NUOVI SESSANTOTTINI

La mattina dell’8 luglio del 1910, i vertici del movimento futurista, Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, Aroldo Bonzagni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Armando Mazza e Aldo Palazzeschi salirono sulla Torre dell’Orologio in piazza San Marco a Venezia. Trasportavano sacchi con un migliaio (Marinetti sosterrà 200.000, qualcuno dirà addirittura 800.000) di volantini su cui è stampato un testo, scritto dallo stesso Marinetti, dal titolo “Contro Venezia Passatista”, che lanceranno sulla folla di ritorno dal lido. “Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata1.

Qualche giorno più tardi irromperanno al teatro La Fenice dove lo stesso Marinetti terrà un discorso ai veneziani, prontamente sfociato in rissa per il tenore delle dichiarazioni.

Sono le prime manifestazioni pubbliche che confluiranno nelle cosiddette “serate futuriste”, happening di arte e politica nelle quali, di solito in un teatro preso in fitto, si mischiano propaganda e provocazione. Rappresentazioni che culminano puntualmente con l’assalto del pubblico che, ripetutamente sfidato, finisce per fare irruzione sul palco.

da sin. Filippo Tommaso Marinetti (1876/1944) – U. Boccioni, “Rissa in galleria” (1910)

I futuristi fecero del gesto sopra le righe la loro cifra distintiva.

Furono i primi a scoprire l’efficacia dell’azione eccezionale, oltre i limiti del consentito.

Successivamente, per indurre l’Italia ad intervenire nella prima guerra mondiale, Marinetti, Balla, Depero e altri, nella primavera del 1914, vennero più volte arrestati durante manifestazioni di protesta all’interno dell’università di Roma.

Celebre fu la sfilata del poeta napoletano Francesco Cangiullo con il vestito «Antineutrale», tricolore a triangoli, disegnato da Giacomo Balla (9 dicembre 1914).

Il vestito antineutrale (G. Balla, 1914)

«Latrati feroci di tori daltonici alla vista di un lembo rosso! Buffone! Pagliacci! Compagni, giustizia sommaria!…»2

La storia del movimento futurista e delle sue provocazioni ideate per sensibilizzare l’opinione pubblica alle proprie cause, ci aiuta a comprendere le recenti proteste ad opera del movimento “Ultima generazione” che chiede al governo di abbandonare l’uso del fossile, cancellare le nuove trivellazioni gasivore e di promuovere le energie pulite come il solare e l’eolico.

Accanto alla forma di protesta silenziosa del blocco delle strade, per nulla spettacolare e scarsamente riproducibile, “Ultima generazione” ha scelto di attirare l’attenzione attraverso il lancio di vernici lavabili verso opere d’arte (quadri ma anche monumenti, edifici) o tramite performance scenografiche come la colorazione delle fontane storiche o il bagno nel fango di alcuni attivisti, consumato lo scorso 23 maggio dinanzi a Palazzo Madama sede del Senato della Repubblica.

Mostrando di aver bene appreso la lezione futurista e soprattutto di averla attualizzata: gesti plateali, istantanei, dal forte fragore mediatico, clamorosi ma soprattutto divisivi, discutibili, controversi.

Non è chiaramente un caso che la migliore delle risposte ad una delle azioni di “Ultima generazione” l’abbia data proprio un’artista, Maurizio Cattellan, dopo l’imbrattamento (con vernice gialla) della sua scultura L.O.V.E. a Piazza Affari: “Il giallo è un colore che ho sempre amato”.

L.O.V.E. (anche detta “Il dito”) la scultura di Cattellan in piazza Affari a Milano, imbrattata dagli attivisti di “Ultima Generazione”

E’ il salto di livello decisivo. Nessuna protesta pubblica può essere davvero efficace se non provoca sgomento, crea spaccature, solleva gli scudi dei reazionari e, infine, induce i burocrati ad evocare reati che prevedono condanne esemplari. In questo caso: “Associazione a delinquere”, “Danneggiamento aggravato” “Devastazione di beni culturali”. Per questo i tre ventenni che lo scorso 2 gennaio imbrattarono la porta di Palazzo Madama rischiano fino a cinque anni di carcere.

“Siamo consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni, sappiamo cosa rischiamo e siamo pronti ad accettarlo” hanno dichiarato “Continueremo a fare quello che abbiamo fatto perché, molto più che affrontare un processo, ci spaventa il futuro del clima”.

Non sono certo (purtroppo) che “Ultima generazione” vincerà la propria battaglia, la presa di coscienza del cambiamento climatico sarà lenta e duratura e chissà se altre forme di lotta, meno comprensibili, verranno intraprese. Va ricordato che i futuristi, arruolatisi entusiasti per il fronte austriaco perirono quasi tutti; Marinetti, salvo, fece persino confluire il suo Partito Politico Futurista nei Fasci di combattimento, solo per pochi mesi, nel 1919, prima di allontanarsene all’indomani della sconfitta elettorale.

Non sono certo, dicevo. I giovani fanno sempre molte parti in commedia, e spesso quella degli sconfitti.

6 maggio: la protesta di “Ultima Generazione” nella fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona a Roma.

Tuttavia questo coraggio, parente stretto dell’incoscienza, per quanto mi riguarda genera soltanto rispetto. In particolare ammiro la capacità di mettere il loro corpo, faccia, gambe, braccia, a completa disposizione di un’idea (peraltro in questo caso assolutamente condivisibile) senza timore di sfidare apertamente le leggi dello stato, consegnandosi alla giustizia, ad un processo, probabilmente ad una condanna.

Invidio questa qualità che la mia generazione di timorati (ma anche molte delle precedenti e delle successive) non ha mai posseduto. Li considero i nuovi sessantontini; ma più isolati quindi più temerari.

Io tifo per la “non violenza” di questi giovani, per questa sfacciataggine, per le loro passate di pomodoro contro i travertini dei palazzi romani, detesto la retorica dei politici imbellettati e l’ipocrisia dell’italiano medio che storicamente “vorrebbe fare la rivoluzione col permesso dei carabinieri3.

Lo confesso: vorrei avere vent’anni e il coraggio di questa “Ultima generazione”.

QUEST’ARTICOLO E’ STATO PUBBLICATO NELLA RUBRICA L’ARCHRITICO SU ULISSEONLINE.IT

1: “Venise futurisme” volantino, Poligrafia italiana, Milano 1910

2: da “Storia del futurismo” C. Salaris, Ed. Riuniti 1985

3: aforisma attribuito a Leo Longanesi (1905/1957)

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