AL SICURO

C’è stato un tempo in cui le nostre case non furono i posti dove era più sicuro stare.

Accadde esattamente quarant’anni fa.

Credo che il terremoto del 23 Novembre del 1980, sia il primo vero ricordo della mia vita.

Chiaro ed indelebile come solo poche altre cose restano.

Era di domenica. Con la mia famiglia stavamo seduti intorno al tavolo della cucina.

Io guardavo la sintesi del secondo tempo della partita Juve – Inter.

Ricordo che sentimmo una serie di tuoni provenire da lontano.

Ma non erano esattamente tuoni, il suono ci arrivava in casa come smorzato.

Guardammo istintivamente verso il balcone, come allarmati dall’arrivo di un improvviso temporale, o dal crollo di un muro o da chissà cos’altro.

Ma fu un attimo: già nel fotogramma immediatamente successivo, c’è il lampadario che oscilla.

A quel punto mio padre si alzò di scatto: “E’ il terremoto!” disse.

“Terremoto” una parola strana che non avevo mai sentito.

Ma mio padre, ripetendola, alzava sempre di più la voce.

Lo seguimmo nel corridoio. Perché lui, agitando le mani, ci ordinava di uscire.

Mia mamma prese in fretta dei cappotti, forse una coperta.

Mi ricordo che prima di chiudere alle sue spalle la porta, mio padre abbassò l’interruttore generale della corrente elettrica. In quel momento mi parve che il buio avesse avvolto tutto.

Quando fummo sul pianerottolo ci spinse oltre l’ascensore, verso il vano delle scale. Stavamo al quarto piano.

“Le scale, le scale!” urlò.

Mio fratello corse avanti inseguito da mia mamma, io con le mie piccole gambe non riuscivo a stargli dietro. Mio padre, arrivando alle mie spalle, mi afferrò per le braccia sollevandomi. Continuavo ad agitare i piedi sospesi nel vuoto mentre i gradini scorrevano sotto i miei occhi.

“Veloci, veloci” gridava mio padre.

La luce pallida nei pianerottoli, che illuminava appena il percorso, sembrava affievolirsi ad ogni piano che scendevamo. Mi sembrava che le scale si moltiplicassero e l’uscita non arrivasse mai.

Quando raggiungemmo il marciapiede, alzai gli occhi verso il cielo. Per un attimo ebbi paura che quei palazzi intorno a noi potessero crollare e seppellirci.

Era stata una domenica mite, ma sentii una specie di vento entrarmi nelle ossa.

Tremavo per il freddo o per la paura?.

Tutti insieme andammo nella casa dove stava mia nonna.

Era una casa costruita sulla roccia, a picco sul mare.

Mio padre sosteneva che là saremmo stati al sicuro.

In quel posto trascorremmo quasi tutto l’inverno.

Di quell’anno non mi ricordo del Natale, né del presepe o del Capodanno. Non ho memoria di nessun festeggiamento. Mi ricordo che tornammo a casa poco prima del mio compleanno, a Febbraio.

Ma tanti, quella notte e molte altre che seguirono, dormirono in auto o rimasero in spiaggia per la paura di nuove scosse.

L’immagine delle persone in spiaggia alla luce dei fuochi che accesero per scaldarsi, è un fotogramma che ancora conservo nella mia memoria.

Quello che non riuscivamo a sopportare era l’idea che il terremoto, quel nemico invisibile e oscuro, ci avesse colpito nel posto dove ci sentivamo da sempre più al riparo: la nostra casa.

La mia generazione, che ha “sentito” le scosse di quel terremoto, è cresciuta con la coscienza che i nemici non sono tutti visibili. E con l’insicurezza che da un momento all’altro, anche senza nessun preavviso, tutto possa cambiare.

Sono passati tanti anni, guardando dietro di noi il Novembre del 1980 appartiene ad un’altra epoca. E anche se di quel giorno ancora resistono delle macerie, il mondo intorno è completamente cambiato.

Da allora, le case sono state costruite sempre con maggiore perizia. Ma questo non ha impedito alle persone di rimanere sotto le rovine di nuovi terremoti.

Anche se abbondantemente avvertiti, facciamo ancora fatica a comprendere la pericolosità dei nemici invisibili.

Talvolta per esorcizzarlo, neghiamo il pericolo.

Anche oggi che, viceversa, possiamo stare tranquilli solo restando dentro casa.

Quarant’anni fa dovettero passare alcuni mesi prima che riacquistassimo la fiducia e tornassimo nelle nostre case.

Quando fu il nostro turno, evitammo ancora l’ascensore e preferimmo usare nuovamente le scale.

Avevamo ancora paura, ma tornammo e, in qualche modo tutto fu come prima.

Anche se molti, una casa non ce l’avevano più.

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