C’è un alieno a Poissy ?

Villa Savoye
Così come i fedeli si recano in pellegrinaggio nei rispettivi luoghi di culto, così architetti di tutto il mondo giungono a Poissy. Poissy, cittadina a meno di un’ora di treno da Parigi, ha il piacere di ospitare un santuario dell’architettura contemporanea, un esempio quasi irreale di manifesto culturale, talmente ideale da sembrare quasi finto, nonostante sia in cemento armato e sia un oggetto fisico, tattile. Le Corbusier costruì Villa Savoye tra il 1928 e il 1931, su commissione dei coniugi Savoye che chiesero all’allora 41enne architetto svizzero di realizzare la loro futura casa di campagna. Giunto a Poissy ho guardato il percorso del bus, una fermata era dedicata a Villa Savoye. Il bus è partito dalla stazione, ha fatto qualche volteggio tra il centro cittadino poi si è inerpicato lungo una salita tra schiere di villette. L’autista, gentile, mi ha indicato la mia fermata; dalla strada solo una freccia ed un piccolo cartello su un muro di cinta mi indicavano la direzione. Villa Savoye compare così, tra le fronde, al termine di un vialetto in ghiaia; sospesa come un astronave aliena che ha scelto il suo prato dove si è appena posata o da dove sta ripartendo. Scorgi la sagoma e, sorprendentemente, non ci sono particolari che catturano immediatamente la tua attenzione. C’è un equilibrio fiabesco, talmente perfetto da evitare che l’occhio si indirizzi verso un punto preciso. Ci ho girato intorno provando a capire la logica del disegno così stereometrico delle facciate, cercavo un appiglio, un motivo, un indicazione, uno scorcio da fotografare più di un altro, ma non ci sono riuscito. Poi sono entrato. La prima cosa che scorgi al piano terra e la rampa che porta ai piani superiori, posizionata proprio davanti all’ingresso, è una vera imposizione silenziosa quanto precisa, il visitatore e la rampa si osservano a vicenda, e lei gli dice di salire, e il visitatore 90 volte su 100, sale. E almeno nella metà dei casi sale fino sul tetto giardino, così che la prima cosa che visita davvero è il coronamento della casa: il tetto piano testardamente voluto così da Le Corbusier, con la sua finta finestra che guarda il panorama della Senna. Il livello intermedio è suddiviso a metà tra un grande salone vetrato con le camere e il terrazzo dove le aperture a nastro continuano a correre lungo il perimetro senza gli infissi, lasciando passare il vento e i suoni della campagna. E’ dal piano intermedio che ti accorgi della presenza della scala a chiocciola, un’ardita struttura di grande pulizia strutturale che unitamente alla rampa collega tutti i livelli dell’abitazione. Al piano terra vi sono i servizi, un lavabo piazzato nell’atrio suscita curiosità; Le Corbusier lo posizionò per permettere ai viandanti di purificarsi dal mondo esterno, per lavare le impurità dalle quali lui sollevava l’architettura. I pellegrini scattano migliaia di foto, si abbassano, piegano, allungano l’obiettivo, si affacciano, cercano con passione un angolo inusuale, un inedito che non c’è. Tutto scorre preciso a Villa Savoye, il tempo sembra essersi interrotto, bloccatosi come sulla tela di un quadro, eppure lo spazio è vivo, ne senti l’atmosfera come in una cattedrale e continui a salire e scendere da un piano all’altro per rubare ogni istante, ogni impressione. Le Corbusier usò la villa per gridare con violenza i suoi cinque principi fondanti della nuova architettura, felici novità che a quasi un secolo di distanza sono ancora modelli di esplorazione per gli architetti di oggi. Concentrò la sua idea di purismo architettonico, riducendo tutto all’essenzialità (i mobili li chiamava attrezzature), fedele a ciò che aveva scritto: “Ciò di cui ha bisogno l’uomo moderno è una cella monacale, bene illuminata e riscaldata, con un angolo dal quale contemplare le stelle”. La macchina per abitare di Le Corbusier, dalle delicate pareti in calce bianca, doveva adempiere solamente ai suoi compiti, fornire cioè: “un riparo contro il caldo, il freddo, la pioggia, i ladri, gli indiscreti. Un ricettacolo di luce e di sole, un certo numero di stanze destinate alla cucina, al lavoro, alla vita intima”. Eppure fu proprio uno dei suoi principi inviolabili a tradire Le Corbusier, il tetto giardino mostrò subito problemi di impermeabilizzazione, si aprì una crepa sopra la camera da letto, il figlio dei Savoye, Roger, si ammalò di polmonite e la signora Emilie scrisse una lettera di lamentele all’architetto svizzero: “Piove nell’atrio, piove sulla rampa, e il muro del garage è zuppo. E come se non bastasse, piove nel mio bagno, che quando piove si allaga, poiché l ‘acqua entra attraverso il lucernario”. Le Corbusier promise di risolvere a breve gli inconvenienti, ricordando l’entusiasmo del mondo nei confronti della sua opera, ma in realtà solo lo scoppio della guerra mondiale lo sollevò dai fastidi di una lunga questione legale con i coniugi Savoye. Sottoposta ad un prezioso restauro qualche decennio dopo, oggi Villa Savoye è stata inserita nella lista dei monumenti dal ministero dei beni culturali francese. Prima di andare via mi sono seduto sul prato e sono rimasto a guardarla, tutte le foto non possono spiegare quello che vedevo con i miei occhi, e neanche le parole. Perso in una serie di futili considerazioni come questa sono rimasto per molti minuti. Per accorgermi che quel tempo così immobile passava in fretta, in un mattino di Maggio, dinanzi a Villa Savoye.
(citazioni tratte da “Architettura e felicità” di A. De Botton)

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