L’ARCHITETTO “Ā LA CARTE”

Ho amico, un architetto, che lavora “à la carte”.

Il mestiere lo ha imparato da suo zio noto geometra “à la carte” negli anni settanta del secolo scorso, quando funzionava molto come lavoro.

Ora però i geometri ambiscono tutti alla laurea e “à la carte” non ci vogliono più lavorare.

Invece il mio amico si. Equipaggiato solamente con una ventiquattrore, si sposta per uffici pubblici, bar, supermercati, panchine del parco e tra gli anziani che sorvegliano i cantieri stradali, inserendosi discretamente nelle discussioni alla ricerca dell’interlocutore giusto.

L’esperienza gli consente di individuarne quasi sempre uno che gli conceda buone possibilità di successo.

Con una scusa qualsiasi, ci attacca discorso.

Se il dibattito prende la piega desiderata, il mio amico si presenta, dice di essere un architetto e si vanta di aver costruito alcuni edifici, che lui definisce “opere”, pubblicate su riviste specializzate ma sempre piuttosto distanti dal luogo di incontro e comunque con nomi troppo complicati per una verifica immediata.

Inoltre la ventiquattrore gli conferisce autorevolezza, anche se, durante questa fase iniziale resta rigorosamente chiusa.

Nessun interlocutore dubita che il mio amico sia architetto, perché lui si veste esattamente come un architetto e usa parole come “riqualificazione” e “ripascimento”, cita a memoria l’ultimo decreto “sisma bonus” e mostra di saper misurare “ad occhio” la distanza tra l’interlocutore e la più prossima fermata dell’autobus.

Dopo qualche minuto, la cortesia del mio amico spinge l’interlocutore a chiedere quello che, negli ambienti tecnici, viene comunemente denominato “consiglio a volo”, ovvero una consulenza occasionale su generici problemi edilizi. Spesso anche di natura giuridica. Pratica temutissima dall’intera categoria.

Infatti, a quel punto, il 99,9% periodico degli architetti si dileguerebbe. Viceversa il mio amico si mostra prodigo di comprensione e suggerimenti, dispensandoli anche per iscritto, senza darsi limitazioni di tempo.

Anche questa seconda fase, che può durare delle ore, si svolge a ventiquattrore rigidamente sigillata.

Chiaramente, il mio amico alla fine di questa consulenza gratuita viene considerato dall’interlocutore una persona di assoluta fiducia, di molto superiore ad un familiare.

Terminato questo rituale, nella stragrande maggioranza dei casi, l’interlocutore, incantato da cotanta munificenza e altruismo, formula all’architetto una richiesta sommessa, confidandogli di aver bisogno di un progetto.

Siamo vicini al momento in cui si spalanca la ventiquattrore.

In realtà molti non utilizzano la parola “progetto”. Inizialmente la richiesta converge verso entità astratte denominate “schema”, “disegno”, “schizzo” o, peggio ancora, nelle sue versioni vezzeggiative “schizzetto”, “schemetto” o diminutive “schemino”, “disegnino”.

Finché, dopo concilianti sollecitazioni del mio amico, si raggiunge un accordo sull’accezione di “progetto”.

Esso può essere di qualsiasi tipo: un interno, un esterno, case unifamiliari, condomini, caseggiati, una villa in campagna o al mare, un garage o un deposito agricolo, uno scantinato o una mansarda, strade, ponti, giardini all’inglese, grattacieli, cappelle di famiglia, musei.

E’ questo il momento in cui il mio amico apre finalmente la ventiquattrore e tira fuori il suo catalogo di progetti «à la carte». Un menù che offre quasi un centinaio di proposte già confezionate, un paio per ogni tipologia a soddisfare sia l’anima contemporanea che quella reazionaria dell’instante.

Ogni progetto è completo di moduli precompilati, grafici senza lesinare i dettagli, in un numero sufficiente di copie già timbrate. Manca solo la formalità delle firme.

Ovviamente, ad ognuno corrisponde un prezzo. Ma «si tratta di prezzi abbordabili» mi assicura il mio amico.

L’interlocutore, oramai prossimo a mutarsi in  cliente, può scegliere il progetto che gli occorre oppure farsi affascinare da un desiderio inespresso e decidere per l’acquisto di un sogno.

Come trovandosi, casualmente, ad un tavolo del ristorante di Alain Ducasse ci si lascia andare al fascino di un “lentils e caviar” (lenticchie e caviale) da 195 euro ad assaggio.

I meno audaci si accontentano del progetto necessario. Cose piccole, d’altronde cosa vuoi costruire oggi?.

Ma non è raro che, soggiogato da un’utopia, il cliente scelga di osare, preferendo un barocchismo stile XVI^ secolo o, meglio ancora, un’architettura d’avanguardia: una serra high tech da giardino, un museo funzionalista immerso nel verde, un grattacielo da cento piani o una casa fantastica sulla scogliera. Anche se non ha né un giardino, né un piccolo frangiflutti.

«Un architetto “à la carte” offre sogni, perché l’architettura deve concedere a tutti la possibilità di sognare» dice il mio amico.    

Fare l’architetto non è facile, ma neppure farlo “à la carte”, tuttavia in questo caso c’è almeno il vantaggio di starsene sempre all’aria aperta e di portare con sé solo una ventiquattrore.

Un giorno gli chiesi: «come è possibile che una valigetta possa contenere un catalogo così completo di progetti?».

L’architetto, senza scomporsi, mi rispose che «i progetti, se ben fatti, occupano pochissimo spazio».

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