CARVER NON FU MAI ARCHITETTO

Essendo un architetto mi capita piuttosto spesso di scrivere relazioni tecniche.

E’ un lavoro che faccio con estrema cura: posiziono virgole precise e ricerco sinonimi esatti.

Sono ancora in pochi a sapere che io, in realtà, sono uno scrittore.

La professione di architetto è chiaramente una copertura, di natura provvisoria.

Nel mio orizzonte c’è la letteratura.

Ma per adesso la situazione è ancora complicata: Relazionare su ristrutturazioni edilizie, è letteratura?.

Evidentemente alcune professioni non sono compatibili con quella dell’artista scrittore.

Carver non scrisse mai una relazione tecnica. E nemmeno Foster Wallace o Calvino. Non mi risulta.

Prepongo: le relazioni tecniche sono sempre piuttosto simili. Ricorrono concetti poco ricercati, quali: impianto elettrico, pavimentazione in gres, tinteggiatura a calce, rivestimento ceramico. Inoltre, obbligatoriamente, si elencano gelidi dati metrici: superficie, altezza, volume.

Non è peregrino sostenere che, letta una, le si è lette tutte.

Sogno che le aspettative nei miei confronti siano sempre alte ma non posso esprimermi come vorrei.

Potrei, come molti colleghi fanno, impegnarmi molto meno. Ripetere un canovaccio, variando solo i dati numerici e le generalità del committente.

Tuttavia ho un motivo valido per impegnarmi. Riguarda ciò che accadrà in un prossimo futuro.

E’ verosimile, infatti, che io riesca a breve a pubblicare finalmente un romanzo.

Di conseguenza non è improbabile che, grazie ad una brillante ispirazione e ad un provvidenziale colpo di fortuna, questo romanzo riscuota ampi consensi.

In poco tempo il mio smetterebbe dunque di essere un semplice romanzo, mutandosi in un vero e proprio caso letterario con dibattiti accademici e discussioni pubbliche presso i più noti festival letterari della penisola ai quali sarei invitato come ospite speciale.

E’ possibile allora che il mio romanzo, sorretto da un autentico plebiscito di voti, vinca il premio Strega e che tale affermazione mi procuri un contratto con una nota casa editrice, alla quale però chiederò di non darmi scadenze sulle mie successive pubblicazioni.

I miei libri, quindi, si farebbero molto attendere, venendo alla luce con cadenza quasi decennale. Tale sporadicità farebbe di me un autore di culto, adorato da una folta comunità di seguaci che prenderebbero simpaticamente il nome di “Deiulissini”.

Chiaramente, in seguito a tali eventi, mollerei la professione di architetto concentrandomi solamente sulla scrittura. Non per questioni economiche ma per tenere i ruoli in ordine.

Fatalmente, per pudore, sceglierei di non apparire in inutili salotti televisivi rarefacendo sempre di più le mie uscite pubbliche.

Presumibilmente, per ottenere maggiore credibilità, mi trasferirei in un attico di New York o, per concentrarmi meglio, su un’isola, come Dylan Thomas all’Elba. Dando sfogo al naturale snobismo intellettuale nel frattempo sovvenuto.

Tutte le mie prolusioni, interviste (rarissime, sono fondamentalmente un timido) o dichiarazioni pubbliche diverrebbero eventi, collezionati come pezzi rari, veri e propri “Gronchi rosa” della comunicazione.

In questo futuro (ribadisco, altamente probabile) coloro che in questi anni sono stati beneficiari di una mia relazione tecnica di quando ero architetto, si ritroverebbero tra le mani un prezioso racconto firmato da un autore di culto.

Brevi novelle dove la camera da letto viene carinamente definita “ambiente notte”, un piccolo bagno prende le sembianze di un “essenziale servizio igienico” e i terrazzi si tramutano in “aree esterne attrezzate”.

Documenti corrisposti per poche centinaia di euro potrebbero finire all’asta, senza neppure attendere la mia morte, moltiplicando mille volte il proprio valore.

Spunterebbero dei falsi. Ne sono certo.

Perizie di danni causati da umidità di risalita con firme contraffatte.

Finte asseverazioni sanitarie smascherate grazie all’uso inappropriato del punto e virgola; saranno i veri adepti a distinguerle agevolmente.

Fior di giudici sarebbero chiamati a valutare sull’autenticità di note integrative redatte a beneficio di scrupolosi uffici tecnici.

A volte penso che potrei lasciarmi andare, scrivere: “pavimentazzione”, “tintegiatura”, “inpianto eletrico”. Coniugare verbi con irritante leggerezza. Disseminare “a” senz’acca, “e” prive di accenti, infrangere impunemente, ripetutamente, la consecutio temporum.

Generando il caos nelle cancellerie dei tribunali chiamate a dirimere, postume, gli inganni.  

Ma non riesco.

Carver non fu mai architetto. Altrimenti ora qualcuno possederebbe una relazione tecnica scritta da lui. La potrebbe incorniciare e appenderla al muro come un quadro.

Oggi, di un bagno, ho scritto che “propone i canonici quattro pezzi igienici”.

Ho scritto proprio così: “propone”.

E’ letteratura?.

(Carver non fu mai architetto, ma lavorò in segheria, fu fattorino per una farmacia e custode in un ospedale)

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