L’equilibrio della modernità

Terragni casa del fascio

Ti ricordi Como ? Percorrevamo la “Milanolaghi” e d’improvviso, subito prima del confine con la Svizzera, vedemmo il cartello.

Como è laggiù, dall’autostrada la vedi dall’alto costruita intorno al suo grande lago.

Dovevamo aspettarcela proprio così, Como, invece ci sorprese mentre l’autoradio parlava di traffico e il riscaldamento ronzava nell’abitacolo della tua Ford.

Andiamo verso il centro, parcheggiamo, vedrai che ci orienteremo.

Non potrò mai dimenticare il freddo di quel giorno a Como, era l’inizio di Dicembre, dalla bocca facevo un fumetto ad ogni parola mentre provavo a raccontarti di questo architetto che non avevi mai sentito nominare.

Si chiama Giuseppe Terragni, lo so che questo nome non ti dice niente, ma lui, giovane architetto, dal 1925 al 1940 riempì questa città di edifici frutto delle sue idee coraggiose. Guardati intorno, Como è il tempio del razionalismo italiano, architetture con intonaci bianchi, angoli retti e grandi finestre, una vera rivoluzione per quegli anni nei quali i governanti suggerivano imponenti portali di marmo e regnavano simmetrie di stampo classico.

Quello che vedi dinanzi a te è il “Novocomun”, costruito nel 1925, si chiama proprio così, “nuovacasa” e non è un semplice condominio come può sembrarti. Guarda l’angolo: c’è un cilindro di vetro incastrato tra il parallelepidedo di cemento. Sai che Terragni nascose tutto questo edificio fino all’ultimo momento ? Temeva che una commissione edilizia gli imponesse di ornarlo con timpani e lesene. A volte, sai, le grandi scoperte, o le opere d’arte, nascono da un atto di disobbedienza.

Il giorno dell’inaugurazione, quando tolsero i teli, la gente guardava perplessa, gli sembrava tutto così strano, ci fu una grande polemica ma nessuno potè più cambiare il “Novocomun”; oramai il treno delle idee di Terragni era in movimento, con il carburante del coraggio e l’energia delle idee nuove. Ma Terragni non era un rivoluzionario, abbracciò la fede politica del ventennio interpretandola in assoluta buona fede. Intendeva coniugare l’ordine nuovo della politica con quel desiderio di funzionalità che l’architettura reclamava. Cercando la modernità dell’architettura, dimostrò che il genio, anche se immerso in pessime ideologie, può produrre vita.

Andiamo a Piazza del Popolo dai, è proprio alle spalle del duomo, lungo la via principale. Là c’è qualcosa di straordinario, il simbolo di questa città. Ma fa sempre così freddo qui a Como ?. Quella è la “Casa del Fascio”, Terragni la costruì tra il 1932 e il 1936, quando in tutte le città il partito distribuiva incarichi per costruire edifici di rappresentanza; da lontano non mi sembrava neanche vera. Probabilmente Terragni la disegnò di notte, con le sue mani grosse, tra mille ripensamenti, come faceva sempre; accumulava schizzi sulla sua scrivania una matita tra le dita di una mano, la sigaretta nell’altra. Ti ricordi la prima cosa che feci quando ci arrivai dinanzi ? Si, ti ricordi bene: andai a toccarla. Volevo sentire la sua pelle sotto le mie mani. Come si fa con una bella donna, come si fa con una magia. Vuoi sentirne il respiro, verificarne l’esistenza. Strano ? Eppure io sento davvero il respiro di questa architettura e questa sensazione che leggi nei miei occhi è emozione, non guardarmi perplessa: l’architettura è equilibrio. E se ne avverti il fiato, imparerai ad amarla.

Guardati intorno: la piazza, il duomo, le montagne alle nostre spalle, le automobili, e lei qui. La senti questa sensazione di sottile perfezione ?. E’ nell’aria, così manifesta che mi sembra di sentirne la consistenza. Come una specie di presunzione, quella di chi occupa il posto esatto, ed è alto e profondo il giusto. Perché quest’architettura appartiene precisamente al suo tempo, tanto da riuscire ad appartenere a qualsiasi epoca futura. Come una cupola del rinascimento o una piazza barocca.

Qui Terragni assorbe ed esalta tutte le espressioni artistiche del suo tempo; qui c’è la fede nei nuovi materiali dei costruttivisti russi, la purezza delle forme di Le Corbusier, l’astrattismo di Mondrian, le piazze di De Chirico, i paesaggi urbani di Sironi. Nessun elemento sembra esistere per caso, tutto ha un senso: anche questo suo fascino misterioso ed inquietante è talmente calibrato da sembrare frutto di un disegno preciso. L’equilibrio è in questo senso di “tempo sospeso”, anche se Como qui intorno è cambiata e cambierà ancora, nulla ha alterato i rapporti, le geometrie perfette, sporcato le ombre, disturbato le molecole di luce che entrano ed escono dalle sue finestre, il bianco del cemento che matura senza invecchiare. E’ qui che Terragni incontrò la modernità. La sintesi del nuovo, la complessità e insieme la semplicità dello spazio, l’integrazione con l’esistente, la follia delle arti e la tragedia della guerra alle porte. Un oggetto sospeso tra la realtà e la poesia.

Esiste qualcosa che si possa definire più moderno ? Parlo di una modernità viva, vigorosa, virtuosa. Questo sgomento che non ti so spiegare, questo straniamento felice, questa voglia di parlarti senza trovare le parole; questo era per me la “Casa del Fascio” di Terragni quel giorno a Como.

Ed io sentivo che l’architettura può essere come un fiume di pensieri che talvolta non sai più controllare, domande alle quali non sai rispondere, voglia di spiegarti, viaggiare, fotografare, raccontare. Ci rifugiammo in un bar, davanti ad un caffè restammo in silenzio a guardare, io tentai di schizzare un particolare, senza sapere da quale cominciare.

Prima di andar via mi piacerebbe vedere un’altra architettura, si chiama Asilo Sant Elia, si, è un asilo, l’ultimo capolavoro di Terragni. Una volta sostava sereno tra il verde, oggi è una architettura nascosta tra altri edifici, l’ho vista in mezzo ad altre cose, dall’auto, passandoci veloce, le foto saranno venute sfuocate ma non importa.

Torneremo a Como per ritrovarlo, per rivedere altri miraggi di Terragni. Chissà cosa avrebbe inventato ancora se non fosse morto a soli 39 anni. Partito volontario per il fronte russo, tornò folle, andandosene, forse suicida, tra farmaci inutili e manie di persecuzione.

Eppure io oggi visitando Como ho avuto la sensazione che Terragni fosse ancora qui con noi. A parlarci delle sue idee, con la passione che viveva nella sua anima colta, mossa da testarda volontà e animato dalla sua inquieta fantasia. Sai che il sogno di un architetto è restare vivo nelle sue opere ? Come un poeta vive nei versi o un pittore nella tela di un quadro.

Come ogni artista. “Torneremo a Como” così ci dicemmo mentre ripassavamo il casello della “Milanolaghi”, ci piacerebbe tornare per cercare l’asilo, guardare il lago e i miraggi di Terragni; si: Terragni Giuseppe, vedi che hai già imparato il nome ?!. “Torneremo” dicemmo, ma non ci siamo più tornati. Per ora.

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