Cattedrale nel deserto

chiesa Portoghesi SalernoNella città di Salerno, in stridente contrapposizione con le grosse costruzioni griffate dallo “star system” contemporaneo (che cominciano ad affollare il capoluogo), nella sua paciosa espressività, vegeta un bell’esempio di architettura italiana del secondo novecento, statuaria e dimenticata, è la Chiesa della Sacra Famiglia di Paolo Portoghesi.

Silenziosa, posta nel rione Fratte, non tanto distante dagli svincoli autostradali, dai negozi, dalla velocità delle automobili e dal traffico, la Chiesa della Sacra Famiglia è un manifesto di quella corrente neo-modernista che intorno agli anni sessanta coinvolse altri architetti noti quali Gabetti, Isola, Raineri, Ridolfi e il primo Gregotti.
L’immagine che Paolo Portoghesi propone di sè nel panorama della cultura architettonica italiana è senza dubbio trasversale. Probabilmente più noto come storico e divulgatore che come architetto, Portoghesi comincia la sua stagione più produttiva dal punto di vista progettuale dalla metà degli anni sessanta, alla ricerca di un nuovo linguaggio capace di reinterpretare la lezione dei suoi maestri: Borromini, Bernini, Guarini.
La lezione del barocco influenzerà la produzione di Portoghesi informandone l’ispirazione e caratterizzandone l’originalità, la sua ricerca e la sua intenzione di mettere in relazione architetture distanti nel tempo sfocerà in quel linguaggio suggestivo e originale, così evidentemente “figlio del tempo” e allo stesso tempo “fuori dal tempo” che sarà la matrice comune di tutte le sue opere. Risultano così legate strettamente la sua prima commessa importante la Casa Baldi alla periferia di Roma (del 1961) e la più famosa delle sue costruzioni: la moschea e il centro culturale islamico di Roma terminata nel 1991.
La lezione Borrominiana dello spazio che “vive”, tra percorsi concavi e convessi come se pulsasse di un respiro proprio, è il risultato delle componenti che ritornano con frequenza nelle composizioni architettoniche di Portoghesi: la curvatura, le onde concentriche, la luce, il luogo, la materia.
La Chiesa della Sacra Famiglia è un progetto del 1968, la costruzione, alla quale collaborò l’ingegnere Vittorio Gigliotti, iniziò nel 1971 e fu completata tre anni dopo, fu voluta dai Padri Dottrinari che tuttora la reggono.
In pianta, lo spazio è raccolto intorno a sette cerchi, tre di questi appartengono all’interno dell’aula, i restanti circoscrivono porzioni dello spazio circostante. La tipologia fuoriesce dagli schemi tradizionali delle chiese cristiane, Portoghesi la reinterpreta convogliando l’attenzione sul punto dove sistema l’altare, in posizione vagamente centrale, illuminato dall’alto dall’apertura sulla cupola. L’esterno da una concreta impressione di non finito, il cemento armato è ritmato dai segni regolari delle casseforme e la cupola centrale a gradoni emerge dall’ambiguo volume privo di prospetti quindi di una facciata principale e di angoli. Vi si accede sia da uno scala curva sia da un ingresso sul retro che raggiunge la quota dell’aula senza gradini. All’interno è il trattamento della luce a colpire l’osservatore, il gradonato della copertura sembra indirizzarla verso punti precisi, come su un palcoscenico teatrale niente sembra lasciato al caso. Guardare come si incastrano i cilindri e i coni delle pareti lascia sorpresi, Portoghesi mostra di possedere un’immaginazione e una capacità di governare le particolari suggestioni dell’ossatura certamente non comune e ciò che all’esterno sembra confuso e illeggibile, all’interno si tramuta in un linguaggio organico, complesso ma coerente.
Salerno, è triste dirlo, ha dimenticato la chiesa della Sacra Famiglia, meta solo di fedeli e di curiosi architetti appassionati. Dentro c’era solo un sacerdote che camminava tranquillo leggendo il breviario, all’uscita un’anziana signora mi ha chiesto l’orario della messa; a girarci intorno, l’opera di Portoghesi, mette tristezza: immersa in un senso di abbandono, circondata da un giardinetto trascurato e triste. Un inutile cancello impedisce di girarci intorno completamente, mentre il salto di quota tra le mura perimetrali e il calpestio del cortile è diventato un ricettacolo di rifiuti. Alla silenziosa imponenza della chiesa, poetica e vagamente metafisica, si aggiunge così l’oblio degli uomini ai quali, probabilmente, apparirà come un ufo in pensione, atterrato e addormentatosi in una città oggi troppo distratta da nuove cattedrali, promesse o reali, più rumorose e appariscenti.
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