A COSTA REI BIGLIE E TARTARUGHE

biglieNarrano le cronache che la spiaggia di costa Rei, angolo sud-est della Sardegna, fosse sconosciuta a qualsiasi esemplare di turista, fino al giorno in cui, circa venti anni fa, uno scrupoloso viaggiatore, nonché collaboratore della guida Loonely planet, la citò come una delle dieci spiagge più belle del mondo. Da quel momento è diventata meta di numerosi amanti della sabbia bianca e del mare limpido. Centinaia di visitatori che però negli 8 km di spiaggia si disperdono.

Questa è costa Rei, silenzioso tempio del bagno caraibico a solo un’ora di volo da Roma o Napoli, una e mezza da Milano. Se non fosse per i fondoschiena e i muscoli dei centramericani, potremmo certamente dire: “Altro che Santo Domingo !”.

Dio conservi questo paradiso così com’è, anche se basterebbero un paio di sindaci nostrani a distruggerlo in quattro e quattr’otto. Arriverebbero con i loro tecnici in missione speciale: assessori in mocassino accompagnati da imprenditori rampanti ad indire bandi fantasma, per esportare un po’ di anti-democratico lusso e una dose massiccia di divieti incomprensibili. Tempo un paio d’anni e costa Rei diventerebbe un nuovo tempio del mercante, camuffato da benefattore ambientalista.

Per scacciare i pensieri funesti, cammino per la spiaggia, dove mi incuriosisce un piccolo recinto chiuso da una rete fitta e dei nastri bianco-rossi. Immagino si tratti di un sequestro, elemento così tradizionale sui nostri litorali; invece no: quel quadrato di tre metri di lato serve a custodire le uova di una tartaruga.

Un ospite storico della spiaggia di costa Rei che risale i pochi metri dalla battigia e insabbia le sue uova, che si schiuderanno quando sarà il momento. Un capolavoro della natura. Il forestale là a pochi metri sostiene che quella sia una tartaruga nata proprio là, perché questi sono animali con una buona memoria, tornano sempre sul luogo dove nascono. Ci credo perché sono un inguaribile romantico e perché questo è senz’altro luogo di miracoli.

Intorno alle tre del pomeriggio, cinque o sei ragazzini con età apparentemente compresa tra i 7 e i 13 anni, prendono a scavare, muovere e modellare sabbia proprio davanti a me. Li seguo con curiosità e ammirazione. I lavori durano almeno mezz’ora dopodiché spuntano le biglie e parte la gara.

Roba da anni sessanta. Da commedia all’italiana in bianco e nero.

La pista è difficile e piena di curve, c’è il salto e la trappola del fosso. I ragazzini si impegnano, discutono, ogni tiro è un manuale di strategia. Ed io che avevo archiviato tutta la generazione post 2000 in un interminabile riserva di indiani dello smartphone. Rincoglioniti dai pokemon e dal candy crush, sospendo il giudizio. Eccoli là, sei esponenti della generazione 2.0 a giocare con le biglie, tre giri di circuito sotto un sole cocente. A sfidare la noia dell’estate e le curve del percorso, cercando di non andare fuori strada, perché se esageri, così è la regola, torni al punto di partenza.

E penso che, pur se inconsapevoli, i ragazzini hanno già capito come va la vita. Questo faticoso percorso, pieno di angoli e insidie, dove se sbagli torni indietro. E c’è il salto, c’è il trucco, c’è quello che osa ma finisce fuori giri e c’è quello prudente che forse arriva tardi, ma arriva.

Nel frattempo si alza il vento, da ovest arrivano le nuvole.

Alla fine ha vinto quello che mi sembra il più grande, perché l’esperienza, comunque, conta sempre.

Nelle biglie come nella vita.

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