SFIDE: L’ARCHITETTO CONTRO I VIRUS

Come tutti sanno, l’architetto, e per architetto intendo quello a partita iva, possiede un sistema immunitario più evoluto rispetto a qualsiasi altro esemplare della specie umana.

Questa schermatura soprannaturale lo protegge e gli impedirebbe di ammalarsi anche nel bel mezzo di una pandemia di proporzioni epiche, tipo la peste bubbonica della prima metà del XVII^ secolo.

L’OMS ha stimato che in caso di estinzione di massa, resterebbero superstiti solo gli architetti e le zanzare che, pure loro, non si sa perché, sono indistruttibili.

Anzi, se non fosse per lo stress e Inarcassa, gli architetti in attività vivrebbero fino a 150 anni, come le tartarughe giganti di Aldabra.

Ma come si spiega questa resistenza degli architetti ai virus, batteri e a qualsiasi altro agente patogeno?.

Sicuramente una parte dell’immunità deriva dalle pessime condizioni igienico-sanitarie nelle quali è costretto a misurarsi durante gli anni di convivenza universitaria. Si è calcolato infatti che un gruppo di studenti in architettura fuori sede, impegnati in maratone pre-esame, soprattutto progettuali, possono arrivare a coltivare colonie di batteri capaci di sterminare l’intera popolazione di una cittadina di medie dimensioni.

E nonostante questo, restare incolumi, se si esclude quella scia di fetore di calzino in putrescenza che il laureando si porta appresso per alcuni giorni e che, su reclamo, giustifica attribuendolo all’odore del vinavil utilizzato per il modellino.

Ma il numero e la tenacia degli anticorpi dell’architetto aumentano esponenzialmente nel momento in cui questi apre la partita iva. A quel punto, per un misterioso fenomeno ancora sconosciuto, l’architetto smette di ammalarsi sviluppando, progressivamente, anticorpi in quantità direttamente proporzionale alla sua longevità professionale ed indirettamente proporzionale alla sua agiatezza; fino ad un graduale, lentissimo, decadimento immunologico che sopraggiunge, per i pochi fortunati che ci arrivano, al momento della pensione.

In pochi sanno che i maggiori virologi mondiali noleggiano, a turno, architetti a partita iva conservandoli sotto campane di vetro per studiarne il comportamento a contatto con agenti patogeni.

In laboratori clandestini provano ad inoculargli il famigerato virus dell’assenteista, constatandone la refrattarietà.

Curiosamente, viceversa, gli architetti che si tengono lontani da quell’esperimento di sopravvivenza civile chiamato “partita iva”, si ammalano come tutti gli altri simili, accusando sintomatologie analoghe a quelle degli spasimi del decesso già ad una temperatura basale di 37,2 C°.

Un altro segreto dell’autoimmunità dell’architetto è la regolare frequentazione del cantiere edilizio, luogo ove tradizionalmente vi è una proliferazione di microbi in grado di provocare almeno centocinquanta affezioni differenti, anche contemporanee.

La metà di queste si contraggono durante la pausa pranzo quando la bottiglia di birra da 66 ml viene normalmente passata di bocca in bocca, come arcaico rito di iniziazione. Per non parlare della pulizia delle tazzine nelle quali viene servito il caffè nei cantieri di campagna, dove la macchinetta della moka viene sterilizzata con metodologie che Louis Pasteur nel 1880 avrebbe definito “inadeguate”.

Inoltre, per quanto il piano della sicurezza sia accurato e considerato, c’è sempre il momento in cui, per colpa dell’imprudente principiante, l’architetto, unitamente a tutti gli altri, è costretto ad inalare fumi tossici, filatura di ferro, polveri di amianto o colle a base di leganti chimici vaporizzati dall’arsura. Ma nonostante questo, forse per miracolo, rimane perfettamente in grado di litigare con le maestranze senza accusare neppure un filo d’asma.

Questa resistenza bronchiale gli consente anche di ispezionare vasche di decantazione dei liquami, canali fognari e cantine per l’essiccazione di soppressate, protetto dal solo sollevamento del bavero della giacca, solcandoli in pantaloni di lino chiari e mocassini di tela con la stessa disinvoltura con la quale Gisele Bündchen sfila per Armani.

Tuttavia, alcuni sospettano che l’architetto a partita iva si ammali comunque e che, come tutti gli altri comuni mortali, perda e vinca le quotidiane sfide contro virus e batteri, ma che semplicemente non si possa permettere di ammetterlo.

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1 Comment SFIDE: L’ARCHITETTO CONTRO I VIRUS

  1. Angelo Vozzi 1 Marzo 2020 at 14:54

    Great !!!

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