L’ARTE DELLA MENZOGNA

Ci hanno insegnato che il «diavolo è il padre delle menzogne, bugiardo sin dall’inizio».

Sebbene sia il padre della menzogna, al pari di altri inventori, la sua reputazione è stata con il tempo adombrata dalle continue migliorie apportate da altri alla sua arte.

La menzogna riesce a conquistare regni senza fare la guerra e talvolta proprio perdendone una; può dare e togliere lavoro, può ridurre una montagna a un mucchietto di terra e fare di un mucchietto di terra una montagna. Ha presieduto per molti anni ai comitati delle elezioni: riesce a fare di un moro un bianco, di un ateo un santo e di un dissoluto un patriota.

La menzogna è una dea che si libra nell’aria con un enorme specchio per poter abbagliare le folle e mostrare, a seconda dell’inclinazione, la loro rovina nel loro interesse e il loro interesse nella loro rovina.

Si divertirebbe molto in questa città un uomo dotato del potere di vedere menzogne, come gli scozzesi con i fantasmi. Che spasso ne trarrebbe a osservarne le diverse forme, dimensioni e colori: sciami di menzogne che ronzano attorno alla testa della gente come mosche d’estate.

Costui (il mentitore) non si è mai chiesto se un’affermazione fosse vera o falsa ma solo se fosse opportuno affermarla o negarla a seconda della circostanza e del suo interlocutore.

Considerando la naturale predisposizione di molti uomini alla menzogna e di molti uomini a credervi, mi sono chiesto cosa fare di quella massima che è spesso sulla bocca della gente, secondo la quale «alla fine la verità prevale».

Queste parole non le ho scritte io. Le ha scritte Jonathan Swift tra il 1710 e 1713 e sono raccolte in un libro che si chiama “L’Arte della menzogna politica e altri scritti”. E’ utile ripassare i classici, specie quando invecchiano così bene.

Dopo tre secoli, infatti, la menzogna è ancora l’arte politica più praticata, la via comoda per ingannare le masse, assumere il controllo degli eventi e raggiungere i propri obiettivi personali. D’altra parte, nemmeno in democrazia, nessuno è obbligato a dire il vero. Nemmeno i cittadini lo sono. Da questo punto di vista la bugia è profondamente democratica, mille volte più della trasparenza.

Per questo il mentitore, per il quale il voto popolare è solo un mezzo e non una modalità di governo, se ne tiene alla larga, preferendo l’opacità.

Sorride, il bugiardo, benevolo alle telecamere. Da là, spudorato, esercita la sua arte, la sua sincera «propensione dello spirito». Favoleggia, inverte la cronologia, mentre si attribuisce meriti dileggia gli avversari, li delegittima, ammicca ai sostenitori, compiace i superiori.  

Affina la sua arte, aggiornandola grazie alle tecnologie. Non a caso dette “diavolerie moderne”.

Sa che, nell’era del replicabile, la bugia si riproduce, senza sforzo, migliaia di volte.

Sospinto al confessionale, il mentitore racconta di applicare pari condizioni ma prima della partenza ha già percorso gran parte del tragitto. Si dichiara disarmato ma impugna il coltello dalla parte giusta. Altrimenti non scenderebbe in armi.

Dietro di lui altri pusillanimi, finti, a volte anonimi, affascinati dall’artista della menzogna, ne esercitano più modestamente l’arte, senza timore di esserne responsabili. Altri, più modestamente, fanno pratica con la distrazione o la dimenticanza. Tutti pronti a disarcionarsi, al momento giusto, dal carro del capo.

Accettare l’invito di un mentitore a discutere è quanto di più deprimente e inutile si possa fare.

Chi mente una volta è capace di farlo ancora, di farlo sempre. Non è attendibile, non ci si può fidare.

Trascina l’interlocutore su un terreno disseminato di omissioni, carte celate, opinioni e coperture prezzolate, dal quale nessun leale è capace di uscire indenne.

La verità è lenta, fatalmente debole e nel tempo dell’inutile diatriba, il mentitore ha già tagliato il traguardo. Se invoca al “parliamone” è solo perché parlare non serve più.

“Così la menzogna vola via e la Verità arriva zoppicante: finita la beffa e raggiunto il fine, quando gli uomini arrivano a ricredersi è oramai troppo tardi”.

Ne dubita Swift: la verità non prevale sempre. Perlomeno non nei tempi e nei modi che sarebbero opportuni.

Ma ha un pregio: è inevitabilmente «storica»: accade.

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