IL MURO E IL MARE

scrittaA Salerno, ho sotto casa, un muro lunghissimo che corre accanto ai binari.

Se non fosse così lungo, cioè lungo tanto da non vederne né l’inizio che la fine, potrei dire che è anche un muro alto, ma in realtà la sua caratteristica principale è la lunghezza.

A me i muri non piacciono, se immagino uno spazio dove vivere o lavorare mi piacerebbe eliminarli, perché credo che un muro sia per sempre, oppure che, una volta costruito, poi sia difficile abbatterlo; viceversa se il muro non c’è, magari può essere più difficile deciderlo di costruirlo.

Tuttavia il pezzo di muro che riesco a vedere io dal balcone della cucina, comincia dal cancello di ingresso di una scuola e finisce proprio nella recinzione di un piccolo giardino privato, accanto ad un sottopasso. Saranno duecento metri in tutto, forse centocinquanta. Il fatto che ai miei occhi, il muro abbia una dimensione limitata mi rassicura, se non avesse confini certi, una finta fine ed un presunto inizio, sono certo che mi spaventerebbe. Per questo motivo,quel muro per me non è un muro vero, è come un enorme quinta di una scena teatrale, anzi è proprio come se fosse un teatro, dove si esercitano artisti sognatori.

Succede la Domenica mattina, un paio di volte al mese: sento le loro voci quando mi sveglio, in pigiama, prima di colazione, mi sporgo e loro sono là; hanno già scaricato dalle loro auto bombolette colorate, sgabelli per arrivare più in alto e aste con dei rulli, per far prima. Sono ragazzi giovani e meno giovani, talvolta ci sono anche delle ragazze. Tengono gli sportelli delle macchine aperti, ne esce una musica che non posso riconoscere, alcuni sono fermi accanto alla portiera e mi sembra che diano indicazioni mentre gli altri cominciano a tinteggiare la loro parte; perché il muro è un posto democratico, con delle zone precise: ognuno si prende il suo pezzo da rifare. Ecco, questa è la meraviglia del muro, anche l’opera più bella non può durare per sempre, anzi non può durare neanche tanto e, che io sappia, nessuno viene mai a lamentarsi. Tutto è assolutamente e tremendamente provvisorio. Ogni opera, anche la più bella, viene cancellata la volta successiva. Con i rulli, i writers, fanno velocemente uno sfondo nuovo, a volte è bianco, altre volte è blu intenso o rosso deciso, tracciano un nuovo grande rettangolo monocolore pronto ad essere dipinto. Poi in genere fanno una pausa, arretrando di qualche passo, da là riguardano bene la superficie a loro disposizione, quindi cambiano strumenti e con pazienza cominciano il loro compito.

Io, intanto, finisco la mia colazione, mi vesto, organizzo il mio giorno di festa, spesso metto le scarpette e faccio una decina di chilometri di corsa; intanto i ragazzi hanno tracciato alcune linee incomprensibili, usando solo il nero o solo il bianco (questo dipende dal colore dello sfondo), io non capisco cosa intendono fare, ma mi incanto a guardare. Non hanno un progetto, non seguono uno schema o uno schizzo, è come se l’intenzione fosse già chiara nella loro testa, oppure non è affatto chiara e li guida l’istinto, vanno dove si sentono di andare. Osservo pure i loro vestiti, forse perché vorrei indossassero una divisa e invece non hanno una regola: portano i jeans, la tuta sportiva, giacche larghe, bermuda in estate o felpe pesanti in inverno, forse la norma è che proprio non ce n’è una. Ed io che non lo sapevo, ora lo so.

Quando esco di casa spio qualcosa che inizio a comprendere, lettere enormi compongono scritte brevi, compaiono animali feroci davanti al sole, automobili nel prato e aerei nel cielo. Ci sono anche uomini, piccole ombre che si rincorrono. In maggior numero sono messaggi lanciati come sassi nel mare, perchè nessuno li raccoglierà, a parte io e gli abitanti di altri cinque balconi sotto di me, forse pure i ragazzi uscendo di scuola, se si fermassero a guardare.

Quando torno a casa i writers sono ancora là, pranzano con un panino e la birra, a volte qualcuno porta i cartoni con le pizze e li aprono sui cofani. Al tramonto li vedo che stanno riponendo via la roba, hanno trascorso tutto il giorno a dipingere il muro, discutendo di politica, sport, cibo e pigmenti delle vernici, mentre la città viveva altrove: i preti celebravano le messe, i bambini uscivano con le bici sul lungomare, in pasticceria si faceva la fila per le paste; e poi i ricevimenti al ristorante, il campionato di calcio, code in autostrada e scarpe strette da levare. Quando i writers vanno via le loro opere al buio dei lampioni si percepiscono appena, per capirle davvero dovrò aspettare il giorno dopo. Ed io mi accorgo che davvero quello non è un muro, una triste barriera di cemento senza respiro, ma è qualcosa d’altro, un luogo dove la vita è un intervallo tra una Domenica ed un’altra e non corre così veloce come il treno che gli passa alle spalle. Ho in mente il mio paese, dove è il mare ad essere lungo centocinquanta metri, tra gli scogli e la strada, e spesso anche il mare è un muro e pure se non lo puoi dipingere, davanti ci puoi sognare.

Una Domenica mi piacerebbe scendere in strada, fermarmi tra di loro e chiedergli se quella Domenica non avrebbero voluto svegliarsi tardi o essere altrove. Se hanno una famiglia, una fidanzata, una moglie o un marito che li aspetta da qualche parte, figli o genitori che hanno apparecchiato una tavola anche per loro che non torneranno in tempo, se hanno bollette da pagare o cani da portare a spasso; se gli interessa il calcio o giocano alla playstation, se hanno un lavoro o studiano, se vorrebbero salire sul treno e visitare altre città o guardare tutto il giorno la televisione dal divano. Se pensano di me quello che io penso di loro, cioè che potrei usare la mia Domenica diversamente; cioè credono che io abbia sprecato il mio tempo e le cose che sono convinto debbano restare, in realtà scompariranno più in fretta del loro murales.

Gli chiederei se sono felici mentre dipingono il muro o è solo un modo per sentire meno dolore. Se per loro quello è un muro o magari è il mare. Se lo fanno per sé stessi o per noi cinque che siamo sul balcone a guardarli. Se vorrebbero, un giorno, dipingere davanti ad un pubblico enorme o gli bastano quei centocinquanta metri tra la scuola e il giardinetto.

Se non gli dispiace che qualcun altro cancellerà il loro fare o se è proprio quello il senso di tutto: avere la possibilità, ogni volta, di ricominciare daccapo.

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