LA CITTA’ DEI CONDIZIONATORI D’ARIA

Non fatevi ingannare dal nome, a Frescura, la città dei condizionatori d’aria, non fa fresco. Anzi: fa caldissimo.

Ma non è stato sempre così.

Il viaggiatore, impavido, che vi si reca, lo fa solo se adeguatamente attrezzato: divisa in lino, cappello ombreggiante e thermos di bevande reintegranti.

Fortunatamente non sottovaluta la prova: l’aria irrespirabile di Frescura inizia a sentirsi già alle porte della città.

Così, mano a mano che si avvicina, deve ricorrere a soste sempre più lunghe all’ombra di stoiche palme. Ignorando i miraggi di comode oasi che compaiono sull’orizzonte deformato. Finché, raggiunta la piazza principale di Frescura, il viaggiatore stremato crollerebbe, se potesse, su una della panche incandescenti disposte lungo il perimetro dello slargo.

Per questo motivo è costretto ad entrare nel bar della piazza dove alla temperatura di 21 gradi condizionati, un uomo col catarro, foulard al collo e smanicato autunnale imbottito in piume, gli può narrare la storia della città.

Che inizia sempre così.

“Una volta qui l’estate non era così calda, anzi. Le stagioni erano miti, si stava bene. Il pomeriggio ci radunavamo qui davanti a bere la granita e ad ascoltare il jazz. Avevamo un’orchestrina abile nei pattern più famosi: Gerswin, Coltraine, Monk. Dalla fessura dei monti ad ovest, alle sei del pomeriggio in punto, partiva un ponentino tiepido che raffreddava l’aria. Ne godevamo tutti. Per questo il paese si chiama Frescura”.

Mentre racconta il barista si riannoda il foulard che tiene al collo; tossisce due volte, poi riprende.

“Questo finché non è arrivata quella!” dice indicando lo split dell’aria condizionata che soffia incessantemente aria polare dalla parete di fondo.

“All’inizio non ebbe successo. Un tizio provò a venderla al Sindaco per rinfrescare il municipio, ma avevamo già tanti debiti… poi la propose all’ufficio postale, al ristorante laggiù all’angolo e pure a me, ma nessuno ci cascò. C’era scetticismo. A cosa ci serve l’aria condizionata quando abbiamo il ponentino? Rispondevamo in coro”.

Su un vecchia guida turistica il viaggiatore ha letto che Frescura è «ridente cittadina, incastonata tra le colline, gentil d’aspetto e gradevole di clima. Dalle stagioni miti e le strade antiche.  Coi suoi palazzi del seicento e la piazza al centro delle case…».  

Intanto il barista da altri due colpi di tosse e prosegue.

“Il primo a cedere fu un vedovo che abitava lungo via Soleggiata e che, causa rottura del femore, era bloccato in casa. Il tizio lo raggiunse in soggiorno durante una serata umida. Bussò al suo citofono e lo sventurato rispose.
« Gli altri si godono il fresco del ponentino e lei no! Le pare giusto?». Così lo convinse.

Gli propose una macchina formidabile ad un prezzo davvero stracciato. L’anziano fece due conti, godeva di una buona pensione, accettò. Da quel giorno si sparse la voce che lungo via Soleggiata, al secondo piano, avevano messo un aggeggio che faceva il fresco in casa. Il passaparola fu rapido: gli abitanti di Frescura in pellegrinaggio andavano a vedere quello strano oggetto agganciato alla parete esterna del soggiorno.

La curiosità in paese crebbe, così l’estate successiva altri vollero provare. Erano soprattutto anziani soli, persone stanche ma anche asociali, o gente che non amava né le granite né il jazz.

D’altronde quell’aggeggio era stupefacente: non bisognava attendere le sei del pomeriggio per godere del fresco: bastava pigiare il tasto rosso del telecomando. All’inizio ci fu solo un certo pudore ad esibire il motore dell’aria condizionata. C’era chi lo nascondeva sul pavimento del balcone dietro i vasi da fiori, altri lo montavano nei cortili interni; chi se lo poteva permettere lo poggiava in terrazza.

Finché i condizionatori divennero così tanti che non si pensò più a come nasconderli.

Tutti volevano averne uno, anche i più poveri. L’aria condizionata non doveva essere un lusso. Il fresco doveva essere democratico e popolare. Così nacque l’iniziativa del “Bonus fresco” e del “Fresco sociale”. Si poteva chiedere uno sconto oppure addirittura ottenerlo gratis, scalandolo dalle tasse.

A quel punto le unità esterne spuntarono come funghi lungo tutte le facciate degli edifici. Sui balconi, sui lastrici, nei cortili. Ovunque. In città si riempì di enormi motori, uno sull’altro, collegati da tubature che, come ragnatele, avvolgevano ogni balaustra.
Anche il parroco ne volle mettere una serie. Così copri i decori della facciata barocca della chiesa e sostituì le statue degli evangelisti con gli armadi delle pompe di calore

Le facciate dei nostri edifici, persino quelle antiche, scomparvero”.

E infatti il viaggiatore non ha veduto un solo edificio senza la sua appendice di unità esterna. Palazzi storici, uffici, campanili, condomini e villette a schiera, ogni piano, ogni ballatoio e risega, ne ha una. tutto accompagnato da un ronzio monocorde in sottofondo che, come un lamento elettrico, avvolge la città.

Il barista si libera, o almeno tenta di farlo, dalla raucedine con un grosso colpo di tosse ben assestato poi ricomincia per il finale.

“Qui nessuno aveva compreso che più aumentavano i condizionatori all’interno delle case, più aumentava il caldo fuori. Le ventole delle unità esterne restituiscono aria bollente per le strade! Infatti il clima lentamente prese a cambiare. La temperatura media cresceva di un grado all’anno: le estati divennero roventi e gli inverni imprevedibili. Ad ogni condizionatore che si aggiungeva, il ponentino si affievoliva, fino a quando un giorno di luglio il ponentino scomparve. Ma nessuno se ne accorse perché la piazza oramai era deserta. La nostra orchestrina jazz si era già sciolta come tutte le granite.

In compenso aumentavano esponenzialmente i dolori cervicali e reumatici. I bambini nascevano già col torcicollo e gli adulti andavano in overdose da antinfiammatori. Un’estate ci fu un’epidemia di bronchiti che decimò la popolazione. Gli anziani morirono tutti.

Un’altra volta ci fu un lungo black-out notturno, molti morirono nel sonno, di caldo.

A Frescura solo i più forti di noi sono sopravvissuti” conclude fiero il barista.

Ma mentre lo dice un accesso di tosse catarrosa lo prende alla gola fino quasi a strozzarlo.

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