minuto mentre usciva dal centro città e imboccava la statale approfittando della corsia vuota e del silenzio. Certamente mangiare la pizza ai funghi del take-away all’angolo sotto casa, non tutti i giorni certo, ma almeno una volta a settimana. Guardare lo sport in tivù, non solo il ciclismo, ma ad esempio il tennis. Ascoltare alcuni album incisi tra il 1985 ed il 1990, che Giovanni considerava i migliori anni in assoluto per la musica italiana in particolare. A Giovanni vennero in mente anche alcuni amici con i quali amava stare, solo che ultimamente non riusciva ad incontrarli quasi mai e quindi cancellò subito questa ipotesi dalla sua ricerca. Provò a rintracciare altre cose che era felice di fare, ma non riuscì a trovarne, anche perché, dovendo attraversare alcuni incroci, doveva stare concentrato sulla strada.

Tuttavia, subito dopo gli incroci, provò a pensare se in futuro poteva provare a prendere la bici almeno due volte a settimana, ma qualsiasi soluzione gli sembrava troppo audace e soprattutto complessa da giustificare. Per distrarsi da quei pensieri così articolati preferì incorrere in un motivetto da poter canticchiare, ma la sua mente non trovò niente di meglio che un tormentone sentito in radio, del quale non sapeva neanche le parole anglofone, ma che gli riempì la testa con il suo orribile ritornello. Vani furono i tentativi di Giovanni di scacciarlo, provando ad inserirci sopra un riff dello Zucchero prima maniera o qualche strofa, una qualsiasi, di “Dark of the side moon”.

Quando ebbe percorso quasi quaranta minuti di strada, Giovanni si rese conto di essere andato piuttosto svelto, le gambe giravano veloci e sembravano non accusare nessun sintomo di stanchezza. Tolse per qualche istante i piedi dalle pedivelle e scosse i polpacci: si sentiva incredibilmente bene. Prima il pensiero delle cose che gli faceva piacere fare e poi la lotta contro il motivetto tortura, gli avevano impegnato la mente così a fondo che si era come distratto dalla stanchezza, il tempo era trascorso più in fretta e i muscoli si erano come dimenticati di fare fatica. Giovanni si era persino scordato di bere e di mangiare una delle sue barrette energetiche.

Il percorso prevedeva di arrivare in fondo al bivio, dove la statale si tuffa sulla vecchia stradina che conduce ai villaggi. Fermarsi là, all’antica fontana in pietra dove l’acqua è sempre fresca di sorgente e Giovanni si riposava sul muretto alcuni minuti, finendo di bere la sua bevanda zuccherata per riempire la bottiglietta d’acqua, per il ritorno a casa.

Ma quel giorno Giovanni aveva ancora la bottiglietta piena e quando arrivò alla fontana antica, esitò solo un istante poi tirò dritto. “Posso fare ancora qualche chilometro”, pensò Giovanni che spiando l’ora sul cellulare aveva controllato anche di aver conservato un leggero anticipo.

Così Giovanni si spinse lungo la stradina dei villaggi. In direzione nord. Era tanto che non passava di là. Attraversò i primi due, incrociando gli sguardi incuriositi delle persone che non sapevano chi fosse. Passò davanti ad una chiesa mentre i fedeli entravano per la messa, in una piazzetta dove gli anziani discutevano ad alta voce di politica e di cibo. Finché Giovanni, al termine di una discesa, si trovò dinanzi ad un’altra fontana, moderna, al centro di uno slargo circondato da quello che gli sembrava un quartiere popolare degli anni ’60. Non era mai stato in quel luogo, gli sembrò una piazza metafisica, un panorama a metà tra De Chirico e O’Keffee

Rallentò, scese dalla bici che poggiò al muro in cemento e mattoni, quindi si tolse lo zainetto dalle spalle, terminò la sua bottiglietta e fece qualche passo verso la fontana dove la riempì fino all’orlo, tornò al muro, la asciugò con il bordo della maglietta e la riposizionò nello zaino.

