All’Heysel la fine della nostra innocenza sportiva

TargaHeyselLa sciarpa con i colori del cuore stretta tra le mani, la puntata di “Happy days” trasmessa dal secondo canale come ogni sera, lo zainetto per la scuola del giorno dopo, pronto sulla sedia.

Le ventietrenta che non arrivavano mai. E poi il telegiornale che dice che è accaduto qualcosa di brutto, che la partita si giocherà. ma forse comincerà più tardi. Il telecronista che racconta una storia di uomini che fuggono, altri ubriachi che li inseguono, ricordo i cavalli dei poliziotti, il campo verde vuoto all’orario del calcio d’inizio. Non capivo, non mi sembrava vero.

Due anni prima, in una sera di pioggia, quando la corrente elettrica andava e veniva, avevamo perso unoazero. Sembravamo imbattibili ma avevamo perso. Ma quello era lo sport, la terribile legge dello sport, dove si vince e si perde, è così che funziona.

Ma quella sera saltarono tutte le regole. Mentre non capivo, volevo solo che si giocasse la partita, perché così doveva andare: ventietrenta palla al centro e vinciamo la coppa, questa volta la vinciamo. Invece la partita non iniziava mai. Il telecronista, ad un certo punto, disse che c’era dei morti.

Cosa c’entrano i morti con il pallone ? Questa era una festa, poteva essere che vincevamo e poi c’era la sfilata, come tre anni prima per i mondiali. La gente per strada con le bandiere, i fuochi d’artificio, le auto che passavano suonando il clacson con la gente che si sporgeva dal finestrino, fin quasi a cadere.

Un bambino di dieci anni rimane meravigliato, davanti allo schermo, aspettando che i giocatori scendano in campo, anche se in fondo ha intuito che non ci sarà più nessuna festa. Qualcuno avrebbe dovuto spiegarmi, tirarmi da parte e parlarmi chiaro, oppure impedirmi di vedere tutto quel dolore. Tanti bambini di dieci anni andarono a letto tardi quella sera.

Io annodai la sciarpa alla testiera, provando a non pensarci: non si sentivano clacson per strada, neanche un piccolo mortaretto. Da quel giorno nulla ci ha più stupito.

A mio nipote che ha gli anni che avevo io allora e che guarda il calcio con me, eviterei il dolore di quella sera. Gli spegnerei la televisione con una scusa, lo manderei a letto. Proteggerei i suoi sogni, l’ingenuità, finché è possibile. Gli eviterei quella dose assurda di violenza.

Da quel giorno è cambiato tutto. Eravamo una generazione di bambini ingenui e meravigliati, davanti alla tv. Ci sembrò di annusare l’aria avvelenata di Chernobyl, sentimmo la voce di Alfredino dal fondo del pozzo, vedemmo le lamiere contorte del rapido 904. L’Heysel fu la fine della sola innocenza che ci era rimasta, quella sportiva.

Oggi sono trent’anni da quella sera. Indimenticata.

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