L’EX

La prima volta che Milena mi parlò del suo ex, eravamo in piazza del Gesù Nuovo, a pochi metri dalla facoltà di architettura.

In quel periodo effettuavo delle ricerche in biblioteca. Dopo la laurea, mi ero messo in testa l’idea di scrivere un libro sulle opere dimenticate dell’architettura del novecento italiano, prevedendone il restauro: mi sembrava un intenzione esemplare.

Mi rintanavo in biblioteca per intere giornate durante le quali non parlavo con nessuno. I libri erano i miei unici compagni.

Quel giorno, di ritorno dal pranzo, sentii la voce di Milena chiamarmi dal lato opposto della strada.

La vidi corrermi incontro, muovendosi svelta con le sue gambe snelle e bianchiccie. Era Maggio, la bella stagione non era ancora arrivata.

Quando mi propose un caffè, accettai. Ci sedemmo intorno ad un tavolino di un minuscolo bar sul bordo della piazza. In pochi minuti sbrigammo gli inevitabili convenevoli.

“Come stai?”

“Da quanto tempo!”

“Ma che ci fai qui?”

“Stai lavorando?”

“I tuoi stanno bene?”

Domande alle quali rispondemmo quasi in maniera automatica.

Avevo fretta di tornare alla mia ricerca, ma non mi dispiaceva stare accanto a Milena.

Guardavo le sue braccia sottili agitarsi nel cielo di Napoli: le mani disegnavano nell’aria singolari traiettorie mentre lo smalto rosso lucido delle sue unghie e il cinturino in acciaio del suo orologio riflettevano la luce del sole, centrandomi il viso.

Poi, improvvisamente, iniziò a parlarmi del suo ex.

Fu un colpo basso, inatteso. Ma dall’abilità con la quale raggiunse l’argomento, inevitabile.

Raccontò un episodio, poi un altro, poi un altro ancora. Senza risparmiare particolari. Per ogni storia aggiungeva una speranza, un rimorso, qualcosa che poteva essere e non era stato. Mi disse quanto fosse stato duro essere stata lasciata da un giorno all’altro, con una telefonata.

Da quel giorno erano passati quasi tre anni ma il ricordo nelle sue parole era vivo. Lucido.

Ebbi la bontà di ascoltarla. In alcuni frangenti spesi parole di consolazione, in altri tacqui. Nel frattempo pensavo: “quanto tempo potrà andare avanti così?”.

Ma Milena proseguiva, mostrando una tenacia inimmaginabile.

“Scusa, forse non dovrei dirti queste cose!” disse interrompendosi, dopo quasi venti minuti.

“Figurati”. Risposi mentendo.

“Non credo tu voglia ascoltarle!”

“Ex vuol dire che non è più”.

“Ma potrebbe ritornare”.

“Cerca di non pensarci: sono cose del passato” conclusi.

Milena non rispose. Impugnò il cucchiaino e prese a girarlo nervosamente nella tazza vuota mentre la fissava. Quando rialzò lo sguardo, scorsi due profonde lacrime staccarsi dai suoi occhi azzurri e scivolarle lungo il viso. Capii di aver detto una parola di troppo.

Salutandoci, scambiammo due baci sulla guancia.

Quel giorno, tornato in biblioteca, non riuscii più a concentrarmi.

A sera le mandai un messaggio. Ero dispiaciuto: se voleva potevamo rivederci.

Lei mi rispose immediatamente. Stabilimmo di andare a cena il sabato successivo.

Nel frattempo la mia ricerca si era arenata. Non riuscivo a stabilire una regola: come decidere cosa fosse giusto recuperare e cosa lasciar cadere nell’oblio?.

Giunsi persino a nutrire dei dubbi se quel lavoro fosse davvero utile.

Nei giorni seguenti non riuscì più a raccogliere nessuna informazione utile. In biblioteca restavo per ore, a guardare il soffitto voltato della sala, fisso sulla stessa pagina.

Finché rividi Milena. Avevamo deciso di andare in un ristorante che conoscevamo bene.

Tardai qualche minuto, Milena mi aspettava accanto all’entrata. Mi fermai a guardarla da lontano: portava una camicetta celeste, pantaloni bianchi che le arrivavano alle caviglie e dei sandali bassi dorati. I suoi lunghi capelli chiari ondeggiavano mossi dal vento caldo di quella sera. Mi sembrava impaziente: in un minuto guardò due volte l’orologio e più volte il fondo della strada. Fosse rimasta ancora sola, certamente qualcuno l’avrebbe avvicinata per chiederle chi o cosa stesse aspettando o, con una scusa qualsiasi, per attaccare una conversazione.

