PARIGI VAL BENE UN LOW COST

piazza_beaubourg_viii_by_the_loners_on_wheelsParigi in fondo è come il centro di Bologna, dove “non si perde neanche un bambino”.

La torre tiene insieme tante anime, cittadine differenti, dove puoi sentirti sempre a casa.

Così mi apparve quando fui là, Parigi, quel Maggio di qualche anno fa.

A Les Halles, i fratelli Bergamasco, rugbisti italiani, giravano uno spot. La gente si fermava intorno, dava solo un’occhiata poi proseguiva: tutto sembrava un set, dentro e fuori l’inquadratura; così improvvisamente al fondo della strada comparve il museo Beauborg, ,dalle finestre vidi sciami di giovani sulla sommità della piazzetta che assistevano agli spettacoli degli artisti di strada. Applaudivano, festanti. Alla gioventù che non teme il tempo, basta poco per essere felice.

Nel cortile del Louvre la piramide di vetro è un segnale per distratti, la vecchia stazione trasformata nel museo D’Orsay, custodisce un silenzio religioso, come Notredame dove la luce che filtra dalle vetrate gotiche toglie il fiato, ti viene voglia di credere anche se non credi.

Lungo la Senna le bancarelle di libri nascondevano segreti antichi. Gli anziani rimanevano ore ad esaminarli con attenzione. I battelli scorrevano lenti dietro le loro spalle. Dinanzi al quartiere latino quel banco della frutta colorato come un carnevale mi ricordava Amélie e il suo mondo, meraviglioso.

Da Montmartre la città, di sera, si vede benissimo, dalla stazione della funicolare Fabio Volo trasmetteva “Italo-francese” su MTV, gruppi di ragazzi italiani dalle aiuole di fronte alla piccola palazzina liberty aspettavano un cenno. Sulle scale che portavano in basso, i ragazzi si baciavano incuranti dei passanti. A Pigallè, i travestiti ci invitavano ad entrare,  mandavano baci scoprendosi le cosce; ma “se entri sei finito”. Buttafuori giganteschi dinanzi ai cancelli colorati di rosso, sorvegliavano le uscite. Qualche ubriaco all’angolo della strada, le sirene della Gendarmerie passavano spesso. C’è forse da aver paura ? Mi chiedevo. Intanto camminavo.

Montmartre ti resta negli occhi. All’alba, i pittori sistemavano i cavalletti in equilibrio sul basolato in pendenza. Tenendo in equilibrio la loro arte e la loro vita. Ognuno, al suo posto, nel suo angolo; ritraevano i portoni delle chiese, il pavimento sconnesso delle strade, ogni bottega all’angolo.

A Montparnasse ogni bar fu un covo di scrittori: posavano i taccuini sui tavoli massicci, sorseggiando assenzio. Seduto sui gradini di una chiesa aspettavo mezzanotte e il passaggio di una carrozza ottocentesca, come in Midnight in Paris.

Al Trocaderò un ambulante cucinava crépe, la fila lunghissima per andare sulla cima dell’Eiffel, in Rue Franklin, casa Perret, anonima tra la cortina delle case, l’arco del quartiere de La Defènce, distante chilometri, allineato con l’arco di Trionfo, le auto che gli giravano intorno, correvano veloci sugli Chance Elysee.

Quando lasciai la città, Parigi non uscì da me per molto tempo.

Oggi, bisognerebbe tornarci.

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