La memoria delle città (parte seconda)

All’interno di questa logica, operando un salto di scala, è indispensabile capire quali sono gli elementi fisici che praticamente condizionano la forma della città. Tra questi, senza dubbio, sempre seguendo la definizione di Aldo Rossi, vanno considerati gli “elementi primari”, categoria che comprende i cosiddetti “monumenti”. La visione di Rossi ci aiuta a comprendere quanta importanza venga attribuita alla presenza dei “monumenti” all’interno di una logica di organizzazione della città. Il riconoscimento di “monumento” eleva l’oggetto urbano in una dimensione senza precisi limiti di tempo che insieme al luogo, al tracciato viario e alle abitazioni ha il compito di costituire quelle permanenze che sono nei secoli la struttura della città. All’interno di quest’ottica che attribuisce ai “monumenti” il ruolo di “elementi primari”, Rossi si spinge ad affermare che: “essi partecipano all’evoluzione della città nel tempo in modo permanente identificandosi spesso con i fatti costituenti la città”¹. E’ l’unione di questi oggetti con le residenze e con il disegno viario ad identificare di fatto una città; questa, continuando a rinnovare il proprio aspetto nei secoli, non rinuncia alla sua vocazione, non fuoriesce dai binari tracciati dai suoi elementi caratterizzanti. Agli urbanisti e agli architetti, spetta il compito di cogliere questi aspetti; su una base scientifica, questi innestano le loro idee. Per grandissime linee, ritengo che queste considerazioni possano almeno introdurre ad una qualche considerazione sul rapporto tra la presenza di un monumento (o presunto tale) e la città che lo ospita. Tuttavia a completamento di queste righe è utile, presumo, stabilire un significato comune intorno alla notazione, appunto, di “monumento”. E’ indispensabile, anche in questo caso, notare che la discussione possa svilupparsi su differenti livelli. Dal punto di vista strettamente spaziale, il “monumento” può inquadrarsi secondo almeno tre aspetti: funzionale, di significato o posizionale. Aspetti che spesso convivono, ma non è detto, in ciò che gli abitanti riconoscono come monumento. Edifici nei quali avvengono, o sono avvenuti, fatti particolari possono essere considerati monumentali al di là del valore stesso dell’oggetto. Statue, obelischi, scavi archeologici pur non avendo (o non avendo più) una funzione, possono diventare nella coscienza delle persone, monumenti a tutti gli effetti. Tuttavia anche solo il posizionamento, simbolico, al di là del significato e dell’uso, può costituire una emergenza monumentale; questo persino nell’immaterialità dell’oggetto stesso. Anche una piazza vuota, ad esempio, diventa un monumento (si pensi a piazza Tienamen a Pechino). Anche la legislazione, che come di consueto corre a sanare un vuoto ideale, ha percepito questa nuova “sensazione”, introducendo (non da ora ma da decenni in verità) il concetto di “bene culturale” in sostituzione di quello arcaico di monumento. Questo riconoscimento, come sempre nelle leggi, deriva direttamente dalla mutazione della coscienza critica, del tutto fisiologica nel corso dei decenni. Dalle prime leggi del 1939 che prevedevano un vincolo puntuale (con l’iscrizione del cosiddetto “monumento” in liste specifiche, in quanto da assoggettare ad un regime di tutela differente), il concetto si è modellato su bisogni nuovi. Già nel 1964 nella carta Internazionale di Venezia, il monumento cessa di essere un “oggetto” e comincia a prendere le sembianze dell’insieme di cose: “La nozione di monumento storico comprende tanto la creazione architettonica isolata quanto l’ambiente urbano e paesistico che costituisca la testimonianza di una civiltà particolare, di un’evoluzione significativa o di un avvenimento storico (…)”². Principio recepito dal legislatore, in Italia, nel 1985 con l’introduzione del vincolo generico che sancisce di fatto l’ingresso nella legislazione nazionale del concetto di bene culturale. Sancito ufficialmente da un recente codice, tuttora in vigore. In sostanza, per essere chiari, la costiera amalfitana è da considerarsi essa stessa, per intero, un monumento ed è infatti tutelata con leggi che la considerano tale. Ma, al di là dell’aspetto urbanistico (che abbiamo accennato attraverso le teorie di Rossi) e di quello giurisdizionale, l’attribuzione concreta del titolo di monumento, come già detto all’inizio, spetta sempre agli abitanti. D’altronde il dibattito su cosa sia o non sia un’opera d’arte è eternamente aperto. E il riconoscimento è sempre legato alla variabile del tempo che consente, spesso, agli uomini di maturare un giudizio sereno sull’oggetto in questione. Ma anche in questo caso, quindi sull’aspetto prettamente artistico-estetico, la materia presenta dei distinguo. In soccorso ci viene la disciplina del restauro che riguarda solo “oggetti” sui quali il giudizio di valore è stato espresso in senso positivo, in quanto si occupa (nella sua premessa) di riconoscere le opere d’arte. Ciò al quale non viene attribuito nessun valore, infatti, non è materia di restauro. Illuminante, in tal senso, è la definizione che ce ne da Cesare Brandi: “(…) lo speciale prodotto dell’attività umana a cui si dà il nome di opera d’arte, lo è per il fatto di un singolare riconoscimento che avviene nella coscienza: riconoscimento doppiamente singolare, sia per il fatto di dovere essere compiuto ogni volta da un singolo individuo, sia perchè non altrimenti si può motivare che per il riconoscimento che il singolo individuo ne fa (…) entra a far parte del mondo, del particolare essere nel mondo di ciascun individuo”³. A questo “riconoscimento singolare”, come dice Brandi, contribuisce in maniera determinante la variabile tempo, poichè un’opera d’arte si fregia sempre della caratteristica della atemporalità. Questa, pur essendo concretamente espressione di un preciso momento storico e artistico (sia personale che contingente), trova attraverso il tempo l’energia di rinnovare il suo significato pur rimandendo immutata. Un dipinto del Caravaggio è una eccezionale testimonianza della pittura del XVI secolo, realizzato oggi sarebbe, evidentemente, una prova anacronistica, ciò non toglie che ancora adesso a 500 anni di distanza il riconoscimento di valore dell’osservatore avviene in maniera immediata. Ciò che accade con l’arte contemporanea è quindi del tutto simile a ciò che è avvenuto nei secoli trascorsi. Spesso il riconoscimento non è così naturale, ad un primo momento di sgomento può subentrare una presa di coscienza graduale del pubblico. Comunque ciò che non lascia indifferente, sia in positivo che in negativo, ha (almeno) il pregio di suscitare una qualche emozione e, magari, a lungo andare, ambire a conquistare “l’etichetta” di opera d’arte. Tuttavia circa i quotidiani oggetti prodotti, e nei quali ci imbattiamo in giro per le strade, tra architetture, sculture, fontane ecc., laddove alla base non vi è un approccio progettuale, una genialità, un’idea d’avanguardia, ma piuttosto superficialità, presunzione e ignoranza, raramente scopriremo opere d’arte. Ed è questa la vera cattiva notizia per le nostre città. —————————————————–
1: A. Rossi “L’Architettura della città”, Padova 1966
2: tratto da “Carta Internazionale di Venezia” – (articolo 1), Venezia 1964
3: C. Brandi “Teoria del restauro”, Roma 1963

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