A cena prendemmo entrambi una pizza e del vino rosso,  tutto filò liscio, finché lei non riprese a parlarmi del suo ex.

Di quanto fosse diverso da tutti. Di quanto le mancasse. Ed altre cose del genere.

Più di una volta dovetti allontanarle il bicchiere dalle labbra. Alternò risate fragorose a momenti di cupezza con improvvisi sbalzi di umore; in un paio di occasioni avvertii gli sguardi dei presenti puntati su di noi.

Era senza dubbio una donna tanto affascinante quanto capricciosa.

“Il passato non torna” le dissi ad un certo punto, esasperato.

Finimmo di cenare scambiando poche altre parole. Quando ci alzammo notai che sul bordo del suo bicchiere era rimasta stampata una traccia di rossetto.

Dovetti riaccompagnarla. Rimasi immobile in auto mentre lei scompariva dietro il portone di casa. Il vestito bianco e i suoi capelli color oro brillavano tenacemente nella notte.

Come mi era venuto in mente di dirle “il passato non torna?”.

Eppure era esattamente ciò che pensavo in quel momento. Lo avevo pensato anche quel mattino in biblioteca.

La mattina seguente Milena mi telefonò.

Mi chiese scusa per quanto accaduto la sera prima. Pareva sincera.

Mi disse che era stata bene come non le capitava da tanto tempo.

Sembrava una telefonata del tutto normale quando, senza nessun motivo, ricominciò a parlarmi del suo ex.

Tentai di oppormi, ma lei non mi ascoltava. Le sue parole coprivano le mie.

Poggiai il ricevitore sulla mensola e inserii il “viva voce”, intanto mi allontanai. Lei continuò a parlare a lungo. Quando mi sembrò che stesse per terminare provai a congedarla, lei mi ringrazio ancora per la serata, chiedendomi se potevamo rivederci.

Ero sul punto di rifiutare, ma lei fu più svelta.

“Vediamoci dopodomani” mi disse.

Un nostro amico comune pittore, inaugurava una mostra di acquerelli.

Quel pomeriggio Milena arrivò in treno. Andai a prenderla alla stazione. Indossava un vestito corto, a fiori, che le lasciava scoperte le spalle, si era legata i capelli, raccogliendoli in una coda. Aveva dei sandali con un tacco alto e largo che la faceva altissima. I suoi piedi erano sottili e curati e la pelle leggermente abbronzata.

Sentii un brivido corrermi lungo la schiena: erano anni che non avvertivo una sensazione del genere. Milena conosceva bene i miei gusti: la trovavo incredibilmente attraente.

Era ovvio: una donna così si poteva lasciare solo al telefono.

Intanto avevo accantonato l’idea di scrivere un libro sulle architetture dimenticate del novecento. C’erano troppi argomenti, troppe storie, troppi autori meritevoli di un cenno. E c’era una materia troppo pericolosa da trattare: la memoria.

A Milena non avevo detto niente. Era ancora convinta che fossi impegnato nella mia ricerca: ne era entusiasta. Mi chiedeva se poteva aiutarmi, a che punto ero giunto, quanto mi mancasse alla fine.

Se però me lo avesse chiesto quel giorno, le avrei detto che tutto cambia: gli stili, i linguaggi, gli occhi della gente e che indietro non si torna.

Quando, puntualmente, iniziò a parlarmi del suo ex, non dissi una parola.

Rimasi ad osservarla: conservava il fascino di una creatura straordinaria e complessa. Come un capolavoro del post-moderno. Duraturo nella sua bellezza, tuttavia anacronistico.

Come una splendida casa, ma scomoda.

“Come eravamo felici…” sospirò.

“La felicità è sempre postuma” le dissi, congedandola, quella sera.

Il passato è un posto sempre troppo affollato. Quello di Milena, ad esempio, era davvero ingombrante: un mucchio di costruzioni inutilizzabili. Una città in macerie composta di ricordi fatiscenti tra strade troppo strette.

Ed io non volevo perdermi con lei in quel cumulo di rovine.

Dopo quella sera decisi di non chiamarla più. E quando lo fece lei, non risposi.

Avevo ventisette anni: c’erano così tante cose da fare e non potevo perdere neanche un minuto a guardarmi indietro.

Rividi Milena a Settembre: sempre là, in quel minuscolo bar in piazza del Gesù. Provai ad incrociarne lo sguardo ma lei finse di non vedermi. Teneva le gambe bianchiccie incrociate mentre muoveva nervosa le mani nell’aria.

Seduto, dinanzi a lei, un tipo la ascoltava parlare di quel suo ex.

Che ero io.

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