Fu in quel momento, mentre era là, che un pallone rosso, di gomma, rotolò fin quasi alla fontana, provenendo da un vicolo tra i palazzi, da dove voci di bambini lo rincorrevano. Giovanni scattò, lo stoppò con il destro ma non vedendo ancora nessuno a cui ritirarlo, lo tenne là sotto la suola della sua scarpetta da ciclista. Esitò alcuni secondi poi lentamente avanzò verso il vicolo in cima alla salita. Quando fu quasi nell’angolo della piazzetta, alcuni bambini arrivarono di corsa, sottraendogli il pallone dai piedi, dicendogli forse grazie, riscappando via. Giovanni ebbe la tentazione di affacciarsi sullo slargo accanto, vedere quanti bambini ci fossero, se era in corso una partita, un torneo o chissà che. In cuor suo sperava pure che mancasse qualcuno, che i bambini fossero dispari e che qualcuno gli chiedesse di giocare per pareggiare le squadre. Ecco, quella sarebbe stata una cosa che gli avrebbe fatto piacere fare. Ma Giovanni rimase sullo spigolo dei fabbricati. Provò ad ascoltare qualche voce, sentì il pallone saltare, sbattere sulle pareti, tornare indietro.

Giovanni si rese conto di essersi riposato abbastanza. Girò le spalle ai ragazzini che neanche vedeva e tornò giù verso la fontana moderna. Da lontano gli sembrò che alla scena mancasse qualcosa, accelerò il passo e raggiunse la bici che era ancora al suo posto, ma accanto non c’era più il suo zainetto. Giovanni ripercorse mentalmente i gesti effettuati cinque minuti prima, nella ricostruzione lo zainetto era stato poggiato accanto alla bici, ovvero dove ora c’era solo il basamento in mattoni del fabbricato. Si guardò intorno, non vide nessuno, sentì solo il fischiare del vento tra i palazzi affiancati. Quindi ripensò al contenuto dello zainetto: una maglia di cotone di poco valore, una barretta energetica, l’impermeabile, il cellulare, le chiavi di casa. Ah, anche una decina di euro. Poche cose comunque. A parte le chiavi di casa nulla di cui non si potesse fare facilmente a meno. Anzi, provò il più sincero dei dispiaceri proprio per lo zainetto che gli ricordava un momento felice della sua vita e al quale era parecchio affezionato.

Già immaginava i rimproveri della moglie al suo ritorno a casa, avrebbe dovuto spiegare che la scomparsa dello zainetto era stato un evento assolutamente misterioso, che in fondo non era stato imprudente e che probabilmente si poteva anche non cambiare la serratura della porta. Inoltre non sapeva neanche che ore fossero e neanche poteva scoprirlo visto che il cellulare era stato rubato insieme allo zainetto. Giovanni pensò subito di fare in fretta a tornare a casa, in quel momento era irreperibile e se la moglie (o chiunque altro) preoccupata avrebbe provato a chiamarlo non avrebbe ottenuto risposta e si sarebbe allarmato e quindi i suoi rimproveri sarebbero aumentati di numero ed intensità.

Tutti questi pensieri gli provocarono un vivace affanno in petto, come dopo uno sprint a cento all’ora, adesso il percorso di ritorno gli sembrava lunghissimo e faticoso.

Respirò forte, pensò alle domeniche successive dove avrebbe partecipato a cerimonie noiose e incontrato parenti ai quali non sapeva mai cosa dire. Girò la bici. Era quella l’unica svolta che gli era concessa, quando arrivato a metà strada, invertiva la marcia per tornare sui suoi passi.

Salì in bici. Diede due colpi di pedale decisi, si ritrovò al centro della piazzetta, dinanzi a sé la salitella e la strada del ritorno a casa. Alla sua destra il vicolo dei bambini, e dopo una via sconosciuta ed imprevista. Forse conduceva in altri villaggi o sul mare. Oppure si arrampicava sulle colline e dalle colline poi giù dall’altro lato del mondo.

Giovanni, chiuse gli occhi e girò a destra, completamente su sé stesso. Fu, quella, una svolta repentina ed imprevista. L’ultima, decisiva, da quel momento non ne sarebbero servite altre: bastava andar dritto.

Si alzò sul sellino e spinse forte, non sentì la fatica, il respiro tornò regolare. E si allontanò, tra vicoli sconosciuti, lungo strade inimmaginate.

Senza acqua, barrette energetiche, cellulare e maglia pesante. Le chiavi di casa non gli servivano più.

Non si sa bene dove arrivò Giovanni, proseguendo in quella direzione. Certamente pedalò anche di Martedi, durante il tramonto del Giovedì e il Sabato pomeriggio.

P.S.: Qualcuno giura di aver visto una sua foto sul più famoso social network: pedalava felice sulle coste delle Highlands, davanti al mare del nord.

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