FINE DI UNO SMARTPHONE

lgIl mio amico Roberto, possedeva uno smartphone, bianco, gli e lo aveva regalato la sua fidanzata un paio di anni fa. A quel tempo si trattava di un ottimo cellulare molto più tecnologico di quello che utilizzava fino a quel momento che non aveva nessuna funzione particolare, e attraverso il quale riusciva a stento a fare delle foto, tra l’altro di pessima qualità.

Roberto non ha mai avuto problemi con l’informatica, per questo motivo accolse questo nuovo amico dapprima con curiosità, poi con crescente entusiasmo, fino ad utilizzare con dimestichezza molte applicazioni che gli venivano utili soprattutto per lavoro.

Una settimana fa, Roberto provando ad estrarre la batteria dal suo smartphone ha danneggiato la parte dove si inserisce il cavetto per la ricarica. Si è reso conto immediatamente di aver fatto un danno importante, si è arrabbiato moltissimo, tanto che la notte ha fatto persino fatica ad addormentarsi.

Il giorno dopo, appena sveglio, Roberto ha acceso il suo smartphone bianco: la batteria segnava 84%, “una riserva”, pensò “sufficiente per un giorno a malapena”.

Arrivato al lavoro fece ancora qualche tentativo per provare ad inserire lo spinotto della carica, armeggiò anche un po’ con un piccolo giravite ma la sensazione fu che stava facendo ancora più danni. Intorno alle 11 Roberto si decise a passare al centro riparazioni che si trovava proprio a due isolati di distanza dal suo ufficio. Il tecnico, un suo conoscente, ha guardato il foro dello spinotto poi ha detto a Roberto che era stato parecchio maldestro e che la parte rotta non si poteva riparare, al massimo bisognava trovare un altro cellulare uguale e sostituire l’intero pezzo, ma a quel punto conveniva comprare uno smartphone nuovo.

Roberto ringraziò il tecnico e tornò al lavoro. Quando si risedette alla sua scrivania, la batteria era arrivata al 74%.

Durante la mattinata Roberto cercò di pensare ad un metodo alternativo per ricaricare la batteria senza utilizzare il classico cavetto. Cercò anche su internet, c’erano alcune soluzioni particolari ma gli sembravano tutte un po’ troppo stravaganti e comunque non era neanche sicuro che funzionassero. A metà mattina, Roberto telefonò alla sua fidanzata spiegandogli quello che era successo. Disse che era davvero dispiaciuto perché quello era stato un suo regalo e, intanto, non smetteva di sentirsi in colpa.

La fidanzata provò a tranquillizzare Roberto, gli disse che ne avrebbero comprato un altro nuovo e che poteva utilizzare un’altra batteria per recuperare eventuali informazioni registrate nella memoria. Ma Roberto, in quel momento, era turbato non soltanto per la perdita dei dati, ma perché aveva compreso che quello sarebbe stato l’ultimo giorno del suo smartphone bianco. Quando la batteria si sarebbe esaurita, probabilmente a fine giornata, il suo smartphone avrebbe finito di esistere e con lui tutti anche i dati contenuti nella sua memoria. Gli venne in mente il destino dei malati terminali ai quali hanno dato poco tempo e cercò di pensare se un giorno fosse capitato a lui di sapere di avere a disposizione solo poche ore di vita. Chissà come avrebbe scelto di trascorrere quel tempo, oppure come avrebbe desiderato che lo facesse una persona cara.

Dopo pranzo Roberto mise il suo smartphone in modalità “aereo”, pensando che così avrebbe consumato minore energia, magari regalandogli qualche momento di vita addizionale. Ma quando lo riaccese ricevette due telefonate e intorno alle 16 la batteria segnava 45%.

A quel punto Roberto pensò che era inutile dannarsi tanto, in fondo si trattava di un banale smartphone, quando si sarebbe spento lo avrebbe semplicemente buttato via e ne avrebbe comprato un altro. Certo con gli oggetti è semplice. Anche se ne siamo legati, anche se ci hanno accompagnato ovunque e c’erano in qualsiasi momento della nostra vita recente, alla fine un oggetto è sempre un oggetto e si può sostituire facilmente.

Magari si potesse fare così anche per gli esseri viventi” pensò Roberto, mentre spiava il display che ora segnava solo 32% di carica.

Verso sera Roberto ricevette ancora due telefonate, alla seconda non rispose; era una persona con la quale non desiderava discutere e che, probabilmente, sarebbe stata l’ultima con la quale avrebbe parlato tramite il suo smartphone e l’idea non gli piaceva affatto.

Verso le 21 chiamò la sua fidanzata, avevano appuntamento fuori città, gli raccontò dell’ultimo giorno del suo smartphone e si misero d’accordo per bene sull’orario e sul luogo dell’incontro “perché”, disse Roberto, “stasera non avrò con me il cellulare”, quindi bisognava essere molto precisi, come si era quando i cellulari non esistevano ancora.

Guidando sotto la pioggia Roberto quella sera si sentì terribilmente solo ed indifeso. Viaggiare sulla strada bagnata e buia, e farlo senza la possibilità di poter chiamare o ricevere una telefonata gli fece persino paura. Non vedeva l’ora di arrivare, incontrarsi con qualcuno che possedesse uno smartphone per sentirsi al sicuro, protetto da qualsiasi cosa che gli poteva capitare.

Aveva lasciato il suo smartphone bianco sulla console del soggiorno, dove passava tutte le notti accanto al caricatore che non gli poteva dare più nessuna energia; la carica si abbassò lentamente, A mezzanotte era al 5%. Durante il viaggio di ritorno a casa, a notte fonda, Roberto si sentì più tranquillo, sapere di essere irreperibile e disarmato lo rasserenò, per un attimo persino questa inattesa solitudine non lo spaventò. Immaginò di conservare questa condizione per alcuni giorni per capire come e se si poteva tornare a vivere così. A casa trovò il suo smartphone spento. Non provò neanche a riaccenderlo, lo prese e lo ripose in un cassetto della scrivania, nella sua scatola natia, da dove non lo avrebbe tolto mai più.

Il mattino dopo, con ogni probabilità, sarebbe andato al centro commerciale e avrebbe comprato uno smartphone nuovo. Lo avrebbe preso identico a quello di prima, perché sapeva già come farlo funzionare, per non dover ricominciare ad imparare i comandi ed il funzionamento tutto daccapo. Forse lo avrebbe scelto di nuovo, persino, bianco.

Capita sempre così con i distacchi. Sostituiamo case, cose, animali e persone con altri simili, per fare finta che non sia accaduto nulla.

Per non sentirci soli.

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