L’ARCHITETTO E IL CLIENTE MORIBONDO

La morte”, come diceva Borges, “è un’usanza che tutti dobbiamo rispettare”.

Lo rammenta bene l’architetto quando si trova a fronteggiare il cliente moribondo.

Già in un capitolo dell’”Architemario” è trattato l’argomento del cliente “over 80”, con i relativi usi, limiti e contromisure; ma altrettanto complesso è il caso del cliente che si presenta dall’architetto in una situazione pre-mortuale: prevista, prevedibile, temuta o persino auspicabile.

La questione potrebbe apparire macabra, in realtà è solamente uno dei numerosi casi in cui l’architetto si trova a combattere contro il tempo, assorbendo una dose addizionale di ansia pari a quella dell’emissione di un inatteso MAV Inarcassa a conguaglio.

Fino a qualche anno fa, il cliente moribondo era di esclusiva competenza del geometra, ma oramai, se ci sono da produrre cartacce, “L’architetto is the new geometra”.

Inoltre il geometra è fisiologicamente un cinico e non ha quelle competenze di psicologia, necessarie in questo caso, che l’architetto ha maturato sul campo, fin dall’università. Tecnicamente, nel percorso terminale del moribondo, l’architetto ha, dunque, l’onore di posizionarsi tra il medico ed il prete.

Il cliente moribondo generalmente è stato bene fino a poco tempo prima. Ovvero è diventato moribondo all’improvviso; questo fattore non stupisca: tutti gli esseri umani possono mutare il loro stato di salute repentinamente.

La differenza è che il cliente dell’architetto si dispone nella scomoda posizione del moribondo sempre nel momento in cui ha intenzione di fargli fare grandi cose. E’ probabile che qualcuno finga, tuttavia l’architetto non ha gli strumenti legali per farsi consegnare le analisi né per acquisire i referti clinici.

La categoria più numerosa di clienti moribondi, comprende quelli che, quando scoprono di esserlo, si decidono a fare tutto quello che, allorquando godevano di ottima salute, hanno rimandato. La decisione colpisce dunque l’architetto tra capo e collo costringendolo a rivedere l’ordine cronologico dei suoi impegni.

Vi è ancora un’altra categoria di clienti moribondi: quelli che “mandano avanti” i figli. Il figlio del cliente moribondo sorprende l’architetto con una telefonata in un orario inconsueto, di solito lo chiama proprio con il numero del genitore e, con tono mesto, dice che il padre (o la madre) è oramai prossimo al trapasso (talmente prossimo che non ha chiamato nemmeno lui), ma prima di andarsene vorrebbe “sistemare le carte”. Una sorta di testamento edile che il cliente consegna nelle mani dell’architetto come Gaudì fece con le generazioni a venire per la Sagrada Familia.

In Italia “sistemare le carte” più che una necessità è un ideale romantico. Come trovare il grande amore, sconfiggere la fame nel mondo o aprire la partita iva.  

Tuttavia “mandare avanti” i figli può essere un vantaggio per l’architetto, che in caso di trapasso prematuro del cliente potrà coscientemente rivalersi sugli eredi.

Alcuni clienti moribondi lasciano l’architetto in uno stato di angosciosa incertezza non dichiarando di quale malattia soffrano, quale sia la diagnosi e le relative previsioni dei medici. In taluni casi, l’architetto che, tra le tante cose, oltre ad essere psicologo, è anche medico ed investigatore, cerca con una serie di domande di scoprire la misura del tempo che avrà a disposizione, calcolando se gli sarà sufficiente.

Preso atto della situazione, la prima cosa che l’architetto sottopone al cliente moribondo è la lettera di incarico: se la fa firmare insieme a tutta un’altra serie di documenti, alcuni in bianco, per poter snellire eventuali operazioni successive.

Quindi, sempre in forza di un anamnesi deduttiva, usa tutto il tatto a sua disposizione per farsi lasciare un acconto, non dopo aver dichiarato che farà il possibile per accelerare le pratiche. Queste ultime intenzioni le manifesta con l’espressione più contrita e dispiaciuta che ha a disposizione. Architetti diplomati all’Actor studio, riescono persino a piangere.

Se per “sistemare le carte” l’architetto ha bisogno di ricorrere alla pubblica amministrazione, allora avverte il cliente moribondo che purtroppo si tratta di attese che non si possono quantificare, che farà il possibile per velocizzare, ma “non dipende da lui”.

La burocrazia italiana, infatti, non è mossa assolutamente a compassione dalle condizioni del consumatore e non prevede benefici in prossimità della morte, con la quale, in quanto a sciagura, compete in termini di gravità e alla quale non vuole certo cedere il primato.

Sta di fatto che, in molti casi, i tempi biblici della macchina statale tengono in vita pazienti moribondi per mesi, addirittura anni. Questa tenacia del cliente moribondo nell’aspettare i permessi richiesti, può farlo sopravvivere oltre qualsiasi previsione scientifica; sollevando quesiti ai quali la medicina tradizionale non sa fornire risposte.

Ci sono clienti moribondi che, in attesa di un condono edilizio, hanno sotterrato moglie e parenti vari. I figli stessi, invecchiati, temono di poter morire prima di lui.

Quasi mai gli architetti riescono a completare il loro lavoro prima della dipartita del cliente moribondo. Nei pochi casi in cui riescono, corrono a dargli la buona notizia di persona, trovandolo circondato da un nugolo di parenti, in soggiorni bui, tappezzati di santini, che profumano di incenso e moke riscaldate.

L’annuncio dell’architetto viene così accolto come quello dell’arcangelo Gabriele, tra suoni celestiali di arpe barocche, grandi abbracci e profusioni di ringraziamenti.

E’ in quel momento che l’architetto si commuove a tal punto che commette l’errore di rinviare la richiesta di pagamento.

Così quando il cliente moribondo muore, l’architetto, oltre ovviamente a perdere il cliente, perde i soldi.

Ci sono infine quei moribondi che, divenuti clienti dell’architetto, incredibilmente non muoiono più.

In compenso, muore prima l’architetto.

Per lo stress.

(nella foto: “By the death bed” di E. Munch)

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