da un finestrino di treno

valigia copyQuando, circa quindici anni fa, ho cominciato questo mestiere, una delle prime cose che credevo avrei fatto, era viaggiare. Mischiando il desiderio di osservare, alla necessità di spostarmi; pensavo che avrei passato molto del mio tempo a inseguire treni e aerei.

A riempire e a disfare valigie.

Mi immaginavo di posare trolley in enormi sale d’attese ed intanto dare uno sguardo al giornale, agli orari o prendere appunti. Mi preoccupavo di inconvenienti, ritardi, imprevisti che mandavano tutto all’aria. Pensavo alle partenze, ma anche ai ritorni.

Pensavo a stanze di albergo anonime o a camere degli ospiti, arredate in fretta, con quadri scadenti e grandi scaffalature. Mi vedevo in continuo, periodico, movimento.

Quando sono stato a Vienna, per un concorso di architettura, ho dormito in una mansarda dove il pavimento di legno faceva rumore sotto le suole, le pareti erano librerie e tutto aveva odore di carta umida. Il letto era piccolo, troppo morbido: Il contrario di casa mia. La prima notte non riuscivo a dormire, temevo la mia allergia alla polvere, guardavo la mia borsa blu, stesa in un angolo e non capivo dove mi trovavo. La mattina mi svegliò una sonata di Mozart. Quando andai via, rubai un libro (su De Chirico) per ricordarmi di quei giorni (lo confesso perchè si tratta di reato prescritto ormai), lo infilai nella borsa e pensai che mi sarebbe mancato quell’odore d’umido e anche Mozart alle sette e un quarto in punto.

Mi ricordo che in quegli anni ero curioso. Dovevo esserlo per forza, perché se vuoi viaggiare non devi dimenticare di portarti la curiosità, da qualche parte: in tasca, nelle gambe o negli occhi.

Non ho più viaggiato per lavoro. Ho viaggiato e ho guardato cose ma solo per il piacere di scoprirle. Per costruire ricordi, per imballare felicità. La borsa è diventata una valigia, un trolley colorato, l’insostituibile compagno di tanti “giorni prima”. Quando, sempre con la paura che mi ammalassi, la aprivo sul letto accanto al mio e cominciavo a riempirla e all’inizio sembrava che fosse enorme, poi lentamente diventava piccola e dovevo stringere le cose, per farle entrare tutte.

Quando hai una valigia da riempire sai che c’è qualcosa che comincia. A volte non c’è bisogno di avere in tasca un biglietto aereo; le valigie ci accompagnano anche in tragitti brevi, persino di pochi isolati, o solo della mente. Si riempie una valigia per incontrare, ma anche per abbandonare. Anche un addio è un inizio.

Ripenso ai miei inizi e non so se averne rispetto o rimpianto. So che le cose sono andate così: ho visto un pezzo di mondo, un altro non lo vedrò mai. Ho conosciuto chi ho incontrato, altri erano altrove. La vita ti accompagna se tu gli dai la direzione. Altrimenti, al massimo, suggerisce.

Circa quindici anni fa avevo più confidenza con la mia valigia. Credevo che periodicamente l’avrei tirata fuori dall’armadio e portata con me. Sapevo che avrei provato, sempre, quella paura di stare lontano da casa ma che poi ce l’avrei fatta. Sarebbe servito soprattutto il coraggio, ma anche la fortuna.

Posando sul pavimento di una stanza, la mia valigia, quella sarebbe stata, subito già un po’, casa mia.

“Come una luce da un finestrino di treno la vita morde,
un giorno scava più piano e il giorno dopo più forte.
Ma per l’acqua di quel miraggio quanta strada da fare.
Ma forse siamo solo noi che non sappiamo viaggiare”

(da “Vecchia valigia” di F. De Gregori)

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