IL CESSO DI CANTIERE

Si discute tanto di qualità dell’architettura, ma nessuno si sofferma mai sulla corretta realizzazione del cesso di cantiere. Eppure basterebbe studiarne la caratteristiche per immaginare già molto di come andrà a finire.

Il cesso di cantiere non è un lusso. Molti ritengono, a torto, che sia un vezzo, o un contentino da mostrare all’ispettore del lavoro quando passa in rassegna il cantiere come Mussolini rastrellava le truppe. Viceversa rappresenta l’esatta misura della finitura costruttiva che sarà adottata durante tutta la realizzazione dell’opera.

C’è anche chi ricorre a cessi di cantiere domestici: quando un domiciliato offre, di sua sponda, un gabinetto al servizio delle maestranze; ma si tratta di espedienti che creano solamente imbarazzo e tensione. Il vero cesso di cantiere va costruito all’esterno, nella campagna o in aree libere non intensamente antropizzate.

Alcuni operai, provenienti da estrazioni sociali imprenditoriali, risolvono la questione del cesso di cantiere affidandosi alla comoda posa di un prefabbricato, anche detto “bagno chimico”. Il “bagno chimico” è un vero affronto al genio creativo italico, è triste, poco romantico e nel suo interno, in estate, si può raggiungere la temperatura record di 65 gradi, come nel deserto di Lut.

Il vero cesso di cantiere, richiede invece un approccio artigianale e del tutto ecocompatibile. Purtroppo l’architetto non viene coinvolto nella costruzione del cesso da cantiere, né tantomeno nessuno gli chiede di intervenire. Con grande gioia degli operai, ai quali non pare vero di poter costruire qualcosa senza l’architetto che gli rompa le palle.

Il procedimento è il seguente.

Innanzitutto viene scavata una buca profonda dai due ai tre metri. Bisogna superare i due metri perché per altezze inferiori si ricade ancora nell’ambito della raccolta differenziata. Oltre i due metri, invece, si è tecnicamente nel sottosuolo, quindi qualsiasi deposito viene considerato fertilizzante. Per lo sterro viene impiegato l’operaio di minore stazza, che uso minatore, si cala con una pala nel fosso, fino a raggiungere la profondità ritenuta sufficiente. In caso di rovinosa frana, anche l’operaio viene considerato come fertilizzante del campo; per questo, spesso, caporali senza scrupoli preferiscono far effettuare questa operazione ad operai irregolari, ad esempio extracomunitari di colore senza permesso di soggiorno. Infatti il fosso è denominato, con un filo di malizia: “pozzo nero”.

A scavo terminato, vengono realizzate le pareti del cesso di cantiere, di solito con delle assi in legno di recupero o in lamiere a chiusura delle quali va installata una porta, anch’essa di recupero. Non è rara la soluzione della porta “a soffietto” reminescenza di cessi da bar anni ’70.

I cessi di cantiere sono quasi tutti a pianta quadrata. Quando sono rettangolari è probabile che qualcuno abbia sbagliato a prendere le misure. Cessi circolari solo se il capomastro è un allievo di Portoghesi. Una volta un cesso di cantiere esagonale è stato smontato e rimontato, pari pari alla Tate gallery.

La copertura non è prevista, tranne per il rischio di viste aeree da altri edifici o da punti panoramici sporgenti, posti nelle vicinanze. La mancanza del tetto, oltre a risolvere brillantemente il problema dell’areazione, offre anche l’opportunità di ammirare il cielo durante le soste, nel caso servisse ispirazione. La controindicazione del cesso da cantiere coupé è la sua scomodità in caso di pioggia. Tuttavia, ditte ben organizzate lasciano in dotazione un ombrello di cantiere per brevi spostamenti outdoor in caso di avverse condizioni atmosferiche.

Comunque si sconsiglia di sostare in cessi di cantiere in caso di vento forte o di rifugiarvisi in occasione di un terremoto.

Terminata la struttura, occorre posizionare un water. Di solito viene riutilizzata una vecchia tazza, magari rinvenuta in loco (sul cantiere si trovano sempre cessi dimessi o da dismettere) o conservata per questo tipo di esigenze. Cessi di cantiere particolarmente spartani, si accontentano della soluzione “alla turca”, disagevole si, ma che evita il rischio di eccessive perdite di tempo.

Secondo comprovata manualistica, il cesso di cantiere deve essere dotato di fornitura di acqua corrente per effettuare le minime manovre di igienizzazione. Solitamente l’acqua raggiunge la rimessa tramite tubo plastificato (detto “pompa”) che può essere agganciato anche a centinaia di metri di distanza. La pompa, quindi, è spesso costretta a oltrepassare strade carrabili e marciapiedi, vigneti e capannoni, tipo liane nella giungla, come i funambolici quanto intoccabili grovigli, tipici di enti più strutturati quali Enel o Telecom.  

Già che ci arriva l’acqua corrente, spesso nel cesso di cantiere compare il lavello. A volte sottoforma di secchio, bacinella o tinozza in ferro. In cessi di cantiere molto chic al lavello si sovrappone uno specchio, di solito un frammento. Il massimo della ricercatezza è la presenza della corrente elettrica per l’accensione di una lampadina. Ma si tratta di eccezioni per cessi in cantieri notturni e che prevedono l’arrivo volante oltre che della pompa anche del cavo elettrico.

Quando nel cesso di cantiere compare anche il bidet, o peggio ancora la doccia, allora l’architetto farebbe bene a preoccuparsi perché comincia a configurarsi un potenziale, futuro, reato di abuso edilizio. Tollerabile è invece la presenza di riviste, anche solo per adulti.

Il cesso di cantiere è la prima opera che viene terminata. A volte, in caso di fallimento della ditta esecutrice, dei committenti o di giravolte politiche, anche l’unica. In questi casi può rimanere in situ per molti anni, fino a diventare bene vincolato.

Il momento più triste del cantiere è quando viene smontato il cesso. Alcuni preferiscono demolirlo rapidamente in clandestinità, altri con una piccola commovente cerimonia.

La maggior parte delle volte non rimangono tracce poiché nessuno fotografa il cesso di cantiere, nemmeno l’architetto che riconosce di non aver avuto nessun ruolo nella sua realizzazione.

Tuttavia per riconoscerne la dignità bisognerebbe dedicargli ogni tanto la copertina di Vogue o, magari, una nuova rivista dedicata: Opus latrinum.

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