ARCHITETTI IN QUARANTENA

Può un architetto, ovvero una persona curiosa, dotato di inventiva e incline agli spostamenti, in grado di coordinare il lavoro di molte persone e di valutare ipotesi e soluzioni differenti, rimanere chiuso in casa cinquanta giorni senza maturare, e conseguentemente manifestare, segnali di smarrimento mentale e squilibrio psicofisico?.

La risposta è: «no».

Può, viceversa e contestualmente, durante questa prolungata prigionia, un architetto industriarsi per non farsi sopraffare dall’insofferenza, inventando quotidianamente nuovi modi per tenere la mente sufficientemente allenata?.

La risposta è: «assolutamente si!».

E’ così che la quasi totalità degli architetti italiani ha affrontato la quarantena imposta dal Covid-19, confrontandosi giorno per giorno con le contraddizioni degli eventi e facendo del suo spazio domestico un luogo creativo ed immaginario.

Decretato il lockdown, la prima operazione che gli architetti hanno dovuto fare è stata quella di riconoscere il loro rapporto col tempo. Valutando le proprie personali capacità di attesa. Dote peraltro già abbondantemente sviluppata. Quanta pazienza già occorreva, ad esempio all’architetto, per affrontare la lentezza della burocrazia, le inefficienze delle manovalanze e l’indolenza dei maestri artigiani?.

Successivamente molti architetti, incapaci di tener ferme le mani, hanno colto l’occasione per costruire qualcosa all’interno della loro casa: mobili Ikea, la cuccia del cane, puzzle o piramidi di biscotti.

Poi è arrivato il momento di apprezzare la formulazione dell’autocertificazione, in tutte le sue variegate versioni. Materia che ha stimolato la fantasia e lo spirito critico degli architetti costretti ad autocertificarsi, per lavoro, ogni mossa.

Molti architetti con velleità artistiche hanno pure rispolverato strumenti musicali, reliquie di gioventù, accantonati in soffitta. Tanti hanno cantato, i più coraggiosi sui balconi, gli altri nella riservatezza del salotto a serrande rigorosamente sigillate.

A proposito di balconi. Chi meglio degli architetti poteva considerarne l’importanza, estetica ed urbanistica! Al pari delle verande e dei più prestigiosi terrazzi, simbolo di una opulenza al limite della volgarità.

La disquisizione filosofica ha anche interessato aspetti più elevati del convivere. Il rapporto, ad esempio che gli architetti intrattengono con i lavori edili e con la famigerata “sfravecatura” oppure la misura del loro livello di autostima, da mantenere sempre piuttosto sollevata dai livelli di guardia indicativi della depressione.

Trascorso il primo mese, gli architetti si sono sentiti partecipi delle iniziative per il rilancio, nonostante la loro atavica assenza nelle famigerate task force nazionali.

Da una parte si sono posizionati coloro che hanno pensato che non fosse possibile ricominciare, come prima, a fare l’architetto e hanno preso in esame nuove opportunità di lavoro magari legate alla tecnologia, dall’altra, la maggior parte degli architetti ha provato ad immaginare la rinascita delle città, attraverso una nuova architettura fatta di distanze, decongestione, deroghe, detraibilità e decostruttivismo. Insomma un mucchio di “D”.

Tutto questo un attimo prima che si scatenasse la questione dei “congiunti”, argomento che ha terrorizzato gli architetti, costretti a combattere perennemente con parenti, suoi e dei suoi clienti, veri o presunti, di ogni grado, fattezze ed aggressività.

Quando è stato chiaro che la quarantena stesse per terminare, gli architetti hanno considerato con preoccupazione tutte le nuove ansie dalle quali saranno tormentati durante la, si spera breve, fase di convivenza col virus: cantieri edili trasformati in poliambulatori, nuovi piani di sicurezza, delatori accovacciati su ogni balcone pronti a smascherare violazioni e leggerezze.

Mutamenti che creeranno una nuova generazione di architetti, detti da “post-pandemia” che, in una prima fase, si affiancheranno a quelli già esistenti per poi prenderne inevitabilmente il posto.

Infine è arrivato il 4 Maggio e siamo usciti di casa, tutti insieme, trasformati in personaggi di un romanzo distopico di DeLillo, protagonisti di una nuova, indefinita, quarantena mentale.

Che ancora dura.

Un’ultima domanda: può tutto questo delirio essere raccontato in un libro?.

La risposta è: «Ebbene si!».

Il libro si chiama: “L’Architemario in quarantena – Prigionia oziosa di un architetto”l’ho scritto io. Da oggi è in vendita su Amazon e lo potete acquistare cliccando QUI.

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